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    Home » Non categorizzato » L’UE lavora ad un nuovo crack finanziario

    L’UE lavora ad un nuovo crack finanziario

    [di Luigi Pandolfi] Nasce il mercato unico dei capitali, per il rilancio delle cartolarizzazioni e l'ulteriore liberalizzazione dei movimenti di capitale.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    10 Ottobre 2015
    in Non categorizzato

    di Luigi Pandolfi

    Tam­po­nati i danni che la finanza creativa aveva procurato al sistema in questi anni mediante gene­rose ope­ra­zioni di rica­pi­ta­liz­za­zione degli isti­tuti di cre­dito, in Europa è tutto pronto per­ché la grande gio­stra della spe­cu­la­zione possa tor­nare a girare più forte e più veloce di prima. Ne sono così con­vinti ai piani alti della Com­mis­sione Euro­pea, che, per lubrificarne gli ingranaggi hanno appena approntato un «piano d’azione» per abbat­tere ogni resi­dua bar­riera al movimento dei capi­tali in ambito UE. Pre­sen­tata come un «pila­stro» del piano trien­nale europeo di inve­sti­menti da 315 miliardi, più noto come “Piano Junc­ker”, l’iniziativa, deno­mi­nata Capi­tal Mar­kets Union (CMU), avrebbe come scopo quello di «con­tri­buire a creare un vero mercato unico dei capi­tali in tutti i 28 Stati mem­bri dell’UE», per «diversificare le fonti di finanziamento per le imprese» e, di conseguenza, per «incentivare l’occupazione». Nobili obiettivi, ver­rebbe da dire. Pec­cato che si tratti di una strada già abbon­dan­te­mente bat­tuta negli ultimi trent’anni, che ha con­dotto l’economia mon­diale sull’orlo del bara­tro appena otto anni fa.

    In cima agli obiet­tivi del piano c’è, difatti, il «rilan­cio delle car­to­la­riz­za­zioni», ovvero di quel sistema che con­sente alle ban­che di disfarsi dei pro­pri cre­diti, ceden­doli, a titolo one­roso, a società-veicolo (Spe­cial Pur­pose Vehi­cle) che li spez­zet­tano, li ricom­pon­gono, ne fanno titoli negozia­bili, pac­chetti di pre­stiti ban­cari da ven­dere sul mer­cato. Negli ultimi anni, tali ope­ra­zioni sono ser­vite alle ban­che non sol­tanto per inca­me­rare soldi fre­schi, sca­ri­cando i rischi di insolvenza sugli inve­sti­tori (anche pic­coli rispar­mia­tori), ma anche per aggi­rare la nor­ma­tiva vigente sul rap­porto tra pre­stiti ero­gati e patri­mo­nio dete­nuto. Espun­gendo dai pro­pri bilanci quote sem­pre mag­giori di cre­diti van­tati verso cit­ta­dini o imprese, la ban­che, insomma, hanno potuto incre­men­tare in maniera espo­nen­ziale la loro atti­vità di crea­zione dal nulla di denaro, ali­men­tando bolle spe­cu­la­tive e mol­ti­pli­cando all’infinito le probabilità di insolvenza dentro il sistema.

    Di fronte ai gravi pro­blemi eco­no­mici e sociali che atta­na­gliano l’Europa, dun­que, la Com­mis­sione euro­pea non ha altro da pro­porre che un incre­mento delle atti­vità finanziarie, di nuovo un affidamento alle magnifiche sorti e progressive dell’economia di carta. Non hanno dubbi: «Se le car­to­la­riz­za­zioni nell’UE tor­nas­sero ai livelli di emis­sione medi pre-crisi, sarebbe pos­si­bile generare tra i 100 e i 150 miliardi di euro di finanziamenti supplementari per l’economia». Come se alla base della Grande Reces­sione, nella quale per certi versi ancora siamo immersi, non ci fosse stata pro­prio la cre­scita iper­tro­fica della finanza speculativa ed il sistema bancario ombra (sha­dow ban­king system), tra le cui atti­vità le car­to­la­riz­za­zioni hanno sem­pre avuto un peso più che rilevante.

