Bruxelles – La vera resilienza dell’Europa non si misura sulla continuità delle politiche attuali, ma sulla capacità di anticipare scenari dirompenti, affrontando con realismo le sfide interne e le trasformazioni demografiche che cambieranno il volto della società nei prossimi vent’anni. A delineare questa visione è Philip von Brockdorff, economista e accademico maltese, rappresentante del Gruppo dei lavoratori presso il CESE, il Comitato Economico e Sociale Europeo. La sua analisi, maturata come relatore del parere del Comitato sullo Strategic Foresight Report 2025 della Commissione, invita a un cambio di paradigma per affrontare le sfide non lineari che attendono il continente.
Lo Strategic Foresight Report 2025, intitolato “Resilience 2.0”, è il documento della Commissione Europea che delinea una strategia proattiva per far prosperare l’Unione fino al 2040 e oltre. Il rapporto mira a identificare i rischi emergenti e le opportunità future: competitività economica, l’autonomia strategica e la difesa dei valori democratici per rafforzare la resilienza a lungo termine dell’Unione.
Eunews: Lei critica la proposta della Commissione perché troppo legata alle attuali traiettorie politiche. Che cosa intende?
Philip von Brockdorff: “Il rapporto 2025 della Commissione si è concentrato su proiezioni lineari sostanzialmente legate a sicurezza, clima e demografia. Tuttavia, gli sconvolgimenti radicali e non lineari stanno diventando la norma. La Commissione dovrebbe esaminare scenari multipli, dai meno dirompenti ai più estremi, per prepararsi davvero all’imprevedibile”.
E: Quali sono, a suo avviso, gli scenari pessimistici o dirompenti più urgenti che l’UE sta ignorando e come dovrebbero essere utilizzati per testare la solidità delle politiche attuali?

PvB: “Le sfide interne all’Unione, come le resistenze degli Stati membri al voto a maggioranza negli affari esteri, non sfigurano nel rapporto strategico. Bisogna guardare a queste sfide interne in un mondo che cambia rapidamente, dove l’Unione Europea ha perso terreno in termini di innovazione rispetto a Paesi come la Cina, specialmente nel settore high-tech e dei veicoli elettrici. Se non affrontiamo questo divario, rischiamo di vedere il nostro settore manifatturiero pesantemente sconvolto e di diventare totalmente dipendenti dai mercati esteri. Questo divario di innovazione deve essere affrontato in termini di previsione strategica. Una volta costruiti questi scenari multilivello, si possono effettuare degli stress test: questi non sono previsioni economiche, ma ciò che serve è la costruzioni di scenari. Una volta creati scenari che vanno dal meno al più dirompente, dobbiamo testare la resilienza dell’UE. Ad esempio, cosa succederebbe se perdessimo definitivamente il primato tecnologico? Siamo pronti a fare affidamento più sui servizi, dove la produttività è difficile da misurare?”.
E: Molte imprese europee, specialmente in Italia, sono di piccole e medie dimensioni. Lei sostiene che il concetto di “Resilienza 2.0”, elaborato dalla Commissione, non le tiene sufficientemente in considerazione. Può dirci come?
PvB: “Il ruolo delle piccole e medie imprese e delle imprese familiari è critico; se perdiamo loro, perdiamo il tessuto produttivo. Le istituzioni europee hanno dato supporto a queste imprese, ma le cose cambiano così rapidamente che dovremmo capire meglio come i diversi scenari impattino su di loro e incorporarle nella previsione strategica”.
E: A tal proposito cosa pensa del 28esimo regime presentato dalla Commissione europea?
PvB: “È ancora troppo presto per analizzarne l’impatto, ma una volta messo in atto, ogni iniziativa che supporti le piccole e medie imprese nell’innovazione è importante. Al contempo, non dobbiamo dimenticare l’economia sociale: se mettiamo i diritti dei lavoratori in secondo piano, creeremo tensioni sociali esplosive. Dunque, la transizione deve supportare anche l’aspetto sociale”.
E: Nel suo parere sottolinea l’urgenza di arrivare al completamento dell’Unione in materia di risparmio e investimenti. Perché ritiene che questo debba essere un pilastro centrale dell’Unione?
PvB: “Perché oggi abbiamo uno svantaggio enorme rispetto agli Stati Uniti nell’accesso al capitale. In Europa, le piccole e medie imprese dipendono quasi solo dalle banche, mentre negli USA attingono molto di più dal mercato dei capitali. Un’unione finanziaria ridurrebbe i costi e aumenterebbe la competitività. C’era l’idea franco-tedesca di una borsa valori europea, ma è rimasta nel mondo delle idee. Concretizzare queste idee è difficile perché molti Stati membri oppongono resistenza per difendere interessi nazionali”.
E: Il tema del cambiamento demografico sembra essere centrale nel rapporto della Commissione, la quale segnala che entro il 2040 ci saranno 17 milioni di persone in età lavorativa in meno rispetto al 2023. Palazzo Berlaymont individua nella migrazione una possibile soluzione. Qual è la posizione del CESE a riguardo?
PvB: “Entro il 2040 perderemo milioni di lavoratori a causa del calo delle nascite. Sebbene questo sia menzionato nel rapporto della Commissione, credo serva più enfasi, perché non è solo una questione di invecchiamento, ma anche della composizione della popolazione e di come impatti sulle comunità. Dobbiamo analizzare come sta cambiando il mercato del lavoro, non solo da una prospettiva macro, ma a un livello più granulare: Paese per Paese, regione per regione e persino a livello cittadino. Spesso la Commissione ha una visione troppo generale che non dà il quadro completo. L’Unione Europea ha bisogno di un piano per il mercato del lavoro e questo deve figurare nell’analisi degli scenari futuri. Il secondo aspetto riguarda il ruolo del Comitato. Raccomando vivamente che il CESE non venga coinvolto solo alla fine, quando riceve il rapporto di previsione strategica, ma che ci siano consultazioni in varie fasi del lavoro della Commissione. Prendendo il caso di Malta si può vedere come quasi il 45 per cento della forza lavoro sia straniera. Se questa tendenza continua, in un futuro non così distante la popolazione locale sarà una minoranza. L’integrazione è una sfida enorme che cambierà il tessuto sociale e politico e l’UE non può più nascondere questo problema sotto il tappeto”.
E: C’è qualche altro rischio che la Commissione sta sottovalutando?
PvB: “La questione dell’allargamento: specialmente riguardo all’Ucraina. Ritardare l’adesione comporta rischi enormi per la sicurezza globale e costringerà ad aumentare la spesa per la difesa”.
Per Philip von Brockdorff, il cuore della previsione strategica è guardare al 2040 per preparare l’Europa di oggi. E questa è una sfida che richiede una sinergia totale tra i piani dei singoli Stati membri e la visione complessiva della Commissione perché “solo così si può costruire una vera Resilienza 2.0”, ha concluso.










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