Bruxelles – Donald Trump prova a fare finta di niente. Il presidente degli Stati Uniti vede il suo partito Repubblicano perdere le elezioni di medio termine e un Paese ridisegnato dal punto di vista politico e istituzionale. I democratici conquistano il controllo di tutto il Congresso, entrambi i rami. I progressisti conquistano 24 seggi alla Camera dei rappresentanti, e ben sette in Senato, grazie alle storiche affermazioni in Texas e Kansas, roccaforti dei conservatori, che perdono anche in Iowa e Carolina del sud. Numeri che consentono di raggiungere il numero necessario per la maggioranza in entrambe le camere. È una debacle, quella che silenziosamente attendeva l’Unione europea.
Trump prova a scherzarci su, dicendo che l’esito si spiega con il fatto che “non c’era il mio nome sulle schede, altrimenti avremmo vinto”, quindi mostra serietà istituzionale dicendo pubblicamente di voler “accettare i risultati”. Affermazioni, queste ultime, che arrivano dopo aver dichiarato di essere pronto a diventare ‘mr veto’ in caso di vittoria dem alle elezioni. Parole che seguono parole, e che lasciano intendere che la nuova metà di legislatura può essere ancora più ricca di incognite. Perché Trump continua a dire tutto e il contrario di tutto, dimostrandosi imprevedibile e per questo inaffidabile. Lo scenario di una paralisi decisionale e di ricatti potrebbe non essere del tutto esclusa, anche se lo stesso Trump ammette di essere pronto a “collaborare” con il nuovo congresso. Per tornare alla prima versione, quella dell’uso del potere di veto, cinque minuti più tardi.
Dall’altra parte dell’Atlantico si guarda con silenzioso rispetto e altrettanto silenzioso auspicio. Che Trump sia stato una maledizione per l’UE è un dato di fatto. Dai dazi che hanno inciso sull’economia a dodici stelle, dalle operazioni militari statunitensi in Iran e fino alla crisi che ne è seguita, le politiche di Trump, volte a scardinare le agende di sostenibilità, hanno portato in molti, all’interno delle cancellerie europee e ancor più nelle istituzioni comunitarie a sperare nella sconfitta elettorale alle elezioni di mid-term.
Le elezioni statunitensi potrebbero rimodellare anche i rapporti bilaterali. Potrebbero, condizionale d’obbligo. Tutto è rimesso alla prova dei fatti, e tutto, ancora una volta, passa per Donald Trump e come vorrà comportarsi. C’è certamente la consapevolezza che un Trump non più plenipotenziario è un interlocutore più facile da gestire, nella misura in cui può produrre meno scossoni, ma non per questo resta meno imprevedibile.
I commenti sempre solerti e puntuali su qualunque evento di qualsiasi natura vengono messi in stand-by: niente reazioni social da nessuna delle istituzioni, dove si attende l’ufficialità della sconfitta di Trump. A rompere gli indugi è Luděk Niedermayer (PPE) vicepresidente della commissione Affari economici del Parlamento: “La folle politica di Trump ha spinto un numero insolitamente elevato di americani a venire alle urne e a cambiare la propria maglia”. Non proprio un endorsement, anzi. Mentre dalle fila dei socialisti Christel Schaldemose esprime “cauto ottimista a nome dell’Europa”, esortando a evitare facili trionfalismi. “L’UE deve continuare a essere più forte e a stare in piedi con le proprie gambe”. È questa la chiave per il futuro di Trump.
![Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump [foto: Molly Riley/imagoeconomica]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/11/Imagoeconomica_2830139-750x375.jpg)






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