E venerdì scorso, dieci giorni dopo, come ha riferito l’agenzia di notizie Belga, l’avvocato del conte Étienne Davignon, 93 anni, ha quasi silenziosamente presentato un ricorso contro il provvedimento di rinvio a giudizio per la contestata partecipazione a crimini di guerra. Molto cabalisticamente, il 17 marzo – proprio quel venerdì – la camera di consiglio di Bruxelles lo aveva citato per il suo coinvolgimento nei fatti, descritti come crimini di guerra, che, il 17 gennaio 1961, portarono all’uccisione di Patrice Lumumba, primo ministro del Congo, di Maurice Mpolo, ministro della Gioventù e dello Sport, e di Joseph Okito, vicepresidente del Senato: i tre leader della Repubblica congolese, allora indipendente da soli sei mesi.
Tutto questo segue, a 15 anni di distanza, una denuncia presentata nel 2011 dai figli di Lumumba contro dieci cittadini belgi. Ricorda Belga: la denuncia riguardava funzionari, poliziotti, agenti dei servizi per i crimini di guerra legati all’uccisione del padre. Étienne Davignon è l’ultimo sopravvissuto tra gli accusati. E sottolinea: “Sessantacinque anni dopo. E il Belgio, all’improvviso, si ritrova a fare i conti con sé stesso”.
Il Belgio si ritrova anche a fare i conti con una delle figure di maggior spicco della sua storia politica, economica ed europea. Se si guarda al disegno complessivo del potere europeo del secondo dopoguerra, Stevie, o Stevy Davignon, grand commis dinastico (la famiglia figurava già nei ranghi prossimi alla corte con ruoli politici nel 1830, alla fondazione dello stato belga; il nonno fu ministro degli esteri fino alla Prima guerra mondiale; il padre fu diplomatico a Budapest, città in cui Étienne nasce nel 1932) è una delle pochissime figure che impersonano il ruolo con la precisione e la passione che lui ha dimostrato.
A sua volta diplomatico di formazione, poi commissario europeo per vocazione e uomo d’industria per necessità, più del capitalismo euro-belga che sua, Davignon ha gestito per oltre sessant’anni i rapporti fra le istituzioni di Bruxelles e i “salotti buoni” del continente: il genoma, la mappa genetica di “come l’Europa abbia cercato di darsi una dimensione industriale comune di fronte alle sfide un po’ brutali della globalizzazione” (un Homo eropaeus dixit).
Un rampollo della diplomazia europea
La carriera di Davignon cominciò bene, come da copione per un rampollo di buona famiglia aristocratica. Nel 1959 è giovane diplomatico agli Affari Africani al ministero degli Esteri belga; poi viene destinato in Congo e fa il “junior” nella task force che lavora alla sua indipendenza, ma anche a quella del Burundi e del Ruanda. La missione congolese, su cui ora si concentrerà l’indagine, fornendo probabilmente una nuova e imprevedibile sfaccettatura alla sua biografia, lo fece entrare (1961) direttamente nel rilevante entourage di un gigante come Paul-Henri Spaak, il potentissimo ministro degli Esteri belga, soprannominato Mister Europe, annoverato fra i padri dell’Unione Europea oltre che zio di Catherine, figlia di suo fratello Charles…
In questo humus sociopolitico, permeato da un pragmatismo aristocratico, Stevie si mette in luce e, via via, trasforma il suo curriculum in un medagliere scintillante; acquisisce la capacità di navigare tra i dossier geopolitici più complessi. Il suo nome e il suo ruolo non compaiono nel libro Congo di David Van Reybrouk (definito monumentale, documentato con grande cura e fatto di ricerche dettagliatissime), ma fu proprio la partecipazione alla gestione della crisi del Congo che darà al Visconte l’imprinting definitivo: un commis di grande affidabilità e capacità relazionale, mediatore colto, elegante, tenace e apprezzato.
