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    Home » Diritti » Donne e politica, il paradosso UE: ai vertici delle istituzioni, ma la rappresentanza è in calo

    Donne e politica, il paradosso UE: ai vertici delle istituzioni, ma la rappresentanza è in calo

    Analisi delle tendenze, delle barriere strutturali e delle strategie per la parità di genere tra istituzioni comunitarie e governi nazionali

    Caterina Mazzantini di Caterina Mazzantini
    27 Febbraio 2026
    in Diritti
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    Bruxelles – Le donne occupano per la prima volta i vertici di tre delle sette principali istituzioni comunitarie, ma la base della rappresentanza politica femminile sta perdendo terreno. E’ la contraddizione che vive, nel 2026, l’Unione Europea, a quanto emerge dall’ultimo report del servizio di ricerca del Parlamento Europeo.

    Ursula von der Leyen guida la Commissione, Roberta Metsola il Parlamento, Christine Lagarde la BCE, mentre il ruolo di Alto rappresentante UE per la Politica estera (e il servizio diplomatico del Servizio europeo per l’azione esterna SEAE) è affidato a Kaja Kallas. Eppure, il numero complessivo di donne nelle istituzioni è in calo. Nel Parlamento Europeo, dopo una crescita ininterrotta dal 1979 al 2019 (quando era al 41 per cento), la quota di eurodeputate è scesa al 38,5 per cento dopo le elezioni del 2024, segnando un preoccupante stop a una tendenza che sembrava consolidata. Come evidenziato dalla ricerca, il progresso verso la parità non è solo rallentato, ma in alcuni casi si è letteralmente fermato.

    L’analisi dei dati presentano un continente a due velocità: da una parte nazioni come la Svezia, dove le donne superano il 60% della rappresentanza parlamentare europea, e la Finlandia, che vanta un governo nazionale con il 57,9% di ministre. Dall’altra, permangono sacche di resistenza estrema: l’Ungheria non conta alcuna donna nel suo Consiglio dei ministri, mentre Cipro non ha eletto nemmeno una donna al Parlamento Europeo nell’ultima tornata elettorale.

    Gli strumenti per colmare questo divario sono al centro del dibattito. Undici Stati membri utilizzano quote vincolanti, con Paesi come Italia, Francia e Belgio che applicano il principio di parità al 50 per cento. Al contrario, diversi Paesi nordici raggiungono livelli di eccellenza senza obblighi legislativi, basandosi su culture politiche più inclusive e quote volontarie dei partiti. Tuttavia, dove mancano regole o una forte volontà politica, le donne restano escluse dai processi decisionali.

    A Strasburgo, le elette italiane si fermano al 34,2 per cento, una quota sensibilmente inferiore alla media parlamentare del 38,8 per cento. Il ritardo è confermato dall’indice del potere politico 2025, dove l’Italia ottiene un punteggio di 41,2, restando ancora distante dalla media UE di 47,3. Eppure, il Paese ha compiuto notevoli passi in avanti: nel Parlamento nazionale, le donne occupano oggi il 33,9 per cento dei seggi, segnando un progresso straordinario rispetto al 2005, quando la presenza femminile era ferma al 10 per cento. Il cambiamento è visibile anche sul territorio. A livello regionale la rappresentanza è letteralmente triplicata nell’ultimo ventennio, toccando il 30 percento, mentre nei comuni la presenza femminile ha ormai superato stabilmente la soglia del 30 per cento. Tuttavia, il confronto europeo resta una sfida aperta: la media UE per i consigli locali si attesta al 34,5 cento, un traguardo che l’Italia, nonostante la crescita costante, deve ancora tagliare.

    Non è però solo una questione di numeri, ma anche di “portafogli”. Esiste una segregazione tematica del potere: i ministeri cosiddetti “pesanti” rimangono roccaforti maschili. All’inizio del 2026, nell’intera UE si contavano solo cinque donne ministre della Difesa e altrettante alle Finanze. Le donne sono più frequentemente assegnate a settori socio-culturali come sanità, istruzione o affari sociali. Questa dinamica si riflette nelle configurazioni del Consiglio dell’UE: se le riunioni sulla salute vedono una partecipazione femminile vicina al 50%, quelle su Affari Economici o Difesa la vedono ridursi a poche unità.

    L’importanza di rispettare un equilibrio di genere, recita il report, non è solo per giustizia sociale, ma per la qualità della democrazia stessa. Le donne al potere favoriscono stili cooperativi, riducono la polarizzazione e aumentano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Tuttavia, nel 2026 emergono nuove sfide: la violenza online e le molestie, a cui le donne in politica sono particolarmente esposte, agiscono come potenti fattori di scoraggiamento.

    A questo si aggiunge l’impatto dell’Intelligenza Artificiale. Se da un lato può potenziare le campagne elettorali di chi ha meno risorse, dall’altro le donne mostrano statisticamente meno fiducia in questa tecnologia rispetto agli uomini. Secondo il Carnegie California AI Survey, alla domanda se l’IA possa aiutare a diventare elettori più informati solo il 33cento delle donne risponde “Sì”, il 41 perceto dice “No” e il 26 percento “Non sa”. Mentre per gli uomini il 41 per cento risponde “Sì”, il 36 percento dice “No” e il 23 percento “Non sa”. Secondo il Parlamento questo comporta un rischio maggiore per la popolazione femminile di essere svantaggiate nell’uso di strumenti digitali avanzati, oltre a essere vittime di campagne d’odio alimentate da algoritmi.

    Il Parlamento Europeo ha cercato di intervenire proponendo riforme radicali, come l’introduzione di criteri di parità obbligatori nell’Atto elettorale europeo e misure più severe contro le molestie sessuali nella vita politica. Tuttavia, queste proposte rimangono spesso bloccate in Consiglio, dove è necessaria l’unanimità degli Stati membri per procedere. La situazione del 2026 ci ricorda che il progresso verso l’uguaglianza è un processo né lineare né garantito.

     

    Tags: disuguaglianza di genereDivario di genereeurappresentanza politica

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