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    Home » Editoriali » Il disastroso “mid term europeo” di Trump

    Il disastroso “mid term europeo” di Trump

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    24 Marzo 2026
    in Editoriali
    LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI, DONALD TRUMP PRESIDENTE USA (Imagoeconomica)

    LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI, DONALD TRUMP PRESIDENTE USA (Imagoeconomica)

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    A metà mandato tutti presidenti degli Stati Uniti sono sottoposti ad un esame da parte dei cittadini: è il voto di “mid term”, le elezioni generali che si tengono a circa metà del mandato quadriennale di un presidente, il martedì successivo al primo lunedì di novembre. In questo voto vengono rinnovati tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 33 o 34 dei 100 seggi del Senato.

    Mancano dunque ancora otto mesi, non poco, a questo esame che Donald Trump potrebbe faticare a superare. A giudicare da quel che sta succedendo qui in Europa potrebbe in effetti non superarlo. Essere vicini a Trump non aiuta, non raccoglie la fiducia dei cittadini.

    Solo nell’ultimo fine settimana si è votato in Francia, in Italia e in Slovenia. Due grandi Paesi ed uno piccolo, in seno all’Unione europea. Anche il piccolo però questa volta era di notevole importanza, perché avrebbe potuto diventare la “terza colonna” di Trump nell’Unione, dopo Ungheria e Repubblica ceca, rendendo molto, forse troppo, complicata la gestione dei 27, anche perché essere “filo Tump” normalmente significa anche essere “filo Putin”, il che, con la guerra in Ucraina in corso, è un bel problema.

    In Francia grandi amici di Trump non ce ne sono. Marine Le Pen sembra essere sempre molto amica di Vladimir Putin, ma sempre meno di Trump. E’ comunque una solida esponente della destra estrema, che si divide da Trump proprio perché in tanti punti con lui coincide e, come abbiamo scritto più volte (non solo qui, è un concetto abbastanza pacifico) i nazionalisti non possono andare d’accordo più di tanto, prima o poi le loro strade divergono per natura. E dunque i partiti della destra e della destra estrema francese continuano ad andare bene ma non sfondano, non conquistano le grandi città ed anzi perdono le medie, pur se vincono in una miriade di minuscoli comuni (circa 1.200, ma non sono tanti, visto che in totale i sindaci francesi sono quasi 35 mila, contro, ad esempio, i meno di 8 mila italiani). A Trump, insomma, in Francia manca un interlocutore, se non attraverso Putin, e continuerà a mancare.

    In Italia la premier Giorgia Meloni ha passato il primo anno di mandato del presidente USA a tentare di diventare la sua interlocutrice per l’Unione europea. Era un tentativo senza senso ed infatti non ha portato a nulla. Meloni resta però vicina al presidente, così tanto da non riuscire a condannare l’attacco sconsiderato contro l’Iran. Domenica e lunedì si è votato in quello che la premier aveva previsto come un plebiscito nei suoi confronti, tanto da rifiutare di cercare una maggioranza parlamentare per la riforma costituzionale approvata solo dal centrodestra, annunciando sin dall’inizio della storia che avrebbe sottoposto la riforma al popolo. Pensava ad un bagno di folla, ad una consacrazione. E’ stato un bagno di sangue, l’inizio della sua fine, la prova provata che anche lei sbaglia, ed anche di grosso. Il voto è stato politico, gli elettori non si sono fidati di lasciare una materia così delicata come la riforma dell’ordinamento giudiziario in mano a questa maggioranza. Meloni ha perso, la sua esibita amicizia con Trump (che forse è più un corteggiamento) non ha aiutato: lei non ha la sua consacrazione, lui ha un’amica più debole.

    Ed infine (mentre in queste ora si vota in Danimarca) arriviamo alla Slovenia. Uno splendido Paese dove un leader esplicitamente filotrumpiano, già tre volte primo ministro, avrebbe potuto vincere le elezioni. Non ci è riuscito, è andato benino, ma è rimasto secondo, e difficilmente potrà andare al governo.

    Son casi che si ripetono, sempre più leader vicini al presidente statunitense vengono sconfitti. La vicinanza a Trump come chiave per la vittoria è stata una parabola che potrebbe chiudersi prima del previsto. Per fortuna.

    P.S.: A proposito di parabole, che fine ha fatto il “Board of Peace”, lanciato (a pagamento), appena prima dell’attacco all’Iran?

    Tags: melonireferendumTrump

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