Bruxelles – In vista del Piano Proteine che la Commissione europea presenterà a giugno, l’Unione europea punta a sviluppare una propria produzione di proteine vegetali, con particolare attenzione ai legumi. L’obiettivo è duplice: “sostenere gli agricoltori e ridurre la dipendenza dalle importazioni”. Lo ha confermato il commissario europeo all’Agricoltura, Christophe Hansen, intervenendo all’evento La Rinascita dei Legumi in Europa al Parlamento europeo e lo ha ribadito anche l’eurodeputata dei Verdi Cristina Guarda, secondo cui è necessario “rafforzare il settore dei legumi per aiutare i produttori e abbattere i costi”.
Durante l’evento, organizzato dagli eurodeputati Daniel Buda (PPE), Eric Sargiacomo (S&D), Elsi Katainen (Renew) e Cristina Guarda, il commissario Hansen ha sottolineato che il tema va oltre l’agricoltura: “Rafforzare il ruolo dei legumi non è solo una questione agricola, ma un imperativo di resilienza e autonomia strategica per l’Europa”. Oggi, infatti, l’UE importa il 94 per cento della soia ad alto contenuto proteico, soprattutto per l’alimentazione animale: “una vulnerabilità che non possiamo più ignorare in questo scenario geopolitico”. Per questo la Commissione europea vuole puntare su colture locali come fave, piselli e lenticchie, un tempo diffuse nei sistemi agricoli europei ma oggi meno presenti. “La diversificazione delle proteine è cruciale per la resilienza e l’autonomia strategica” dell’Ue, ha spiegato Hansen, sottolineando che il sistema proteico europeo “rimane strutturalmente molto squilibrato”.
Il Piano Proteine, atteso per giugno, punta proprio a correggere questo squilibrio. L’obiettivo è “trasformare i legumi – a partire dalle fave, radicate nella nostra storia – in un asset strategico per il futuro”. Tuttavia, aumentare la produzione non basta: “dobbiamo costruire capacità di trasformazione, rafforzare i mercati e stimolare la domanda”. Per riuscirci, servirà un approccio che “coinvolga tutta la filiera, dall’alimentazione umana a quella animale, così da garantire reddito agli agricoltori e sostenibilità per i consumatori“.
Anche Guarda insiste sulla necessità di costruire una vera e propria filiera. “Definire una strategia per sostenere la produzione di leguminose può diventare un settore nuovo, da esplorare, che può essere creato attorno all’agricoltore e non generandogli un impatto negativo”, ha osservato. Questo approccio permetterebbe “di utilizzare meglio gli ettari che abbiamo e generare un valore aggiunto anche da un punto di vista di qualità del suolo”, grazie ai benefici agronomici delle leguminose, come la fissazione dell’azoto.
Parallelamente, però, l’eurodeputata esprime preoccupazione per l’evoluzione della governance agricola europea. In particolare, critica l’orientamento della Commissione verso una maggiore flessibilità nazionale nella futura Politica agricola comune (PAC): una scelta che, a suo avviso, rischia di tradursi in una “riduzione della capacità di generare strategie europee comuni”. Secondo Guarda, un eccessivo spostamento di competenze verso gli Stati membri potrebbe indebolire strumenti comuni come la PAC e l’Organizzazione comune dei mercati (OCM), favorendo una “competizione interna al ribasso e una maggiore esposizione alle importazioni a basso costo”.
Per evitare questo scenario, la chiave è rafforzare le infrastrutture locali. “Investire in infrastrutture di stoccaggio e trasformazione: se gli agricoltori possono essiccare e lavorare il prodotto vicino al campo, catturano più valore e creano lavoro nelle aree rurali”, ha specificato. Inoltre, attraverso la riforma dell’OCM e il sostegno alle organizzazioni di produttori, secondo Guarda si potrebbe “rafforzare il potere contrattuale degli agricoltori, permettendo loro di negoziare prezzi più equi con la grande distribuzione e con attori pubblici come le mense scolastiche”.











