Bruxelles – Secondo un’inchiesta condotta da diverse testate europee, l’Unione europea starebbe chiudendo un occhio su un’ennesima pratica di greenwashing: il riciclo chimico della plastica, che sotto l’etichetta di soluzione sostenibile nasconde una realtà ben diversa. Imballaggi che sono composti al massimo al 5 per cento da polimeri recuperati, mentre tutto il resto è prodotto da combustibili fossili.
Il quotidiano britannico The Guardian, insieme alla francese Mediapart, la tedesca Deutsche Welle, l’italiana Altreconomia e ad altre testate indipendenti, hanno ricostruito il legame che unisce diversi marchi che utilizzano imballaggi in plastica, da Heinz Beanz di Kraft a Philadelphia di Mondelēz, alla compagnia petrolifera Saudi Aramco. La holding statale saudita è il più grande emettitore di gas serra al mondo e la sua controllata petrolchimica, Sabic, avrebbe messo in piedi una strategia efficace per ‘ripulire’ la propria attività inquinante. Ed etichettare la plastica prodotta nei propri stabilimenti come “circolare”, anche se rimane quasi interamente a base fossile.
Aramco, e altri attori dell’industria petrolchimica, utilizzano la pirolisi, un processo ad alta intensità energetica che converte i rifiuti di plastica in materia prima riciclata, l’olio di pirolisi. Un composto che tuttavia può costituire al massimo il 5 per cento della materia prima riciclata, e deve essere diluito con la virgin-nafta, un prodotto della raffinazione del petrolio.
Per far sì che la pirolisi venga etichettata come un processo sostenibile di riciclaggio della plastica, l’industria distorce il concetto di “contabilità del bilancio di massa” – indicando come imballaggi riciclati al 100 per cento lotti di produzione che in realtà contengono solo materie prime fossili. L’altro escamotage è quello delle “emissioni evitate”: sottraendo il carbonio che sarebbe stato rilasciato incenerendo un volume di rifiuti equivalente a quello riciclato, si ottiene un risparmio apparente rispetto alla produzione di plastica vergine.
Il fatto è che le etichette di riciclaggio basate sul bilancio di massa sono rilasciate dalla piattaforma guidata dall’industria stessa, International Sustainability and Carbon Certification (ISCC), e trasmesse dai produttori di plastica ai marchi di prodotti confezionati. Dai registri pubblici emerge che la plastica riciclata da Sabic conterrebbe anche meno del 5 per cento di olio di pirolisi. E il calcolo dell’impronta di carbonio, effettuato dal gruppo petrolchimico saudita, ammette che l’intero processo emette dal 6 all’8 per cento in più rispetto alla produzione di plastica da combustibili fossili.
L’inchiesta sostiene che, sotto le pressioni crescenti dell’industria petrolchimica, le istituzioni europee starebbero aprendo a includere il principio del bilancio di massa nella legislazione europea su plastica e imballaggi, tra cui la possibile revisione della direttiva sulla plastica monouso (SUP – Single Use Plastic).

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