Farà il capo di Gabinetto del ministro degli Esteri fino al 1969. Tuttavia, il punto di svolta sarà l’anno successivo, dopo aver assunto il ruolo di direttore politico del Ministero degli Esteri. Presiederà il comitato che redigerà il Rapporto Davignon, documento centrale della trasformazione europea. La CEE era vissuta come un accordo tecnico-commerciale su carbone e acciaio, Davignon offrì la visione che l’Europa potesse anche fungere da Cooperazione Politica Europea, la “cosa”, un forum informale per coordinare le posizioni dei paesi membri a livello internazionale, separata dalle strutture comunitarie formali. La CPE venne formalizzata nel 1986, quando l’Atto unico europeo obbligò gli Stati a consultarsi prima di prendere decisioni definitive in materia di politica estera. La CPE è la nonna dell’attuale Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), istituita dal Trattato di Maastricht. A Davignon va il credito di aver compreso che, privo di una voce diplomatica unitaria, il mercato unico sarebbe forse rimasto economicamente rilevante ma irrilevante nella partita politica mondiale. Non molto distante dalle notazioni di Mario Draghi.
Tra gli anni Settanta e Ottanta, il ruolo percepito di Davignon fu quello di risolutore delle emergenze europee. Nel 1974, dopo la prima crisi petrolifera venne nominato primo presidente della neonata Agenzia Internazionale dell’Energia. Controparte europea dell’OPEC affina i negoziati con i grandi produttori e i governi nazionali, applicando le sue caratteristiche di mediazione e negoziato che si consolidano come il suo personalissimo branding.
Il Piano che salvò, per un po’, la siderurgia europea
E’ stato commissario europeo due volte. Mercato interno, unione doganale e affari industriali (1977-81) e poi vicepresidente della Commissione Thorn (1981-85) con la delega all’Energia. Altre due volte è stato vicino alla presidenza della Commissione senza agguantarla. La seconda volta, nel 1984, gli fu preferito Jacques Delors. Il suo capolavoro politico-economico fu il piano industriale che porta il suo nome e che permise alla siderurgia europea di galleggiare per qualche decennio.
Il “Piano Davignon”, che impose i passi necessari per gestire e ridurre gli impatti di una sovraproduzione endemica nella CEE e dell’aggressiva concorrenza asiatica. Con un misto di autorità burocratica e diplomazia felpata, convinse giganti riottosi (come Italsider in Italia) ad accettare quote di produzione rigidissime e tagli dolorosi. Resta ancora oggi il paradigma di una politica industriale comunitaria capace di imporre la sopravvivenza collettiva ai singoli egoismi nazionali. Non fu amato, ma a Stevie furono riconosciuti il coraggio e la lucidità. È un salvacondotto che lo legittima e lo porta in via definitiva nel settore privato con un ruolo di pontiere, si direbbe oggi, e di garante delle grandi realtà, dei champions europei che venivano ancora posseduti e gestiti in buona parte dalle dinastie industriali e dai privati.
Davignon entra anche nei ranghi più alti del capitalismo salottiero e famigliare italiano. Nel 1985 lascia la Commissione per entrare nel cuore del potere economico belga: la Société Générale de Belgique (SGB). E si scontra con uno dei personaggi più divisivi del capitalismo italiano: Carlo De Benedetti.
Prima lo scontro con De Benedetti, e poi l’amicizia con gli Agnelli
La stampa italiana era infatuata di De Benedetti, dell’Ingegnere. Riviste patinate come Capital, e testate di riferimento come Il Sole 24 Ore, il Mondo, lo designavano imprenditore “globale”, un raider capace di ribaltare i vecchi monopoli con l’elettronica (Olivetti) e la finanza d’assalto. Un’intervista di copertina su Capital, nel 1985, lo ritraeva come il prototipo del vincitore, un uomo pronto a divorare l’Europa. Quando però, nel 1988, De Benedetti lanciò una scalata ostile alla SGB — che all’epoca controllava un terzo dell’economia belga — si trovò di fronte un muro: Davignon. De Benedetti ebbe la sfacciataggine di presentarsi nella capitale dei cioccolatieri, dei re delle praline, con una gran scatola di gianduiotti freschi prodotti e incartati a mano da Peyrano, il monarca del sapore di nocciola torinese. Uno scontro figurato e forse un po’ rozzo.
