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    Home » Editoriali » Dal voto spagnolo per Podemos la sfida alla nuova Europa

    Dal voto spagnolo per Podemos la sfida alla nuova Europa

    Michele Di Salvo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/https://twitter.com/@micheledisalvo" target="_blank">https://twitter.com/@micheledisalvo</a> di Michele Di Salvo https://twitter.com/@micheledisalvo
    25 Maggio 2015
    in Editoriali
    iglesias

    Pablo Iglesias

    L’Europa scopre lunedì mattina che in Spagna si è votato. E lo scopre perché sostanzialmente vince Podemos, e rompe il meccanismo del bipartitismo. Il fenomeno viene commentato con analogie impossibili, come in Italia col M5S, e immediatamente il suo leader Iglesias precisa “non siamo come Grillo, lui vuole solo distruggere”. La chiave di lettura che marca le differenze con altre realtà europee, e lo colloca con Syriza è esattamente questa: non sono Tzipras né Podemos ad aver vinto, ma sono i due maggiori partiti ad aver clamorosamente e drammaticamente perso. Ma hanno vinto – per sconfitta altrui – per una caratteristica essenziale: si sono candidati si con un programma diametralmente alternativo, soprattutto in materia fiscale, finanziaria e sociale, ma per governare, a costo di fare coalizioni e scegliere alleanze, per altri dichiaratamente con le minoranze e con il partiti di sinistra, senza ambiguità e senza reticenze. L’elettore sapeva con chiarezza e senza sorprese con chi sarebbero comunque andati, e che le alleanze erano un passaggio possibile se necessario per governare: si viene eletti, in altre parole, per fare le cose. Podemos si è presentato come un partito che ha fatto quello che ha detto. In Europa non ha trovato scuse o giustificazioni per non mantenere la promessa “giudichiamo immorale che un europarlamentare spagnolo guadagni più di tre volte lo stipendio medio spagnolo”. Senza demagogie. E non si sono alleati con “chiunque pur di fare numero e gruppo”, ma hanno fatto scelte di coerenza. E queste due chiavi hanno consolidato una fiducia che tutto è meno che fondata su populismo e demagogia. Ma che offre un’ulteriore elemento di riflessione. Tzipras e Iglesias vivono nei due paesi con il più basso tenore di vita e reddito pro-capite dell’Unione (in termini relativi). In Spagna lo stipendio medio è la metà di quello italiano (tra il 550 e i 700 euro), e in Grecia il 30%. A dirla tutta in Grecia lo stipendio mensile degli statali venne abbassato a 430 euro netti, che Tzipras (troika contraria) ha unilateralmente portato a 720. I due partiti – popolare e socialista – hanno perso perché non sono stati sostanzialmente in grado di offrire una visione, una strategia e una proposta di scenario differente. concretamente fattibile, e perché visti come continuità rispetto al passato e come responsabili della situazione attuale. E sia Tzipras che Iglesias, oltre a dare una visione nuova e alternativa hanno proposto la concretezza di andare a governare, anche senza il 51%, e di fare accordi coerenti ma con una proposta politica, economica e sociale precisa. E in entrambi i paesi la premessa era – ed è – la stessa, precisa e drammatica contemporaneamente: non si tratta di “fare una politica per alcuni anni”, ma di fare una precisa scelta di cambiamento radicale delle scelte di politica economica e finanziaria. Una scelta radicale perché la percezione è che l’alternativa unica sia il baratro. E in questa logica la scelta dei politi spagnolo come greco è di sopravvivenza. in questo senso la politica di Varoufakis non va vista come “una scelta individuale, o temporanea, o ideologica o di “un governo”, ma come scelta obbligata. Raddoppiare lo stipendio minimo non è atto di populismo interno, ma elemento indispensabile per far ripartire i consumi, la domanda interna e quindi anche la produzione e risollevare l’economia. Senza questa scelta, non si comprende come, pagati i debiti esteri, possa esserci sviluppo e crescita. Per queste ragioni il fenomeno greco e quello spagnolo non sono ripetibili in economie e società differenti, che seppure strette nel morso di una crisi forte e in assenza di soluzioni politiche ed economiche radicali, comunque non sono in condizioni così estreme da essere un bivio salvavita. E forse anche solo volerle importare altrove come esperienze, senza la novità e la credibilità – anche anagrafica – di quei leaders – né in sé, questo si, populismo demagogico, ed anche opportunismo mediatico. Ma accanto a questo c’è un altro fenomeno – anch’esso figlio di questa crisi e della mancanza di soluzioni vere e radicali – che sta attraversando l’Europa nel suo complesso. Se anche negli altri paesi – ad esclusione dell’elefante tedesco – non si sta completamente male, di certo non si sta bene, e invece di immaginare un nuovo patto tra popoli europei, la soluzione che pare venga preferita è quella del “protezionismo interno nazionalista”, attraverso varie declinazioni, come la scelta Ungherese, come l’avanzata dei Salvini in Italia e della LePen in Francia, ma anche con una Polonia che si affida all’ultra nazionalista di destra Duda. Sono l’altra faccia della medaglia della crisi nei paesi intermedi, ed anche questi fenomeni sono frutto di una mancanza di visione politica, economica, finanziaria e sociale dell’Europa. Ed è a quell’Europa ed alle sue istituzioni che compete non tanto e non solo definire regole nuove e un nuovo patto di coesistenza, ma soprattutto una nuova visione delle politiche sociali e finanziarie che consenta che non ci siano più popoli e nazioni di serie A, B o C. Ed è questa, in estrema sintesi, la sfida – costruttiva – che viene lanciata dalle scelte di Varoufakis quanto dal voto spagnolo. Con un’alternativa altrettanto chiara e visibile: avere una costellazioni di paesi chiusi tra loro nell’estrema difesa ultranazionalista, tendenzialmente xenofoba.

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