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    Home » Politica Estera » All’Onu comincia la conferenza sulla Palestina

    All’Onu comincia la conferenza sulla Palestina

    Mentre continuano i crimini di Tel Aviv contro la popolazione di Gaza, a New York Francia e Arabia Saudita danno il via alla loro iniziativa diplomatica per promuovere la soluzione a due Stati

    Francesco Bortoletto</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/bortoletto_f" target="_blank">bortoletto_f</a> di Francesco Bortoletto bortoletto_f
    28 Luglio 2025
    in Politica Estera
    Onu

    Foto: Jakub Porzycki/Afp

    Bruxelles – La diplomazia prova a battere un colpo a favore della Palestina. Con oltre un mese di ritardo, inizia oggi alla sede dell’Onu la conferenza co-presieduta da Francia e Arabia Saudita per promuovere il riconoscimento dello Stato palestinese, tra le divisioni della comunità internazionale. Nel frattempo, Tel Aviv ha momentaneamente ceduto alle pressioni dei partner e sta facendo entrare col contagocce alcuni aiuti umanitari a Gaza.

    La conferenza era stata annunciata oltre due mesi fa, a fine maggio, e si sarebbe dovuta svolgere a metà giugno. Poi però Israele ha sferrato il suo attacco contro l’Iran e, così, era stata rimandata sine die. Fino ad oggi (28 luglio), quando ha preso ufficialmente il via la conferenza di alto livello delle Nazioni Unite sulla “risoluzione pacifica della questione palestinese e l’attuazione della soluzione dei due Stati“, promossa da Parigi e Riad per imprimere un’accelerazione alla ricomposizione politica della cosiddetta questione israelo-palestinese.

    L’incontro, che si svolgerà fino a mercoledì (30 luglio) al Palazzo di vetro di New York, punta anche a centrare altri obiettivi chiave. La riforma dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), l’amministrazione guidata da Mahmoud Abbas che, operando come surrogato del futuro governo del futuro Stato palestinese, gestisce quello che rimane dei territori palestinesi occupati. Sul tavolo anche la smilitarizzazione di Hamas e la sua esclusione dalla vita politica della nazione palestinese che sarà e, infine, la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e gli Stati arabi della regione.

    Emmanuel Macron
    Il presidente francese Emmanuel Macron (foto: Stephane De Sakutin/Afp)

    Lo scorso giovedì (24 luglio), con una mossa che ha scosso il mondo politico occidentale, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che a settembre la Francia riconoscerà formalmente lo Stato di Palestina, il primo Paese G7 a farlo da quando, nel 1988, la leadership palestinese in esilio proclamò la nascita dello Stato. Per il suo ministro degli Esteri, Joel-Noël Barrot, “la prospettiva di uno Stato palestinese non è mai stata così minacciata, o così necessaria”.

    “La conferenza offre un’opportunità unica per trasformare il diritto internazionale e il consenso internazionale in un piano operativo e per dimostrare la determinazione a porre fine all’occupazione e al conflitto una volta per tutte, a beneficio di tutti i popoli“, ha dichiarato l’ambasciatore palestinese all’Onu Riyad Mansour, chiedendo “coraggio” a tutte le delegazioni (un centinaio circa) partecipanti.

    Per la segretaria generale di Amnesty international, Agnès Callamard, la priorità assoluta dev’essere quella di “intraprendere azioni concrete per porre fine al genocidio in corso” perpetrato da Israele nei confronti dei palestinesi, nonché di terminare “la sua occupazione militare illegale del territorio palestinese, che ha alimentato violazioni di massa contro i palestinesi e ha permesso e consolidato il crudele sistema di apartheid di Israele“.

    Senza “un cessate il fuoco immediato e duraturo” e la fine del “blocco illegale” imposto da Tel Aviv sulla Striscia, osserva Callamard, “qualsiasi processo volto ad affrontare il futuro dei palestinesi manca di credibilità“. “Gli Stati devono essere inequivocabili: Israele non è al di sopra della legge e la responsabilità è una priorità“, conclude.

    Benjamin Netanyahu
    Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto: Menahem Kahana/Afp)

    Tel Aviv e i suoi alleati di ferro non hanno preso bene l’iniziativa franco-saudita. Per il premier israeliano Benjamin Netanyahu (sul quale pende un mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale) la mossa di Parigi “premia il terrorismo” e Donald Trump ha bollato come “ininfluente” Macron e la decisione.

    Una cattiva idea anche per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, mentre il primo ministro britannico Keir Starmer è finito sotto il fuoco di fila dei deputati di Sua Maestà (inclusi i suoi stessi laburisti) affinché segua l’esempio di Macron. Giorgia Meloni schiera l’Italia sul consueto equilibrismo, sostenendo che riconoscere uno Stato palestinese che non esiste sulla cartina sia “controproducente“.

    Attualmente, sono 147 gli Stati membri dell’Onu che riconoscono la Palestina, su un totale di 193 Paesi. Tra questi ci sono undici membri Ue (Bulgaria, Cechia, Cipro, Irlanda, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria), ma nessuna nazione del G7. Un futuro Stato palestinese dovrebbe sorgere, teoricamente, sui territori di Gaza e della Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est), tutti occupati illegalmente da Israele sin dalla guerra dei Sei giorni del 1967.

    La speranza, almeno da parte dell’Eliseo, è che la spinta di Macron possa indurre altri Paesi a riconoscere la Palestina, aumentando la pressione diplomatica per una fine della guerra – virtualmente la più sanguinosa che il mondo abbia conosciuto negli ultimi decenni – e per il soccorso alla popolazione civile dell’enclave palestinese.

    israele gaza
    Sfollati palestinesi si accalcano per ricevere del cibo da parte di operatori umanitari al campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza (foto: Eyad Baba/Afp)

    Non solo con le bombe (metà delle quali sono made in Europe), ma anche attraverso la strumentalizzazione della fame. Tel Aviv sta affamando artificialmente centinaia di migliaia di esseri umani, negando loro gli aiuti umanitari che pure vengono stipati ai confini della Striscia – tanto che a tonnellate stanno venendo letteralmente buttati via, poiché ormai deperiti – con una deliberata strategia che ricorda l’Holodomor, il genocidio degli ucraini perpetrato dalla dirigenza sovietica nel 1932-33.

    Un numero crescente di Paesi, inclusi i tradizionali alleati europei, sta insistendo affinché lo Stato ebraico fermi la carneficina in corso, apra i valichi e faccia entrare a Gaza gli aiuti. Durante il weekend sono stati effettuati dei lanci di generi alimentari dal cielo, mentre il governo di Netanyahu (che incolpa l’Onu per i ritardi nella consegna degli aiuti) ha acconsentito a delle “pause tattiche” di una decina di ore al giorno “fino a nuovo avviso” e all’apertura di corridoi umanitari verso tre destinazioni nella Striscia.

    Ma è una goccia nel mare, che secondo gli esperti non sarà sufficiente a salvare i civili dalla malnutrizione. Nel frattempo non si interrompono i crimini di guerra dell’esercito di Tel Aviv, che ogni giorno continua ad assassinare decine di palestinesi durante la distribuzione del cibo a Gaza e continua a spalleggiare le violenze dei coloni in Cisgiordania.

    Tags: aiuti umanitariBenjamin NetanyahuEmmanuel MacronisraeleonuStato di PalestinaStriscia di Gaza

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