A conti fatti, fu poi uno scontro di civiltà finanziarie. De Benedetti rappresentava l’aggressività del “nuovo corso”, la finanza che non chiede permesso. Davignon sfoggiava la caparbia forza delle relazioni all’interno dell’establishment europeo. Davignon disse anche che forse i Belgi erano un po’ lenti, ma che riuscivano a contare fino a 51 (per cento). De Benedetti è sconfitto. La Repubblica, già allora giornale di casa, che durante la battaglia aveva titolato: “De Benedetti si compra un terzo del Belgio”; dopo la notte dei gianduiotti, prese atto della sconfitta, lo definì compromesso e metteva in luce il profitto economico comunque ottenuto. Giovanni Agnelli pose il sigillo: “Davignon sarà pure solo un Visconte, ma i conti li sa fare…”. E se lo accaparrò. A lungo termine.

L’Avvocato raccontò in seguito, anche in privato, che rimase colpito da come Davignon non solo si difese e difese il Belgio e la SBG, ma anche da come mise insieme e orchestrò una contromanovra piena di diplomazia economica e finanziaria, includendo i cosiddetti “cavalieri bianchi” francesi di Suez. Ma soprattutto, come l’impasse in cui si infilò De Benedetti, la sua Waterloo, avesse mostrato come in Europa la finanza pura non potesse prescindere dagli equilibri politici e da relazioni fiduciarie e consolidate.
Infatti poi, per quasi vent’anni, dal 1988 agli anni 2000, Davignon fu una presenza fissa e influente nel Consiglio di Amministrazione di Fiat SpA. La sua poltrona al gran tavolo della Sala Consiglio del board di Torino, al settimo piano di corso Marconi 10, non era quella di un semplice consigliere tecnico: Davignon sedeva lì con le prerogative di un ambasciatore plenipotenziario, e come tale veniva percepito. Dopo il 1992, giro di boa, anno di svolta per l’integrazione europea con il cumulo della scadenza per il completamento del Mercato Unico Europeo (formalmente operativo dal 1° gennaio 1993) e l’anno della firma del Trattato di Maastricht, a cui si aggiungono le prime deregolamentazioni e aperture che sanciscono l’invasione giapponese nel mercato automotive con il raddoppio e triplicazione di vendite e investimenti nel continente, Agnelli cercava di trasformare la Fiat da colosso nazionale a “campione europeo”.
E Davignon era il garante perfetto. Era l’uomo capace di leggere fra le righe i segnali di Bruxelles (e talora dettarne la riscrittura) prima che diventassero direttive. Il Visconte spiegava a Torino come orientarsi tra le norme antitrust e gli aiuti di Stato e forniva un supporto strategico poi reso tattica efficace dai lobbisti Fiat sul campo a Bruxelles.
Tra il nipote della Principessa di San Faustino, altresì genero dell’VIII Principe di Castagneto e III Duca di Mileto, (l’Avvocato) e il Visconte belga, di forse meno roboanti ma altrettanto nobili lombi, il rapporto professionale divenne immediatamente di stima profonda che, al di là della nobiltà e dell’origine aristocratica, era sufficientemente secolarizzata da ritenersi parte del presente e del futuro fondandosi sulla comune appartenenza alla nuova forma di aristocrazia postbellica: quell’élite transatlantica che considerava l’industria uno strumento di stabilità geopolitica.
