Bruxelles – Non è più sinonimo di processi lumaca, ma l’Italia della giustizia non ha certo iniziato a correre. La relazione annuale della Commissione europea sullo stato di funzionamento del terzo potere fotografa un Paese alle prese con i problemi di sempre: pochi giudici e troppi avvocati, le più alte spese legali in rapporto al valore delle cause, tempi per concludere in via definitiva un procedimento all’ultimo grado di giudizio come nessun altro.
Qualche miglioramento c’è, ma l’Italia dovrà darsi da fare se vuole tenere fede agli impegni assunti nell’ambito del Piano nazionale per la ripresa (Pnrr) e i finanziamenti europei tramite Recovery Fund. La giustizia e il suo funzionamento sono una delle aree di intervento su cui si attendono progressi che, dati consolidati alla mano, non fanno sorridere. Certo, le informazioni sono aggiornate al 2023, e c’è dunque la possibilità che qualcosa sia cambiato in meglio. Per verificarlo bisognerà attendere le prossime edizioni, intanto la giustizia tricolore non fa parlare di sé come esempio d’eccellenza.
Processi lumaca, un nodo ancora non sciolto
La buona notizia è che in media ci si mette meno di un anno, in Italia, per chiudere un processo. Occorrono attorno ai 350 giorni, meno che in Grecia (630), Cipro (603) e Malta (400). Per una decisione di primo grado servono invece 500 giorni, giorno più, giorno meno, un lasso temporale tale da collocare l’Italia sul podio di questa speciale classifica (dietro Grecia e Croazia). Rispetto all’ultimo monitoraggio il sistema di giustizia tricolore ha accelerato di circa tre settimane, o 20 giorni.
Però, quando si parla di processi lenti, l’Italia è prima per il tempo richiesto per sentenze di terzo grado: 1.000 giorni perché una sentenza passi in giudicato. Due anni e nove mesi per chiudere definitivamente una causa, sia questa civile o commerciale. Nessuno come il Belpaese, capace di guidare le classifiche di lungaggini decisionali anche per sentenze di secondo grado: 700 giorni.
Troppi avvocati e troppi pochi giudici, nessuna sentenza e tanti costi
I tempi dilatati della giustizia in Italia sembrano essere legati alla struttura di un Paese dove in tanti cercano cavilli e in pochi alla fine decidono. Mentre l’Italia è ai primi posti nell’Ue per concentrazione di avvocati – quasi 400 per 100milia abitanti – il Paese si colloca agli ultimi posti per numero di giudici disponibili – appena 11 per 10mila abitanti. E mentre nessuno decide, i cittadini pagano, e non poco.
L’Italia si colloca al primo posto per spese processuali. Queste rappresentano il 52 per cento del valore della causa e dell’interesse da tutelare. In Finlandia, secondo Stato membro dell’Ue per caro-costi, il tasso si ferma al 39 per cento. Non solo: con circa 2.500 euro di parcella, il costo medio di un avvocato difensore italiano è il terzo più salato d’Europa, dietro Paesi Bassi e Croazia.
Per l’Italia c’è dunque molto da fare, e la Commissione intende fare in modo che si facciano i compiti a casa. “Quando i sistemi giudiziari sono solidi, cittadini e imprese sanno che i loro diritti non dipendono dai capricci del potere, ma dalla certezza della giustizia”, sottolinea il commissario responsabile per la Giustizia, Michael McGrath. “La mia missione è garantire che l’Unione europea rimanga il faro della certezza del diritto che è oggi”. Il governo è avvisato.

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