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    Home » Diritti » La caccia sportiva in Tanzania minaccia i masai, ma l’Ue non pensa a vietare l’import venatorio

    La caccia sportiva in Tanzania minaccia i masai, ma l’Ue non pensa a vietare l’import venatorio

    Le regole in vigore possono giustificarlo solo in caso di impatto negativo sulle specie animali selvatiche, non per le comunità umane. Roswall: "Non intendiamo rivedere il nostro approccio"

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    19 Giugno 2025
    in Diritti, Cronaca
    Membri di una tribù masai [foto: Nezumi/Wikimedia Commons]

    Membri di una tribù masai [foto: Nezumi/Wikimedia Commons]

    Bruxelles – La caccia sportiva in Tanzania minaccia sempre più i masai, la popolazione indigena strappata dalle proprie terre per le attività venatorie i cui prodotti continueranno a essere venduti nell’Ue. La Commissione europea non ha intenzione di modificare le regole vigenti, neppure davanti a pratiche considerate immorali e inumane dal Parlamento europeo. Si mobilitano Verdi, socialisti (S&D), sinistra radicale (laSinistra), attraverso un’interrogazione congiunta con cui si esorta a vietare o sospendere le importazioni di trofei di caccia  dallo Stato dell’Africa orientale proprio per l’impatto negativo sulle popolazioni indigene nella zona di conservazione di Ngorongoro.

    I masai vivono tra Kenya e Tanzania. In quest’ultimo Paese si stima ne vivano circa 463mila, in base ai censimenti realizzati. Secondo gli europarlamentari le battute di caccia in cui parti degli animali selvatici cacciati vengono conservate ed esposte come trofei mettono a rischio un terzo della popolazione di masai presente in Tanzania. “Dal 2022 il governo tanzaniano prosegue la sua azione di sgombero delle popolazioni masai dalle loro terre ancestrali a Loliondo e, attualmente, sta adottando misure per espellere 150mila masai dalla zona di conservazione di Ngorongoro, a Loliondo”, denunciano i 19 firmatari.

    Un elefante nell’area di conservazione di Ngorongoro, in Tanzania [foto: Zenith4237/Wikimedia Commons]
    Persino l’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu ha espresso preoccupazione per le misure messe atto in Tanzania dal governo nazionale, criticando la politica di promozione del turismo venatorio e dei safari a scapito delle popolazione indigene. Insomma, l’Ue dei diritti e dei valori dovrebbe farsi sentire, ma a richiesta precisa e puntuale l’esecutivo comunitario risponde con un nulla di fatto, e l’intenzione di non fare nulla.

    “La Commissione non intende attualmente rivedere il proprio approccio alla caccia ai trofei“, taglia corta Jessika Roswall, commissaria per l’Ambiente. Il motivo di questo ‘no’ sta nel fatto che “la Commissione ritiene che programmi di caccia ai trofei legali e ben regolamentati possano apportare benefici sia per la conservazione della fauna selvatica che per il sostentamento e il benessere delle popolazioni indigene e delle comunità locali che vivono a contatto con specie selvatiche”.

    L’aspetto umano della vicenda non è contemplato perché non contemplabile. E’ una questione giuridica e tecnica, spiega Roswall. “La normativa dell’Ue che disciplina il commercio di specie selvatiche, compresi i trofei di caccia, non fornisce una base per sospendere il commercio per motivi diversi da quelli connessi all’impatto negativo sullo stato di conservazione della specie“. In sostanza: l’Ue può imporre il bando alle importazioni dei trofei di caccia della Tanzania solo se questi mettono a rischio gli animali, ma non gli uomini che vivono nell’area. Per i masai niente da fare, dunque? No. Il governo dovrebbe riconoscere loro “un risarcimento e una ripartizione equa e trasparente delle entrate provenienti dalle risorse natura”. Così è, se vi pare.

    Tags: cacciadirittiindigenijessika roswallmasaitanzaniaue

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