Bruxelles – Da oggi, 5 dicembre, Andrej Babiš non è più un imprenditore multimiliardario ma solo un politico. O almeno, questo ha promesso. Il futuro primo ministro ceco ha annunciato che si libererà delle partecipazioni nella sua multinazionale, l’Agrofert. “Ho deciso di rinunciare irrevocabilmente alla società Agrofert, con la quale non avrò più nulla a che fare, non ne sarò mai più il proprietario, non avrò più alcun rapporto economico e non avrò più alcun contatto”, ha promesso Babiš, che ha fondato Agrofert e ne detiene il 100 per cento delle quote. A Praga alcune testate lo proclamano già come un “eroe”, altre invece nutrono ancora qualche sospetto sul possibile conflitto d’interessi.
Plním podmínku prezidenta republiky. pic.twitter.com/9vzOQuqadf
— Andrej Babiš (@AndrejBabis) December 4, 2025
La vittoria di Babiš
Andrej Babiš è da sempre una figura controversa nel panorama politico europeo. Da alcuni paragonato a Donald Trump o Silvio Berlusconi, è riuscito a vincere, per la seconda volta, le elezioni per il Parlamento ceco. Il suo movimento populista Azione del cittadino scontento (ANO) ha ottenuto il 34 per cento delle preferenze, aggiudicandosi 80 seggi. Dopo le consultazioni, ANO ha raggiunto un accordo di governo insieme ad altri due partiti euroscettici e di destra, quali Europa delle Nazioni Sovrane (SPD) e quello degli automobilisti di Motoristé sobě (Motoristi da sé). Fino a oggi, però, il presidente della Repubblica, il filoeuropeista Petr Pavel, aveva temporeggiato sulla nomina del primo ministro, mostrando riserve sul rischio di conflitto di interessi.
Ieri sera, però, è arrivato l’annuncio che ha cambiato le carte in tavola. “Apprezzo il modo chiaro e comprensibile in cui Andrej Babiš ha rispettato il nostro accordo e ha annunciato pubblicamente il modo in cui ha risolto la questione”, ha dichiarato Pavel, aggiungendo che la chiamata al Castello (il presidente della Repubblica vive nel Castello di Praga) arriverà martedì 9 dicembre.
Oceňuji jasný a srozumitelný způsob, jakým Andrej Babiš dostál naší dohodě a veřejně oznámil způsob řešení svého střetu zájmu. Rozhodl jsem se, že do funkce předsedy vlády ho proto jmenuji v úterý 9. prosince v 9 hodin. Respektuji tím výsledky voleb do Poslanecké sněmovny…
— Petr Pavel (@prezidentpavel) December 4, 2025
Il fondo fiduciario
Il meccanismo che ha sbloccare lo stallo si chiama “blind trust”, cioè l’affidamento della gestione dei propri beni a un fondo fiduciario indipendente. Facendo così, l’operatività dell’azienda passa di mano senza che Babiš possa avere potere decisionale. Le quote ritorneranno poi alla famiglia Babiš solo dopo la morte del capostipite Andrej. Il meccanismo non è una novità: esistono precedenti illustri di politici obbligati ad affidare i propri beni nelle mani di fondi fiduciari.
Uno dei casi più simili fu quello di Jimmy Carter che, nel 1976, si liberò dell’azienda agricola di famiglia pur di diventare presidente degli Stati Uniti. Lo stesso fecero i primi ministri inglesi David Cameron e Tony Blair. In Italia, invece, il caso emblematico di Silvio Berlusconi ha avuto esiti ben diversi. Non è un caso, infatti, che Andrej Babiš fu soprannominato da Foreign Policy “Babisconi” durante il suo primo mandato, quello dal 2017 al 2021.
L’audit della Commissione
In quell’occasione aveva affidato le quote di Agrofert a due fondi fiduciari, ma non fu un vero e proprio “blind trust”. La Commissione Europea e le autorità di vigilanza ceche manifestò preoccupazione riguardo a un possibile conflitto di interessi. L’organo europeo condusse poi un audit per monitorare la situazione. Le conclusioni arrivate nel 2021 furono che Babiš continuava in parte a controllare l’attività e l’erogazione dei sussidi, nonostante avesse investito i suoi beni in trust. Le perplessità rimangono le stesse anche quattro anni dopo. Il giornale economico della Repubblica Ceca, Hospodářské noviny, ha scritto: “È piuttosto divertente affermare che questa volta il conflitto di interessi del futuro primo ministro è di fatto scomparso”.
Come poi precisato dal quotidiano ceco Dnes “anche se l’azienda non è più sotto la sua gestione si può sostenere che, nel caso di un’agglomerato così grande che opera in un segmento di mercato così chiaramente definito, il primo ministro saprà sempre quale decisione sarà vantaggiosa per l’azienda”.











