Bruxelles – L’Europa cerca di accelerare sull’adozione di tecnologie avanzate, ma fatica a colmare il divario di competenze tra i cittadini. L’edizione 2026 del rapporto ‘Digitalisation in Europe’, pubblicato oggi (23 aprile) da Eurostat – l’Ufficio Statistico dell’UE – scatta una fotografia nitida dei progressi compiuti e delle sfide ancora aperte.
L’obiettivo dell’UE è fare in modo che almeno l’80 per cento della popolazione europea abbia le competenze digitali di base entro il 2030, ma i dati del 2025 mostrano che il 40 per cento dei cittadini dell’UE manca ancora di competenze digitali di base, sebbene il 93 per cento della popolazione usi internet almeno una volta a settimana. Per competenze di base si intende sapere come fare almeno un’attività tra cercare informazioni online, inviare e-mail, creare contenuti digitali, proteggere i propri dati personali, installare un software. Paesi come i Paesi Bassi (84 per cento), Irlanda (83 per cento) Danimarca e Finlandia (entrambi all’81 per cento) guidano la classifica, ma la strada per il target comunitario è ancora lunga.
Sul fronte professionale, gli specialisti ICT – coloro che sviluppano, gestiscono e mantengono sistemi informatici, reti e software aziendali – rappresentano oggi il 5 per cento del totale degli occupati nell’UE, con oltre 10 milioni di professionisti. Sebbene la quota sia cresciuta di 1,5 punti percentuali dal 2015, l’Europa punta ad arrivare a 20 milioni di esperti entro la fine del decennio. Resta tuttavia un forte squilibrio di genere: l’81 per cento degli specialisti è uomo, a fronte di un limitato 19 per cento di donne, con punte minime in Repubblica Ceca (13 per cento) e massime in Romania (28 per cento).
Il settore privato mostra segnali di forte dinamismo. Il livello di intensità digitale è un parametro utilizzato per monitorare l’integrazione delle tecnologie digitali nelle imprese e viene misurato attraverso il Digital Intensity Index (DII): il metro dell’Europa per misurare quanto le imprese siano tecnologicamente avanzate. Questo indice monitora l’adozione di 12 diverse tecnologie, come l’intelligenza artificiale o le vendite online, assegnando un punteggio che definisce quattro soglie di intensità: molto bassa (0-3 tecnologie), bassa (4-6), alta (7-9) e molto alta (10-12). Un’azienda raggiunge il cosiddetto “livello base” quando utilizza almeno 4 di questi strumenti, un traguardo che oggi riguarda il 72 per cento delle imprese dell’Unione. Nel 2025, il 72 per cento di tutte le imprese dell’UE ha raggiunto un livello base di intensità digitale: la quota per le PMI era del 71 per cento, circa 20 punti percentuali (pp) al di sotto dell’obiettivo per il 2030, mentre per le grandi imprese si attestava al 96 per cento. Le grandi imprese hanno avuto una quota maggiore di intensità digitale molto elevata (43 per cento) e alta (40 per cento) rispetto solo al 9 per cento delle PMI con un livello molto elevato e al 27 per cento con un livello elevato di intensità digitale. La maggior parte delle PMI ha registrato livelli di intensità digitale bassi (35 per cento) o molto bassi (29 per cento).
Un ruolo centrale è giocato dal Cloud computing: nel 2025, il 53 per cento delle imprese europee ha fatto uso di risorse informatiche fornite da terze parti, invece di mantenere infrastrutture hardware e software proprie. È interessante notare che l’Italia si posiziona ai vertici europei con il 75,6 per cento di aziende che fanno ricorso a terzi per i servizi informatici, preceduta solo dalla Finlandia (79,2 per cento).
Parallelamente, cresce l’interesse per l’intelligenza artificiale: nel 2025 quasi il 20 per cento delle imprese dell’UE utilizza tecnologie di AI, +6 per cento rispetto al 2024. La Danimarca guida questo settore con il 42 per cento delle imprese coinvolte; seguono la Finlandia (38 per cento), la Svezia e il Belgio (35 per cento).
La digitalizzazione non riguarda solo il mercato, ma anche il rapporto tra Stato e cittadini (e-government). Entro il 2030, tutti i servizi pubblici chiave dovranno essere disponibili online. Nel 2025, il 47 per cento dei cittadini dell’UE che hanno utilizzato Internet nei 12 mesi precedenti lo ha utilizzato per ottenere informazioni dai siti web delle autorità pubbliche, ad esempio su servizi, benefici, diritti, leggi e orari di apertura. Questa quota varia considerevolmente tra i Paesi dell’UE: in 11 Stati UE, oltre il 50 per cento delle persone ha utilizzato tali siti web per ottenere informazioni, con Finlandia (73 per cento), Danimarca (72 per cento) e Svezia (70 per cento) in cima al gruppo. Ovviamente, la quota più elevata è stata registrata tra le persone di età compresa tra 25 e 64 anni (50 per cento), seguite da quelle di età compresa tra 16 e 24 anni (41 per cento) e 65-74 anni (37 per cento).
In Italia, il percorso verso la transizione digitale procede con velocità differenti tra il settore produttivo e la cittadinanza. Nella Penisola, la quota di specialisti ICT sul totale degli occupati si conferma tra le più basse dell’Unione (10,1 per cento), avanti solo a Polonia (9,6 per cento), Lituania (7,7 per cento), Bulgaria (4,8 per cento). Per quanto riguarda l’e-government, l’Italia si trova ad una decina di punti percentuali al di sotto la media UE: 25,8 per cento dei giovani italiani tra 16 e 24 anni ha utilizzato internet nei siti delle autorità pubbliche (a fronte del 41,4 per cento della media europea), il 38,1 per cento tra i 25 e i 64 anni (49,5 per cento in UE) e il 28,8 per cento tra i 65 e i 74 anni (rispetto al 37,2 per cento degli “anziani” europei.
Le ragazze eccellono nei contenuti digitali, ma restano indietro nel coding
I dati Eurostat mettono in luce anche che, se da un lato le giovani europee primeggiano nella creazione di contenuti digitali, dall’altro c’è la necessità di favorire una loro maggiore presenza nel campo della programmazione. Nel 2025, le ragazze tra i 16 e i 19 anni hanno dimostrato livelli di competenza nella creazione di contenuti digitali superiori alla media della popolazione generale (fascia 16-74 anni). Nello specifico, la maggioranza delle giovani intervistate ha dichiarato di saper gestire file in cloud o tra dispositivi (79,2 per cento), utilizzare software di videoscrittura (75,2 per cento) e creare file multimediali complessi che integrano testi, immagini e animazioni (71,4 per cento). Tuttavia, la percentuale di ragazze che codificano è quasi la metà di quella dei ragazzi: il 10 per cento rispetto al 19,8 per cento. Questa differenza è presente in quasi tutti i Paesi dell’UE, con punte massime in Portogallo (differenza di 26,6 punti percentuali), Belgio (17,9 pp) e Slovacchia (17,4 pp). L’unica eccezione rilevante è Cipro, dove le ragazze superano i ragazzi nel coding di 4,3 punti percentuali. Al contrario, i divari più contenuti si registrano in Bulgaria (0,2 pp), Lettonia (1,6 pp) e Romania (2,4 pp).


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