Bruxelles – Tutta colpa della guerra. E della sinistra. Se le cose non vanno è perché ci sono fattori esterni, tutti negativi, e fattori interni, contrari e contrarianti. Il commissario per l’Economia, Valdis Dombrovskis, sceglie la platea dell’associazione degli industriali della Repubblica ceca per chiamare a raccolta le imprese a sostegno della Commissione europea nella lotta contro i partiti diversi dal centro-destra. Gli viene chiesto cosa si aspetterebbe dal mondo delle imprese per l’agenda di competitività dell’UE, ed è rispondendo a questa domanda che arriva un nuovo scollamento tra il partito popolare (PPE) che Dombrovskis rappresenta e i socialisti (S&D).
“Credo che sia fondamentale essere attivi, far sentire la propria voce, perché quando si discute, ad esempio, di un programma di semplificazione, c’è uno slancio, una spinta, ma dobbiamo essere consapevoli che c’è anche una resistenza”, replica il commissario per l’Economia. “Se ne parliamo con la sinistra dello spettro politico, non è così semplice“. Pertanto, “è importante che la comunità imprenditoriale sostenga con forza l’importanza del programma di semplificazione“.
Ecco servita la critica agli alleati socialisti, per un’agenda che Dombrovskis rivendica con orgoglio. Ricorda come solo nel corso del 2025 la Commissione di cui fa parte ha prodotto 10 proposte di semplificazione normativa dal valore di “15 miliardi di euro di risparmi all’anno” per le imprese, e ricorda che per il 2026 sono previsti altri 3 pacchetti omnibus di semplificazione per prodotti energetici, fisco e tassazione, e riduzione degli oneri sui cittadini. I primi due pacchetti dovrebbero essere presentati il 24 giugno.
“Imprenditori di tutta Europa unitevi”, sembra dunque dice il Commissario, che sceglie di lasciare sullo sfondo tutti gli altri cittadini. E’ la sinistra che ferma il cambiamento e la voglia di competitività, sostiene Dombrovskis.
C’è anche la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz a gravare sulla situazione. “Possiamo contare su fattori di crescita esterni”, ma, avverte Dombrovskis, con il conflitto e le sue ripercussioni “ci aspettiamo una domanda più debole per i nostri esportatori“. Per questa situazione l’esecutivo comunitario ha ritenuto responsabili i governi di Stati e Uniti e Israele, di matrice conservatrice e di estrema destra. A maggior ragione le parole di Dombrovskis appaiono curiose, ma del resto la Commissione sembra aver inaugurato una nuova stagione all’insegna dell’irritualità, come dimostrato dal comizio elettorale lasciato fare al primo ministro ungherese dal podio della Commissione.
Ad ogni modo con un export più debole occorre stimolare di più l’economia sul piano interno. “La chiusura dello stretto di Hormuz ha ripercussioni sulla competitività, e per questo motivo insistiamo sull’argomanto”. E’ il momento di premere sull’acceleratore, insomma. Ma senza tralasciare le riforme che servono. Un riferimento, quest’ultimo, legato a chi fa notare che i Paesi senza moneta unica sembrano avere andamenti di crescita migliori di chi ha invece l’euro. “L’euro può aiutare nello sviluppo economico, ma non può sostituire conti pubblici sostenibili e un ambiente favorevole alle imprese” ammonisce infine Dombrovskis.
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