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    Home » Opinioni » La lezione polacca che Kyiv non vuole sentire

    La lezione polacca che Kyiv non vuole sentire

    La logica di Zelensky è comprensibile, perché i suoi soldati muoiono davvero, non simbolicamente. Ma quella del processo di adesione all'UE è un'altra: quella che Varsavia ha imparato fra il 1994, anno della domanda di adesione, e il 2004, anno dell'ingresso effettivo

    Roberto Zangrandi di Roberto Zangrandi
    11 Maggio 2026
    in Opinioni, Difesa e Sicurezza
    L'Alta rappresentante UE per la Politica estera, Kaja Kallas, e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Foto: Imagoeconomica

    L'Alta rappresentante UE per la Politica estera, Kaja Kallas, e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Foto: Imagoeconomica

    Mercoledì 6 maggio, sul piazzale di Defence24 Days, la fiera dell’industria della difesa polacca, a Varsavia, un sottufficiale con il basco rosso era seduto sul telaio anteriore di un Rosomak, ovviamente Made in Poland, parcheggiato in fila con altri sei blindati color sabbia. Caffè in una mano, sigaretta nell’altra, l’aria di chi aveva capito che, quella settimana, il centro di gravità della difesa europea si era spostato di qualche centinaio di chilometri più a est. La sera, al lungo bancone che si specchia in un’antologia di bottiglie del bar dell’Hotel Bristol di Krakowskie Przedmieście, un membro di stato maggiore polacco raccontava a un suo parigrado europeo, sottovoce, con il Goldwasser a metà bicchiere, che a Bruxelles “non capiscono ancora la differenza tra urgenza e fretta“. Pilność contro pośpiech: due parole polacche distinte per dire “presto”, che molti, troppi, schiacciano in un’unica idea.

    C’è una ricorrenza nelle testimonianze e confidenze che emergono dai lounge bar dei grandi alberghi, ma tant’è… Certo però è che le cene del venerdì o del sabato a Bruxelles sono rilassate, a numero limitato e altrettanto ricche di commenti. Gli incontri sono di qualità e la fonte del sussurro polacco, anche se de relato, è solida. La distinzione fra urgenza e fretta è esattamente quella che oggi separa Varsavia da Kyiv. E Kyiv da tutto il resto dell’Unione. Quella distinzione, nei dieci giorni precedenti, aveva assunto la forma di uno scontro pubblico fra Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco, parlando a una platea di liceali al Carolus-Magnus-Gymnasium di Marsberg, fra Dortmund e Kassel, aveva detto, con la secchezza renana che irrita anche i suoi amici, che l’idea di un’Ucraina membro dell’UE il primo gennaio 2027 “non funzionerà“. Nemmeno il 2028 è realistico, ha aggiunto, e la prospettiva passa comunque per un trattato di pace e, probabilmente, per il riconoscimento legale di confini diversi da quelli del 1991.

    Politico, in un pezzo brillante e impietoso del suo Forecast, aggiunge il dettaglio: al vertice informale di Cipro del 24 aprile, gli altri capi di Stato e di governo hanno rimproverato a Zelensky di aver respinto la formula della symbolic membership offerta da Berlino e Parigi (presenza alle riunioni di Consiglio, Parlamento e Commissione, ma senza diritto di voto). Un ex consigliere di Bankova, la strada in centro a Kyiv, chiusa al traffico normale e che ospita sia l’ufficio che la residenza del presidente (la Casa delle Chimere, progettata da un polacco nel 1902 in stile Art Nouveau e famosa per le sculture opera dell’italiano Elia Sala), ha una sua precisa opinione. Citato in forma anonima, dice senza giri di parole: “Con gli americani Zelensky è quasi pronto a chiudere; con gli europei ce l’ha perché sente che non sono ancora pronti“. È vero. Ma è solo una parte della verità.

    L’altra parte è statistica e la racconta meglio di chiunque altro, Luis Garicano, sul suo Substack Silicon Continent. L’Europa di oggi non è un’economia che cresce poco: sono due economie che si muovono in direzioni opposte. Nel 2000 la Polonia era al 34 per cento del PIL pro capite americano; nel 2030, secondo le proiezioni del FMI, sarà al 67 per cento. Romania, dal 27 al 60. Lituania, dal 29 al 69. Bulgaria, dal 23 al 53. Sono i numeri di una macchina di convergenza che ha funzionato perché i Paesi entrati nel 2004 e nel 2007 si sono lasciati attraversare dalle riforme: single market, acquis comunitario digerito capitolo per capitolo, agenzie indipendenti, rule of law. Sull’altro versante, la Francia scivola dall’86 per cento al 71 per cento, l’Italia dal 93 per cento al 68 per cento, la Spagna dal 72 per cento al 61 per cento. Lo shock di sicurezza del 2022, come annota Garicano ha trovato spazio politico per le riforme proprio nei Paesi dove il problema di competitività era meno acuto, cioè Polonia, Baltici, Finlandia, Svezia. Nessuno spazio comparabile dove invece servirebbe di più, cioè in Italia, Spagna e Francia. È il pezzo che manca al dibattito europeo: nessuno ha ancora prodotto un meccanismo politico capace di convincere la retrovia dell’Unione a investire, modernizzarsi, crescere.

