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    Home » Politica » INTERVENTO/ Perché la posta in gioco in Catalogna è lo Stato di Diritto e una certa UE

    INTERVENTO/ Perché la posta in gioco in Catalogna è lo Stato di Diritto e una certa UE

    Di Roberto Rampi, Senatore PD iscritto al Partito Radicale e Matteo Angioli, Presidenza del Partito Radicale

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    15 Gennaio 2019
    in Politica
    Jordi Sanchez, si reca al Palazzo di Giustizia prima di essere arrestato

    Jordi Sanchez, si reca al Palazzo di Giustizia prima di essere arrestato

    “Shame on Europe”. Questo si legge sull’asfalto all’ingresso del carcere di Lledoners, a 70 km a nord di Barcellona. Noi l’abbiamo letta l’8 gennaio prima di incontrare quattro dei nove esponenti catalani in detenzione preventiva da un anno e due mesi. Vergogna per un’Europa che finge di non vedere che in quel carcere, oltre ai nove “presos politicos”, è detenuto anche lo Stato di Diritto. L’8 gennaio dunque abbiamo speso due ore intensissime con l’ex portavoce del governo regionale catalano Jordi Turull, l’ex Ministro per il territorio e la sostenibilità Josep Rull, l’ex Ministro per le relazioni esterne ed ex deputato europeo Raul Romeva e l’attivista e presidente dell’associazione “Assemblea Nazionale Catalana”, Jordi Sanchez. La visita in carcere è stata preceduta da un incontro nella sede della Presidenza della Catalogna, nota come Generalitat de Catalunya, con il presidente Quim Torra, il successore di Carles Puigdemont.

    Benché convinti che solo con una sovranità europea federale sia possibile contribuire al superamento dell’annosa questione, crediamo che il silenzio e l’ostracismo dell’Europa e di molti sedicenti “liberali” sia una scelta politicamente miope e suicida per tutte le parti coinvolte. La richiesta di dialogo da parte delle autorità di Barcellona con quelle di Madrid e Bruxelles e il rifiuto della violenza da parte degli esponenti catalani, confermate da uno sciopero della fame di tre settimane condotto dai detenuti che abbiamo incontrato, non possono passare inosservati.

    Le accuse mosse contro gli esponenti catalani, in particolare quella di ribellione, sono ingiuste e pericolose perché presuppongono l’impiego della violenza da parte degli imputati. Nell’organizzazione e svolgimento del referendum del primo ottobre 2017 sull’indipendenza invece, sono stati proprio i cittadini, anche anziani, ad aver subito la violenza della polizia spagnola che aveva ricevuto l’ordine di impedire il voto. Incarcerare dunque rappresentanti eletti ed attivisti del mondo dell’associazionismo per 14 mesi senza che questi abbiano commesso nessun atto violento è qualcosa di grave che non deve accadere né in Cambogia, dove dopo il regime dei Khmer Rossi si è installato un dittatore tutt’oggi inamovibile, né in uno dei maggiori paesi dell’Unione europea come la Spagna che, dopo la fine del regime di Franco ha votato una Costituzione democratica con una grande partecipazione proprio della componente catalana.

    Un referendum consultivo, come previsto dalla Costituzione spagnola, è una delle forme attraverso le quali viene esercitata la libertà di espressione. La negazione e la repressione di un simile atto, costituzionalmente garantito, deve suonare come un campanello d’allarme circa l’incapacità e la volontà di governi di nutrire il dialogo, il contraddittorio, la conoscenza; in altre parole la democrazia. La posta in gioco a questo punto è il diritto di dissentire, presentare e dibattere pacificamente proposte alternative come si presume accada nelle società governate dallo Stato di Diritto, in cui nessuno è al di sopra della legge e in cui le leggi vengono applicate in linea con gli standard e le norme internazionali sui diritti umani. Se trovati colpevoli di ribellione, i detenuti rischiano pene dai 17 ai 25 anni. E’ accettabile? Se dovesse confermarsi questo scenario, una simile pena inflitta per aver commesso un’azione nonviolenta costituirà un pericoloso indebolimento della ricerca del dialogo politico, il cui soffocamento potrebbe esacerbare la situazione e incoraggiare manifestazioni di protesta violenta. Un’idea giudicata non buona si sconfigge con un’idea migliore, non con una bastonata dopo l’altra.

    Il silenzio dell’Europa è purtroppo comprensibile, ma certo non giustificabile. L’ultima cosa con cui vuole aver a che fare un conglomerato di Stati nazionali sono atti e rivendicazioni separatiste. Tuttavia, se anche i liberali si schierano con i nazionalisti e sovranisti di Madrid, impedendo il dialogo con Barcellona ed espellendo i democratici catalani dalla famiglia liberale europea, vengono meno anche le speranze per un’Europa unita in una federazione politica. A tal proposito, il 16 dicembre scorso, l’ex Presidente del governo spagnolo Luis Zapatero aveva dichiarato: “Il loro era un viaggio verso il nulla, che ha superato i limiti della politica. Ma non hanno fatto un colpo di stato”, e poi ha aggiunto che Madrid deve fare “un grande sforzo per stabilire un dialogo” con i partiti indipendentisti, e che per ora “non c’è stato quasi nessun dialogo”.

    L’auspicio è che la battaglia per lo Stato di Diritto che passa per i corpi dei nove prigionieri politici e per il territorio della Catalogna, popolato da circa 7 milioni di persone, cresca in un’ampia iniziativa politica di grande respiro per il diritto, la democrazia e la libertà di oltre 500 milioni di persone, possibili futuri cittadini degli Stati Uniti d’Europa. Per coltivare questa speranza crediamo che chiunque abbia a cuore il futuro democratico, federale e laico dell’UE oggi debba andare a Barcellona, non Madrid.

    Roberto Rampi, Senatore PD iscritto al Partito Radicale
    Matteo Angioli, Presidenza del Partito Radicale

    Tags: Jordi Sanchez

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