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    Home » Opinioni » Il tempo delle divise

    Il tempo delle divise

    Diego Marani di Diego Marani
    16 Giugno 2025
    in Opinioni, Difesa e Sicurezza
    difesa ue

    Sempre più in questi ultimi anni le divise sono tornate a far parte del nostro paesaggio quotidiano. Dalla fine della leva obbligatoria non ne avevamo più viste in giro e comunque non godevano di una gran considerazione i marmittoni che riempivano i treni e sciamavano sfaccendati, dentro e fuori le caserme, dove perdevano tempo, non imparavano nulla. Di certo non ad usare un fucile, perché non ce n’era abbastanza per tutti, meno che mai la lealtà alla patria.

    Anzi il servizio militare era proprio una scuola dell’imboscamento e della finzione, associato a sprechi infiniti, trafugamento di provviste, commerci illeciti e raccomandazioni di ogni tipo. Insomma faceva ridere il nostro esercito, dissipava ogni minimo senso di patria, anzi educava alla diserzione e al qualunquismo. La naja era vista come una punizione, una tassa preventiva da pagare allo Stato che ce lo faceva subito detestare e di cui non si vedeva la ragione, un inciampo della nostra giovinezza.

    La scomparsa della naja ha spazzato via quell’immagine di baraccone che incombeva sulle nostre forze armate che adesso godono di un’ottima reputazione e sono composte da professionisti apprezzati anche sulla scena internazionale nelle nostre forze di pace. I venti di guerra che soffiano ovunque nel mondo richiedono oggi maggiori investimenti nella difesa.

    Che lo si voglia o no, la dissuasione si è rivelata in questi ultimi 80 anni l’unico strumento efficace nella prevenzione dei conflitti e di conseguenza la spesa militare deve aumentare. Una difesa europea diventa di giorno in giorno più necessaria, ci si arriverà un passo alla volta ma intanto serve riarmarsi e arruolare nuove leve in un mestiere difficile, dove sono richieste competenze non solo militari ma anche tecnologiche di grande complessità. Per quanto ognuno di noi detesti la guerra, di guerra bisogna parlare, alla guerra ci si deve preparare, come dicevano i romani.

    Non c’è quindi nulla di male che ovunque si organizzino sfilate e cerimonie militari, che si aprano fiere espositive dove fornire informazioni sui vari corpi, sulle formazioni disponibili e sulle possibilità offerte da una carriera militare.

    Ma io credo che ci siano luoghi dove le divise non devono entrare. Un po’ come succede nei seggi elettorali, in cui i militari non possono mettere piede. Perché una divisa è sempre sinonimo di forza, di violenza, in fondo, di prevaricazione. Simboleggia il patto che ogni cittadino tacitamente sottoscrive con lo Stato conferendogli il diritto di esercitare la violenza in vece sua, pur se nel rispetto delle leggi. Un patto che in fin dei conti è sempre un po’ torbido, perché seppur lecitamente, acconsente l’omicidio, il più indicibile ed osceno gesto che un uomo possa compiere.

    Per questo reputo sbagliato che i bersaglieri vadano a fare proselitismo nelle scuole. Non siamo più ai tempi del libro Cuore e della Piccola vedetta lombarda. Siamo cittadini, non più sudditi. Il patriottismo oggi lo si suscita con l’equità fiscale, le pari opportunità, la giusta retribuzione, l’assistenza sociale, il funzionamento dei servizi pubblici e un degno servizio sanitario.  E poi i libri, la cultura, l’istruzione, l’arte dovrebbero essere tenuti lontani dal clangore delle armi. Perché quando parlano le armi, cultura e istruzione sono costrette a tacere e questo per noi dev’essere sempre qualcosa di inaudito, di scandaloso, di inaccettabile. La guerra deve sempre restarci estranea, non deve mai avere cittadinanza, deve sempre essere la scelta estrema, alla fine sempre qualcosa di cui vergognarci.

    I romani, che di guerre se ne intendevano e ne hanno combattute tante, i loro eserciti li tenevano nel Campo Marzio, fuori dalle mura cittadine.

    Tags: militari

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