Bruxelles – “Stiamo attualmente valutando se la Serbia soddisfi ancora le condizioni necessarie per ricevere il supporto finanziario garantito dai fondi dell’Unione Europea“. Con queste parole, la commissaria UE per l’Allargamento, Marta Kos, ha ufficialmente confermato un’indiscrezione comparsa nei giorni scorsi su diverse testate giornalistiche, secondo cui l’esecutivo comunitario starebbe prendendo in seria considerazione la possibilità di congelare il versamento di circa 1,5 miliardi di euro di fondi UE destinati a Belgrado. La decisione sarebbe legata al mancato rispetto da parte della Serbia di alcuni dei principali parametri fissati da Bruxelles per l’erogazione di questi prestiti. In particolare, a destare preoccupazione sono tre elementi che Kos ha espressamente citato durante l’odierna Sessione di Dialogo con la commissione Affari Esteri (AFET) del Parlamento Europeo: “La riforma della giustizia che mina l’indipendenza della magistratura, la repressione delle manifestazioni di piazza e le ricorrenti ingerenze a danno dei media indipendenti“.
La Serbia – che non fa parte dell’UE ma beneficia della sua assistenza economica avendo avviato i negoziati per l’adesione nel gennaio del 2014 – ha ricevuto complessivamente 7 miliardi di euro in fondi comunitari in poco più di dieci anni, una cifra che rende l’Unione il principale fornitore di supporto finanziario a Belgrado. Malgrado ciò, Bruxelles ha più volte manifestato la propria insoddisfazione rispetto alle modalità con cui il Paese – specialmente dall’inizio della presidenza del conservatore Aleksandar Vucic nel 2017 – ha impiegato questo denaro, teoricamente destinato ad attuare le riforme richieste per essere giudicato idoneo ad entrare nell’UE. Nel novembre 2025, ad esempio, il consueto report della Commissione sull’allargamento ha paragonato lo stato di avanzamento delle riforme in Serbia a quello di due Paesi – la Turchia e la Georgia – il cui percorso verso Bruxelles è da tempo al palo. E tale giudizio è stato ribadito anche oggi da Kos, secondo la quale “la Serbia è all’ultimo posto per tasso di attuazione delle riforme, avendone completate soltanto il 30 per cento“.
La riforma della giustizia approvata dal Parlamento serbo nel gennaio di quest’anno è sicuramente una delle maggiori fonti di preoccupazione per l’UE. Il pacchetto di leggi che la compone mira a ristrutturare l’assetto delle Corti e a modificare le procedure di nomina di giudici e pubblici ministeri, ma l’opinione di Bruxelles e dei principali partiti di opposizione serbi è che il vero obiettivo sia quello di rafforzare il controllo del governo sulla magistratura, riducendone l’indipendenza. Kos aveva già definito questo insieme di provvedimenti “un grave passo indietro” nell’ottica di un futuro ingresso di Belgrado nell’Unione, ma oggi si è spinta oltre. Riferendosi al parere che la Commissione di Venezia (l’organo del Consiglio d’Europa con potere consultivo in ambito giuridico) pubblicherà sulla riforma alla fine di aprile, l’ex diplomatica slovena ha affermato che “continueremo a supportare Belgrado nel suo percorso verso l’UE, ma ci aspettiamo che il governo allinei pienamente le sue leggi in ambito giudiziario alle raccomandazioni della Commissione“. In una sorta di ultimatum, Kos ha avvertito Vucic che “se questo non dovesse accadere, non potremo autorizzare l’invio di nuovi fondi alla Serbia“.
Un altro tema su cui la commissaria ha preteso di vedere progressi è quello relativo alla gestione delle manifestazioni anti-governative. Dopo il crollo di una tettoia della stazione ferroviaria della città di Novi Sad nel novembre del 2024 – interpretato come il simbolo della diffusa corruzione e scarsa trasparenza rispetto agli appalti delle opere pubbliche in Serbia -, la frequenza delle proteste contro Vucic è notevolmente aumentata fino a trasformarsi in un vero e proprio movimento, guidato prevalentemente dai giovani universitari. In più occasioni – e specialmente dall’estate del 2025 – la polizia serba ha usato metodi particolarmente violenti nei confronti dei manifestanti, con diverse proteste che sono terminate con centinaia di feriti. Rivolgendosi agli europarlamentari, Kos ha sottolineato soprattutto i più recenti casi di repressione in occasione delle grandi manifestazioni organizzate nel marzo di quest’anno per contestare l’esito delle elezioni locali, la cui regolarità è stata messa in dubbio da diversi report e osservatori internazionali.
La crescente diffidenza di Bruxelles nei confronti di Belgrado è legata a un’ulteriore questione, che Kos ha evitato di citare espressamente nell’audizione odierna: la politica estera della Serbia e, in particolare, i rapporti molto stretti tra Vucic e il presidente russo, Vladimir Putin. Per ragioni di natura prevalentemente economica (la Serbia dipende dal gas russo per oltre l’80 per cento del suo fabbisogno annuale), il leader del Partito Progressista Serbo (SNS) ha adottato nei confronti di Mosca una posizione molto diversa da quella dell’UE al momento dell’invasione russa dell’Ucraina. In particolare, si è sempre rifiutato di imporre sanzioni a Mosca, nonostante il Parlamento Europeo gli abbia formalmente chiesto di farlo per evitare di compromettere le possibilità di Belgrado di completare con successo il proprio percorso di ingresso nell’UE. “In qualità di Paese candidato all’adesione, ci aspettiamo che la Serbia stia dalla nostra parte in politica estera e si allinei maggiormente alle nostre posizioni“, aveva dichiarato Kos qualche tempo fa a Politico. Al momento, però, Vucic non ha mai manifestato l’intenzione di riconsiderare le proprie scelte di politica estera.
Se, da un lato, la Serbia finisce nell’elenco dei ‘cattivi’ all’interno del metaforico taccuino sfoderato dalla politica slovena durante l’audizione odierna, dall’altro ci sono Paesi che hanno compiuto progressi significativi nel loro percorso verso l’adesione all’UE. “Il Montenegro ha chiuso con successo 14 capitoli negoziali; l’Albania ha aperto tutti e 6 i cluster negoziali nel giro di un anno; l’Ucraina ha un tasso di attuazione delle riforme necessarie pari all 87 per cento ed è preceduta soltanto dalla Moldavia con il 93 per cento”, ha spiegato la commissaria. Numeri che – se confrontati con quelli di Belgrado – allontanano sempre di più l’ipotesi di garantire l’ingresso nell’UE a tutti i Paesi candidati (o almeno a tutti i Paesi balcanici) contemporaneamente, suggerita proprio da Vucic nel dicembre dello scorso anno.