    Per non rischiare un pro­filo “minimalista”, nondimeno, accanto alle cartolarizzazioni, nel piano viene data grande impor­tanza anche ad altre atti­vità finanziarie, come, ad esem­pio, il private equity ed il ven­ture capi­tal. Alla let­tera, que­sto tipo di atti­vità con­si­stono nel rac­co­gliere fondi ed indi­riz­zarli verso la par­te­ci­pa­zione al capi­tale di impresa, al fine di realizzare, nel medio periodo, un gua­da­gno di capi­tale (capi­tal gain) mediante la ces­sione della par­te­ci­pa­zione stessa. In pratica, par­liamo di un mec­ca­ni­smo di acqui­si­zione del con­trollo di un’impresa attra­verso un’elevata leva finanziaria, vale a dire acquistante quote azionarie della stessa per un ammontare supe­riore al capi­tale posseduto.

    A debito, insomma. Come spesso è acca­duto, però, tali ope­ra­zioni non hanno avuto come fine lo sviluppo dell’impresa acquisita, ma solo la massimizzazione dei pro­fitti a spese dell’azienda stessa e dei lavo­ra­tori. La sto­ria di molte aziende finite nelle mani di questi fondi, infatti, presenta, grosso modo, lo stesso cli­ché: ingresso del fondo nel capi­tale, dura ristrut­tu­ra­zione, ven­dita dell’azienda (anche a pezzi). Il tutto nel giro di pochi anni, col solo obiet­tivo di uscire dall’operazione con stra­bi­lianti plu­sva­lenze. Per que­sta ragione, del resto, si è par­lato di “fondi locu­sta”, a pro­po­sito di tali stru­menti. Pro­prio come le caval­lette, infatti, que­sti “inve­sti­tori” si sono spesso avvin­ghiati su imprese sane, ne hanno approfittato per i loro fini speculativi, per poi smantellarle o lasciarle in macerie.

    Come se non bastasse tutto ciò, la Com­mis­sione si è detta anche inten­zio­nata a «rimuo­vere gli osta­coli ingiustificati di natura prudenziale» che impediscono alle compagnie assicurative di giocare un ruolo di primo piano nella par­tita dei pro­getti infra­strut­tu­rali euro­pei. Un modo, anche que­sto, per esten­dere il rag­gio d’azione della spe­cu­la­zione finanziaria, subordinandovi bisogni reali ed esigenze delle comunità locali.

    E non è finita qui. Il cerchio si chiude con i fondi pensione, strumenti di raccolta del risparmio, da inca­na­lare nel cir­cuito della finanza speculativa. La Commissione assicura che il suo scopo è «offrire alle famiglie migliori soluzione per realizzare i loro obiettivi pensionistici». Di fatto, parliamo dell’intenzione di poten­ziare la pre­vi­denza pri­vata a danno di quella pub­blica, ciò che nel piano viene definito il «terzo pilastro» del Capital Markets Union. C’entra qualcosa questo con le poli­ti­che di auste­rità di que­sti anni? A ben vedere, si direbbe pro­prio di si.

    In ter­mini gene­rali, il piano non fa che certificare la deriva di que­sta Europa: da patria del welfare state a labo­ra­to­rio del radi­ca­li­smo neo­li­be­ri­sta. In fondo, non ne fanno mistero i suoi “gover­nanti”. Anche in que­sta spe­ci­fica occasione: «l’Unione dei mercati dei capitali — si legge nel piano — dovrebbe con­sen­tire l’aumento della con­cor­renza e la crea­zione di mer­cati più liquidi», al fine di aumen­tare la «competitività europea». «Mercati più liquidi», quindi. Ancora più dere­go­la­men­tati, liberi da “lacci e lacciuoli” pro­prio quando le vicis­si­tu­dini dell’economia europea e mon­diale avreb­bero dovuto far riflettere sulla neces­sità di una loro più rigida limitazione.

    Dopo aver rea­gito alla crisi scop­piata tra il 2007 ed il 2008 con l’inasprimento delle poli­ti­che di auste­rità, oggi, in breve, l’Europa si affida, per disincargliarsene, agli stessi attori che l’hanno cagio­nata. Di fatto, non fa altro che mol­ti­pli­care il rischio di un nuovo crack finanziario.

    Pubblicato sul “manifesto” l’8 ottobre 2015. 

     

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