Bruxelles – L’UE non ci sta a farsi mettere da parte da Stati Uniti e Russia sulle trattative per porre fine alla guerra in Ucraina. È il messaggio che il capo della diplomazia comunitaria, Kaja Kallas, aveva appena finito di indirizzare all’alleato a stelle e strisce, all’indomani della pubblicazione sui media internazionali di una fumosa bozza di piano di pace, che sarebbe stata discussa bilateralmente tra Washington e Mosca. Per venire poi clamorosamente presa in contropiede da Kiev, che ha annunciato di essere in possesso del documento e di volerci lavorare con la Casa Bianca.
“Affinché qualunque piano abbia successo, dev’essere sostenuto dall’Ucraina e dall’Europa“, ha dichiarato parlando alla stampa al termine del Consiglio Affari esteri di oggi (20 novembre). L’Alta rappresentante ha rimarcato che “il nostro approccio è focalizzato” su nuove misure restrittive, in particolare contro la flotta ombra con cui la Federazione elude le sanzioni ed esporta il suo greggio all’estero.
Secondo quanto riportato ieri, un piano di pace in 28 punti sarebbe stato concordato in linea di principio tra due pesi massimi delle amministrazioni statunitense e russa, Steve Witkoff – il super inviato speciale incaricato da Donald Trump di risolvere tutte le guerre del mondo, dall’Ucraina all’Iran passando per Gaza (mentre quello che doveva essere l’inviato per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha annunciato le dimissioni) – e Kirill Dmitriev, influente consigliere del Cremlino.
I dettagli non sono ancora chiari, ma sarebbero emersi alcuni elementi che sembrano puntare ad una soluzione decisamente vantaggiosa per Mosca. Vi si menzionano, ad esempio, cruciali cessioni territoriali da parte di Kiev. Come contropartita per fermare l’aggressione, l’invasore otterrebbe l’intera area del Donbass (le due oblast’ di Doneck e Luhansk, ricche di minerali critici e già quasi completamente nelle mani dei russi), manterrebbe il controllo della penisola di Crimea e congelerebbe il fronte nelle altre due regioni annesse con un referendum farsa nel settembre 2022 (e mai conquistate completamente), cioè Kherson e Zaporizhzhia.

L’Ucraina dovrebbe inoltre accettare di ridurre il proprio esercito (limitandolo a 600mila effettivi dai circa 850mila attuali) e rinunciare a dotarsi di armi a lungo raggio capaci di colpire oltre confine. Ancora, si parlerebbe di un’interruzione dell’assistenza militare USA, così come verrebbero categoricamente esclusi sia l’adesione alla NATO sia qualunque dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina, com’era stato invece previsto dalla coalizione dei volenterosi. Ma, per la prima volta, un documento separato prevederebbe delle “garanzie di sicurezza” simili a quelle offerte dall’articolo 5 del Trattato nordatlantico.
Kiev dovrebbe riconoscere il russo come lingua ufficiale e concedere uno status formale alla Chiesa ortodossa russa. D’altro canto, il piano prevederebbe il ritiro delle sanzioni sulla Federazione, nonché il reintegro di quest’ultima nel G8 (era stata esclusa nel 2014, dopo l’occupazione della Crimea). Come nel caso di Gaza, poi, si parlerebbe di istituire un “Consiglio di pace” internazionale per supervisionare la tregua, sotto l’egida statunitense.
Ma per quanto Kallas abbia ostentato una serena fermezza – se Mosca volesse davvero la pace, ha detto, “avrebbe accettato il cessate il fuoco incondizionato offerto lo scorso marzo” – le sue parole sono invecchiate male nel giro di appena un’ora. Poco dopo, infatti, Volodymyr Zelensky l’ha clamorosamente smentita, confermando cautamente di aver ricevuto il testo della bozza di accordo durante un incontro pomeridiano con dei rappresentanti del Pentagono.
Il presidente ucraino avrebbe “evidenziato i princìpi fondamentali” su cui l’Ucraina vuole incentrare i negoziati, dichiarandosi “pronto ora, come prima, a lavorare in modo costruttivo con la controparte americana, così come coi nostri partner in Europa e nel resto del mondo, affinché si raggiunga la pace“. Kiev e Washington dovrebbero discutere di come migliorare la proposta, e Zelensky potrebbe incontrare Trump già nei prossimi giorni.
Il leader ucraino ha cercato a lungo delle solide garanzie di sicurezza per proteggere il suo Paese da future aggressioni, ma aveva precedentemente bollato come irricevibili le richieste territoriali avanzate a più riprese da Vladimir Putin. Mentre usciva il cauto commento dell’ufficio di presidenza, diversi alti funzionari di Kiev hanno criticato aspramente il documento russo-statunitense, definendolo una “provocazione” che va a tutto vantaggio di Mosca, descrivendo “inaccettabile” e “assurdo” l’accordo e parlando di una “capitolazione” che svenderebbe l’indipendenza e la sovranità nazionale. In base ad un emendamento legislativo approvato durante la guerra, peraltro, cedere territori alla Russia è incostituzionale.