Il ruolo di Davignon si rivelò davvero importante nel momento più critico del gruppo torinese: gli inizi degli anni 2000, un periodo difficile segnato dalla perdita, in tempi ravvicinati, di Gianni e Umberto Agnelli. L’ultimo di tre tumori inesorabili dettò il futuro. L’erede designato, Giovanni Alberto, per tutti Giovannino, figlio di Umberto, era morto a 33 anni a causa di un raro tumore intestinale, il giorno di Santa Lucia nel 1997, facendo appena in tempo a vedere la nascita di sua figlia Virginia Asia. Edoardo, figlio di Giovanni e suo cugino germano, era morto suicida a metà novembre del 2000. Non sarebbe forse mai diventato un condottiero industriale e finanziario, ma il padre lo aveva nominato erede di un quarto delle quote di controllo della finanziaria di famiglia il giorno prima. La sua morte scatenò illazioni e suscitò deduzioni ancora oggi sospese.
Il mentore del giovane John
In quel vuoto di potere, con la Fiat vista dai mercati come il “malato d’Europa”, Davignon si comportò da mentore e fornì a livello internazionale una protezione al giovane John Elkann, nominato sul campo erede della guida del Gruppo, poco più che ventenne, subito dopo la morte di Giovannino. Dopo la scomparsa di Umberto Agnelli nel 2004, Jacky ha assunto progressivamente la guida della dinastia.
Inoltre, Davignon si fece garante della continuità familiare presso le istituzioni europee e i grandi gruppi finanziari esteri. Il suo cesello fu accreditare Elkann nei circuiti del potere globale. In qualità di presidente del Gruppo Bilderberg (ruolo ricoperto dal 1998 al 2011), Davignon introdusse John nello Steering Committee del club più esclusivo al mondo, offrendogli quel “passaporto diplomatico” necessario per il suo consolidamento personale e aziendale.
Stevie fu fondamentale anche nel 2005, per la riuscita del complesso prestito “Convertendo”. Mentre le banche minacciavano di sfilare il controllo della Fiat alla famiglia Agnelli per trasformarla in una public company, Davignon fornì la copertura di credibilità necessaria all’operazione di equity swap. Senza l’avallo garbato ma potente di Davignon nei confronti dei mercati internazionali, quella manovra (che permise all’IFIL, oggi Exor, di mantenere il comando) sarebbe stata vista solo come un espediente finanziario. Davignon assicurò che dietro quell’operazione c’era certamente un arroccamento familiare, ma pure un progetto industriale solido, sostenuto dall’asse che si era creato tra Elkann e Sergio Marchionne, amministratore delegato dal 2004 fino alla sua morte (un altro fatale tumore) nel 2018.
Ma il soft power di Davignon si estende anche a quella diplomazia informale di cui è padre e protagonista assoluto: il Visconte ha dominato per decenni il Gruppo Bilderberg, passato da semplice forum di discussione a una raffinata camera di compensazione tra il capitalismo europeo sostanzialmente regolato e il liberismo americano sostanzialmente sfrenato. Davignon ha gestito con discrezione, dando vita e mantenendo un solido, invisibile, consenso tra le élite.
“In Italia, questo ha significato la selezione e la crescita di una classe dirigente tecnica, da Mario Monti ai vertici delle grandi partecipate”, dice un banchiere ritirato a vita privata, “Lo stile e metodo di Stevie Davignon è un modello di gestione della cosa pubblica e privata basato sulla competenza e sulla relazione internazionale che abbiamo imparato in fretta anche fuori delle aule dei Master in voga vent’anni fa…”.
