Bruxelles – Aumentare la sicurezza interna e rendere i controlli alla frontiera più veloci grazie a una maggior digitalizzazione. Sono i due punti su cui la Commissione Europea aveva assicurato che si sarebbero potuti osservare importanti progressi quando, lo scorso ottobre, aveva avviato una graduale introduzione dell’Entry/Exit System (EES) – il nuovo sistema UE di registrazione automatica degli ingressi e delle uscite nell’area Schengen da parte di cittadini provenienti da Paesi terzi. Eppure, molti di coloro che hanno fatto esperienza diretta dell’EES in questi primi mesi di sperimentazione sembrano non essere d’accordo, con critiche che si fanno sempre più dure da quando il sistema è entrato pienamente in vigore lo scorso 10 aprile. Se sul piano del rafforzamento della sicurezza interna, Palazzo Berlaymont può effettivamente vantare il respingimento di “circa 700 persone identificate come un pericolo per la sicurezza europea” nel giro di pochi mesi, i sempre più frequenti disagi lamentati da passeggeri e addetti ai lavori di molti aeroporti e i lunghi tempi d’attesa con code che raggiungerebbero anche le 3-4 ore raccontano di un sistema meno efficiente (per il momento) di quanto era stato previsto.
Per comprendere le ragioni di queste criticità, è necessario avere chiaro il funzionamento dell’EES. Fino allo scorso ottobre, i controlli doganali dei cittadini di Stati extra-europei che avevano intenzione di effettuare soggiorni relativamente brevi all’interno dell’area Schengen si riducevano alla mera apposizione di un timbro manuale sul proprio documento di viaggio. A seguito di un dibattito lungo più di un decennio, Bruxelles ha ritenuto che questo sistema non desse le necessarie garanzie dal punto di vista della sicurezza dei propri confini e ha deciso di introdurre un meccanismo di controllo più stringente. Con l’EES, i viaggiatori extra-europei che soggiorneranno in un Paese dell’area Schengen per un massimo di 90 giorni devono sottoporsi ad una approfondita raccolta dei dati biometrici – con scansione del volto e delle impronte digitali – i cui risultati vengono poi registrati in un file digitale e conservati in un database sicuro. A questo step segue la raccolta delle principali informazioni anagrafiche presenti sul passaporto e la registrazione della data e del luogo di ingresso (o l’eventuale diniego di acceso, in caso di controllo dall’esito negativo).
Se la Commissione afferma che il tempo di registrazione medio – sotto il nuovo sistema EES – non supererebbe i 70 secondi, gran parte degli addetti ai lavori ha un’opinione ben diversa. Secondo l’Airports Council International (ACI) – l’associazione professionale che riunisce operatori aeroportuali di tutto il mondo -i controlli possono arrivare ad avere una durata di 5 minuti per viaggiatore.
A un processo già di per sé più complicato rispetto al passato (poiché più rigoroso dal punto di vista della sicurezza), si aggiunge il fatto che il sistema è ancora nelle fasi iniziali della sua implementazione. Ciò significa, innanzitutto, che quasi tutti i viaggiatori che entrano nell’area Schengen in questi mesi devono effettuare la prima scansione, che è anche la più lunga: il controllo biometrico si effettua la prima volta che una persona attraversa una frontiera esterna dopo l’attivazione dell’EES, una condizione in cui al momento si trova necessariamente la stragrande maggioranza dei passeggeri.
Inoltre, molti aeroporti sono ancora privi delle tecnologie necessarie a rendere effettivamente più veloci i controlli sotto il nuovo sistema rispetto alle verifiche manuali del passato. Sembra essere questa, ad esempio, la causa degli enormi disagi registrati la scorsa domenica (12 aprile) allo scalo di Milano Linate, dove più di cento passeggeri di un volo diretto a Manchester non sono riusciti ad imbarcarsi a causa delle lunghe code al controllo passaporti. Secondo quanto raccontato da Repubblica, l’aeroporto lombardo non si sarebbe ancora dotato in quantità sufficiente di alcuni macchinari esplicitamente raccomandati dalla Commissione, come i sistemi di controllo self-service o le “applicazioni mobili” che permettono di pre-inserire alcuni dati prima che sia il proprio turno.
Secondo Oliver Jankovec, direttore della divisione europea dell’ACI, gli scali del Vecchio Continente hanno bisogno di più tempo. “Questa situazione è destinata a diventare semplicemente ingestibile nelle prossime settimane, e ancor di più durante i mesi di punta estivi”, ha avvisato Jankovec parlando con il Financial Times e chiedendo che agli operatori aeroportuali sia almeno concesso il diritto di sospendere completamente i controlli EES “ogni volta che i tempi di attesa sono eccessivi”. A fargli eco è stato l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’ Leary, che ha usato toni ben più duri nel chiedere una proroga fino ad ottobre per l’effettivo avvio di un sistema che è “uno schifo e un macello“.
Dalla Commissione europea, per il momento, non c’è alcuna volontà di fare passi indietro, nè di dare troppo peso ai disagi riscontrati. Un portavoce di Palazzo Berlaymont citato dal Guardian ha respinto le critiche, sostenendo che “quello che vediamo da questi primi giorni di piena operatività è che il sistema funziona molto bene“. “Nella stragrande maggioranza degli Stati membri non ci sono problematiche e solo in pochi Paesi sono stati evidenziati problemi tecnici che saranno affrontati”, ha chiosato lo stesso portavoce prima di rispedire la palla nel campo dei governi nazionali: “Sta a loro assicurare la corretta implementazione dell’EES”.









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