Bruxelles – “Più donne in politica che prendano decisioni”. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, esprime questo “bisogno” senza giri di parole, nel giorno in cui l’Eurocamera apre la sua settimana dedicata alla parità di genere. Un appuntamento che, arrivato alla settima edizione, quest’anno mette al centro la leadership femminile. Perché, nonostante i progressi degli ultimi anni, la parità nei luoghi in cui si esercita il potere è ancora lontana dall’essere raggiunta.
A inaugurare la settimana è la vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna, responsabile dell’iniziativa, che invita a portare il dibattito fuori dalle istituzioni di Bruxelles, coinvolgendo società civile, associazioni e giovani generazioni. L’obiettivo è trasformare le testimonianze delle donne che hanno raggiunto posizioni di responsabilità in strumenti per rendere quelle stesse posizioni accessibili a chi verrà dopo. Non soltanto celebrare i traguardi raggiunti, dunque, ma interrogarsi sulle barriere che restano.
I numeri spiegano perché. Nel 2025, le donne occupavano il 33,6 per cento dei seggi nei parlamenti nazionali dell’Unione europea. Un aumento di 5,4 punti percentuali rispetto al 2015, ma ancora lontano da una rappresentanza equilibrata. E i progressi, secondo l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), stanno rallentando. La presenza di alcune donne ai vertici, insomma, non significa che il sistema sia diventato ugualmente accessibile a tutte.
È su questo punto che insiste Metsola. “Alcuni lo chiamano divario di ambizione. Io lo chiamo divario di leadership“, afferma, contestando l’idea che la minore presenza femminile in politica dipenda soprattutto dalla mancanza di aspirazioni delle donne. Servono invece più sostegno alle candidature, più possibilità di insistere dopo una sconfitta e più responsabilità da parte di chi occupa già posizioni di potere. “Io non sono stata eletta la prima volta e non sono stata eletta nemmeno la seconda. Ma eccomi qui, finalmente”, racconta.
La presidente dell’Eurocamera richiama anche la battaglia per consentire alle eurodeputate di delegare il proprio voto durante la gravidanza e dopo il parto, superando ostacoli giuridici e politici. Una questione apparentemente procedurale, che tocca però un nodo concreto: “Una donna non dovrebbe essere costretta a scegliere tra la propria carriera politica e la possibilità di formare una famiglia”.
La leadership, però, non si misura soltanto nelle istituzioni europee. Kata Tüttő, presidente del Comitato europeo delle Regioni, ricorda di essere stata spesso l’unica donna negli ambienti politici all’inizio della propria carriera, vent’anni fa. Oggi avverte che il clima della politica nazionale sta diventando “sempre più tossico”, mentre il lavoro di cura, le esperienze quotidiane e le esigenze delle comunità rischiano di rimanere ai margini delle decisioni.
Il messaggio che arriva da Bruxelles è chiaro: non basta che una donna riesca a raggiungere il vertice. Occorre che possa farlo senza ostacoli aggiuntivi e che, una volta arrivata, contribuisca ad aprire la strada alle altre. Perché avere più donne in politica non è una concessione né una questione che riguarda soltanto le donne: significa dare alla democrazia più esperienze, più voci e una maggiore capacità di rappresentare la società. E permettere alle ragazze di immaginarsi al potere prima ancora di dover dimostrare di esserne all’altezza.


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