Una stagione diversa
Certo, a guardarla oggi, la carriera di Étienne Davignon testimonia una stagione in cui politica ed economia erano interdipendenti e gestite in totale autonomia da una ristretta élite di protagonisti fra loro cooptati. Chi lo detesta, vede le sue azioni passate come protezionismo conservatore a favore dei “salotti buoni” e un freno al libero mercato in favore di una stabilità garantita da accordi privati. Chi lo adora, dice che è il vero padre dell’integrazione economica europea, quello che ha permesso appunto all’Europa di non soccombere frammentata. A 93 anni e più rappresenta un monumento vivente alla “complessità del potere” Ha dimostrato che la vera influenza nasce dalla fedeltà allo Stato e all’Europa; dalla capacità di unire interessi divergenti; e dalla consapevolezza dei momenti corretti di guidare una transizione generazionale.
Un aristocratico a lui vicino e sostanzialmente più giovane mi dice che Davignon la storia d’Europa non l’ha creata, ma l’ha certamente coordinata. Non necessariamente nell’ombra, ma senza fanfara. Fu protagonista assoluto nel 1987, della nascita dell’AUME, Associazione per l’Unione Monetaria in Europa, anzi, ne fu la levatrice. Era un gruppo di pressione, una vera lobby composta dai padroni e gestori delle principali multinazionali europee pronti a (far) promuovere una moneta unica europea e accelerare l’Unione Economia e Monetaria. Insieme a Philips, Rhône-Poulenc, Solvay e Total c’era, non sorprendentemente, la Fiat con entrambi i fratelli Agnelli.
L’Avvocato ne era diventato uno dei principali membri e fu protagonista nel suo board, e portavoce del progetto verso la grande finanza internazionale e nordamericana. Umberto si occupò del fronte interno e della persuasione e dell’onboarding del mondo industriale. Del resto, si trattava di azzerare i rischi di cambio a favore della competitività… Comunque, grazie alla guida di Davignon, che ne fu presidente, l’AUME assunse autorevolezza, si fece paladina dell’ECU (European Currency Unit) e divenne la voce che convinse i mercati sulla fattibilità della moneta unica e sulla sua potenziale forza ben prima del “Whatever it takes”.
Il Capolavoro
Il vero capolavoro di Davignon fu tuttavia la creazione della ERT, European Roundtable of Industrialists, da un’idea iniziale di Pehr Gyllenhammar, allora CEO di Volvo e pupillo dei Wallenberg, gli Agnelli di Svezia e Scandinavia. Si trattava dell’esclusivo club (ancora oggi) dei capitani d’industria e dei capi azienda delle più grandi imprese europee, “per combattere l’euro-sclerosi” e spingere alla creazione del Mercato Unico Europeo”. La ERT mise mano in modo determinante alla confezione delle linee guida che avrebbero portato all’Atto Unico Europeo del 1986.
Anche qui Stevie riservò ai fratelli Agnelli un ruolo di primo piano. Giovanni è considerato uno dei padri fondatori e ha ospitato alcune delle prime sessioni, cruciali, facendo di tutto perché ERT diventasse immediatamente un partner rilevante e diretto della Commissione europea. Umberto, tra i primi sostenitori del progetto di Gyllenhammar, fu protagonista dei preliminari che portarono alla riunione inaugurale dei 17 membri fondatori nel 1983.
Inutile sottolineare che Étienne Davignon fu sceneggiatore e regista anche qui. Chi ricorda dice: “Nel 1982, mentre era ancora Commissario Europeo all’Industria, collaborò strettamente con Gyllenhammar per selezionare e reclutare personalmente i membri originari del gruppo. Fu Stevy a fornire alla Roundtable il supporto e la copertura istituzionale necessari per far sì che le proposte di ERT diventassero agenda politica per la Commissione”.
E nella ERT Davignon, in seguito, traghetterà John Elkann. Jacky ne fa ancora parte. Attualmente siede nel Comitato Esecutivo, che definisce l’agenda strategica e le priorità politiche del gruppo. Inoltre, rappresenta Stellantis ed Exor portando le posizioni ed esigenze del settore automotive e della holding d’investimento nelle discussioni con i decisori politici europei. Il suo focus è Competitività e Innovazione, mentre ripercorrendo le orme del nonno Gianni Agnelli e seguendo le istruzioni per l’uso fornitegli da Davignon, Elkann utilizza l’ERT per esercitare una “diplomazia industriale” partecipando regolarmente agli incontri con i vertici della Commissione Europea.