A Bruxelles, l’Alta rappresentante aveva appena descritto come “calma” l’atmosfera della riunione odierna, perché tutti sanno che “i piani di pace non possono funzionare se gli europei e gli ucraini non concordano“. Per questo, aveva spiegato l’ex premier estone, i ministri si sono “concentrati a discutere quello che stiamo facendo”: sulle sanzioni che, certifica, hanno avuto un “enorme impatto” sull’economia russa, ma anche sulla protezione delle infrastrutture critiche dal “terrorismo di Stato sponsorizzato dalla Russia“, con riferimento ai recenti sabotaggi sulle ferrovie polacche.
L’approccio dell’Unione si basa su due punti: “Indebolire la Russia e rafforzare l’Ucraina“, ha ripetuto Kallas. Significa non far mancare a Kiev il sostegno di cui ha bisogno, militare e finanziario. Il tema che tiene banco da mesi, a tal proposito, è quello del prestito di riparazione da circa 135 miliardi di euro che Bruxelles vorrebbe pagare con gli asset russi congelati. Questione scottante, su cui è saltato l’accordo all’ultimo vertice di ottobre e su cui si cercherà nuovamente la quadra al summit di dicembre. Eppure, dice Kallas, oggi “non abbiamo discusso di finanziamenti”, anche se diverse cancellerie hanno sottolineato “l’urgenza di procedere” col prestito e superare le reticenze di alcuni governi, Belgio in testa.
Il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, è del medesimo avviso di Kallas. Ha ribadito che “l’Europa dovrà essere parte della trattativa“, anche perché bisognerà discutere di come ritirare le sanzioni comminate alla Federazione. “Quando finalmente ci sarà la possibilità di sedersi attorno a un tavolo, lavoreremo tutti per raggiungere la pace“, ha aggiunto, ricordando che “l’Ucraina rappresenta una barriera alla sicurezza per l’Europa”. Sicuramente, dice, dovrà “essere l’Ucraina a decidere sui territori occupati“. Quanto al nodo degli asset russi congelati, l’Italia è favorevole al loro utilizzo ma, ammonisce il vicepremier, “bisogna individuare la corretta base giuridica” poiché in un simile contesto “non si possono commettere errori”.
Il suo omologo francese Jean-Noël Barrot ha rimarcato che “la pace non può essere una capitolazione” per Kiev, mentre il polacco Radosław Sikorski ha espresso la speranza “che non sia la vittima ad avere restrizioni alla sua capacità di difendersi, ma che vengano limitate le potenzialità aggressive dell’invasore“. Fuori dal coro, come sempre, la voce ungherese: continuare a sovvenzionare “una mafia di guerra corrotta” in Ucraina sarebbe impensabile, ha commentato causticamente Péter Szijjártó riferendosi allo scandalo di corruzione esploso a Kiev negli scorsi giorni.












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