Il Fondo unico di risoluzione bancaria continua a dividere gli stati membri dell’Ue. Superati gli scogli dell’ammontare del fondo (55 miliardi euro) e sul lasso temporale per formarlo (otto anni), resta ancora da chiarire come i paesi parteciperanno alla riserva anti-crisi degli enti creditizi. La Francia vorrebbe un contributo proporzionale al grado di rischio: più una banca è esposta e più il paese e più deve mettere nel fondo di risoluzione. La Germania invece preme per il principio della grandezza: ciascuno istituto di credito deve contribuire in base alle proprie dimensioni. Una contrapposizione che rischia di creare rallentamenti nell’attuazione del progetto di unione bancaria, al via tra pochi mesi. La vigilanza unica affidata alla Bce partirà a novembre di quest’anno, mentre dal primo gennaio 2016 il fondo unico di risoluzione dovrà essere pienamente operativo. Ciò significa che i paesi partecipani (ventisei su ventotto, restano fuori per ora Regno Unito e Svezia) per quella data dovranno aver sciolto tutti i nodi e aver ratificato l’accordo intergovernativo dello scorso maggio.
Le posizioni dei paesi restano differenti, e il dibattito a quanto pare proseguirà ancora nei prossimi mesi. Domani l’Ecofin affronterà il tema, ma sarà solo una discussione e dunque conclusioni non ve ne saranno. Si farà il punto della situazione e, auspicabilmente, si cercherà di superare il nodo della partecipazione al fondo unico di risoluzione, anche se – rivelano fonti del Consiglio – non sembrano esserci ancora le condizioni per nuovi sviluppi. Insomma, si resta fermi sulle posizioni – distanti – di partenza.
In base agli accordi raggiunti nei mesi scorsi, al meccanismo di vigilanza bancaria è affiancato un meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie: le banche in crisi di liquidità verranno soccorso da un fondo finanziato dalle stesse banche attraverso l’1% dei depositi coperti. Il fondo avrà una dotazioen complessiva di 55 miliardi, che saranno versati progressivamente in otto anni. Il primo nucleo sarà costituito dalla messa in comune dei fondi predisposti dagli Stati membri: durante il primo anno di operatività, la percentuale messa in comune sarà del 40%, che salirà al 60% dopo due anni e al 70% dopo tre.

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