Ugualmente, Elkann partecipa al Bilderberg con premesse simili. E’ membro permanente dello Steering Committee, organo di governo ristretto che decide l’agenda dei meeting annuali, seleziona i partecipanti e gestisce la rete di relazioni tra le élite europee e americane. Jacky è poi il maître della delegazione italiana e la sua influenza è determinante nella scelta delle figure politiche, istituzionali e tecniche italiane invitate a partecipare alle sessioni riservate. Anche qui Elkann usa il Bilderberg per coordinare gli interessi dei suoi gruppi industriali e finanziari con le linee guida della politica estera ed economica degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, in particolare sui temi della transizione energetica e della competizione con i mercati asiatici.
Parlandone con lo sherpa di un altro membro, esce una considerazione: “Davignon, ha presieduto il gruppo per oltre dieci anni. John potrebbe coglierne, al momento opportuno, l’eredità morale, facendo leva sull’elemento della continuità e sull’idea che l’automotive e la finanza europee rimangono centrali nelle discussioni sulle sfide, anche quelle geopolitiche, globali”.
Il conte ora è visibilmente seccato
Ma come finirà il rinvio a giudizio? Il Conte, elevato a questo rango da Re Baldovino del Belgio nel 1993 – che ne riconobbe “la straordinaria carriera diplomatica e il suo servizio alla Corona e all’integrazione europea” – è “visibilmente seccato”. Il suo avvocato e amico personale, Johan Verbist, dice che è “troppo presto per commentare nel merito, ma confermo le mosse procedurali, ossia il ricorso”.

Nelle udienze preliminari a porte chiuse (gennaio 2026), la difesa ha contestato le accuse di crimini di guerra e ha argomentato che il tempo ragionevole per il giudizio del caso era ormai superato. Invocando tacitamente la prescrizione, che però non si applica ai crimini di guerra. Davignon, l’unico sopravvissuto tra i 10 funzionari belgi accusati, nega le accuse di complicità nell’omicidio di Lumumba e degli altri due leader africani, pur essendo stato rinviato a giudizio per “detenzione illegale e trattamento degradante”.
Per i figli e i nipoti dello storico leader congolese, la decisione è “l’inizio di un regolamento di conti che la storia esigeva da tempo”. Il loro avvocato, Christophe Marchand, rimarca che “il passare del tempo non può cancellare la responsabilità legale per i crimini più gravi”. Il processo è messo in agenda per gennaio 2027. Davignon avrà allora 94 anni e questo rappresenta, oggettivamente, “un fattore d’incertezza”. Forse, dicono (o cinicamente auspicano) in molti circoli bruxellesi, “la vicenda potrebbe concludersi senza una sentenza definitiva e per cause naturali”. In questo caso, le eufemistiche “cause naturali” trasformerebbero una possibile condanna in una “vittoria morale” per la famiglia.
Il Belgio ha già ammesso, nei fatti congolesi, una “responsabilità morale” nel 2001. Trasformare quella colpa politica in responsabilità penale individuale potrebbe rivelarsi un passaggio difficile da dimostrare. I documenti dell’epoca sono pochi e frammentati; i “correi”, e possibili testimoni a carico o a discarico, sono tutti morti. Ancora, nel Belgio del 2026, il fantasma di Patrice Lumumba e le controversie sul ruolo del Paese durante la lunga epoca coloniale sono argomenti per forti confronti e discussioni divisive. Rimane intoccata e intoccabile l’iconografia del Presidente, con la perfetta scriminatura a sinistra che divide la capigliatura e il braccio destro alzato, ma non teso, in un “fraterno saluto”.