    Su questo paesaggio si è inserita la mossa vonderleyeniana più ambiziosa: il pacchetto ReArm Europe / Readiness 2030. Ottocento miliardi mobilitabili, 150 miliardi di prestiti diretti via SAFE (Security Action for Europe), adottato dal Consiglio nel maggio 2025 sulla base giuridica dell’articolo 122 TFUE (la stessa del SURE pandemico). A questi si aggiunge la clausola nazionale di salvaguardia del Patto di stabilità che, una volta attivata, sblocca fino ad altri 650 miliardi in quattro anni. Aggiungete il Defence Readiness Roadmap 2030 presentato a Cracovia il 16 ottobre dal commissario lituano Andrius Kubilius, l’European Drone Defence Initiative, l’Eastern Flank Watch, lo European Air Shield e lo European Space Shield atteso nel secondo trimestre 2026, e avete sulla carta la più seria architettura di riarmo europeo dai tempi della Western European Union.

    Sulla carta, perché i numeri di SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), pubblicati il 28 aprile, raccontano un’Europa che spende in modo asimmetrico. Belgio +59 per cento, Spagna +50 per cento, Norvegia +49 per cento, Danimarca +46 per cento, Germania +24 per cento, Polonia +23 per cento. La Polonia siede al 4,7 per cento del PIL, prima della NATO davanti agli Stati Uniti. La Germania resta sotto il 3, e il Sondervermögen, fondo speciale, di Merz è oggi più una promessa contabile che un programma. L’Italia oscilla sotto il 2 e Giorgia Meloni, al Senato il 17 dicembre e poi alla conferenza stampa di Capodanno del 9 gennaio, chiedeva un envoy europeo per dialogare con Mosca, dichiarandosi contraria a soluzioni European-only in nome di un “pragmatismo” che a Berlino e a Varsavia leggono, semplicemente, come dilazione.

    Il Berlaymont lo sa. Anche per questo Kaja Kallas, l’estone che dirige il SEAE dal Capital building di rond-point Schuman, ha tenuto due conferenze stampa in pochi giorni, il 21 aprile a Lussemburgo e il 24 a Nicosia, in cui ha ripetuto con quella sua asciutta precisione due cose. La prima è che il prezzo del sostegno all’Ucraina è alto, ma quello della sua caduta sarebbe ancora più alto. La seconda, più sottile, è che il prestito da 90 miliardi sbloccato dopo la sconfitta elettorale di Viktor Orbán è una buona notizia solo se è seguito dal ventunesimo pacchetto di sanzioni e dal Reparations Loan sui beni russi immobilizzati. Su quest’ultimo dossier Meloni frena, prudentemente, per ragioni di esposizione del sistema finanziario italiano, anche se l’argomento più realistico è che i beni russi sono congelati a Bruxelles, non a Roma, e che il rischio reputazionale ricade soprattutto su Euroclear, la centrale di regolamento e custodia dei titoli europei.

    Il rebranding di Kallas è importante: il SEAE non è più, come negli anni di Borrell, l’apparato che insegue le crisi. È diventato il pivot diplomatico che cuce la Coalition of the Willing, le security guarantees del quarto pilastro, l’EUMAM. European Union Military Assistance Mission in support of Ukraine, con i suoi novantamila soldati ucraini addestrati e il dialogo costante con Mark Rutte al quartier generale della NATO del Boulevard Léopold III. Lì, l’olandese, dopo la richiesta del 5 per cento del PIL ratificata l’estate scorsa al vertice dell’Aja, sta provando a costruire quella interoperabilità NATO-UE che a Bruxelles inseguono da quindici anni senza riuscire mai a istituzionalizzarla davvero. Almeno sull’asse Kallas-Kubilius-Costa-Rutte, l’Europa ha smesso di chiedersi se riarmarsi, ma si chiede come.

    Resta la dissonanza fra questo lavoro istituzionale, lento e laborioso, e la frenetica ritmica del presidente ucraino. A Davos, in febbraio, Zelensky ha apostrofato l’Europa con una frase che da allora gira nei corridoi del quartiere europeo: “Europe loves to discuss the future but avoids taking action today”. A Cipro, due mesi dopo, ha rifiutato l’observer status offerto da Berlino, definendo “simbolica” un’integrazione che pure, nei fatti, aprirebbe alle delegazioni ucraine i tre rami legislativi dell’Unione. La logica di Zelensky è comprensibile: i suoi soldati muoiono davvero, non simbolicamente, come ha notato il Times, la scorsa settimana in un pezzoscritto a quattro mani con il sottufficiale Dmytro Putiata, veterano delle offensive di Kharkiv e Kursk. Ma la logica del processo di adesione è un’altra: quella che la Polonia ha imparato fra il 1994, anno della domanda di adesione, e il 2004, anno dell’ingresso effettivo. Dieci anni di criteri di Copenaghen, di tribunali normati, di una Corte dei conti rafforzata, di privatizzazioni faticose, di leggi sui conflitti d’interesse. Dieci anni in cui Varsavia, era già nella NATO ma fuori dall’UE, e in cui le Commissioni Prodi e Barroso non hanno mai accettato scorciatoie politiche all’esame tecnico.

    Il paragone con la Polonia è il benchmark vero. Nel 1990 il PIL pro capite polacco era 13.100 dollari in moneta reale; oggi è 47.100, un fattore 3,6, come ha ricordato il ministro delle Finanze Andrzej Domański sulle pagine di Finance & Development dell’FMI. Paradosso apparente: la Polonia è oggi il Paese NATO che spende più di tutti in difesa in proporzione al PIL ed è anche quello che cresce di più. La spiegazione è la convergenza istituzionale, il capitale umano formato da un sistema universitario espanso dagli anni ’90, l’accesso pieno ai fondi di coesione e al mercato unico. Nessuno di questi tre elementi è disponibile a Kyiv su scala accelerata. Tutti e tre sono possibili su scala decennale, a tre condizioni: che la guerra finisca con un confine difendibile; che la riforma anticorruzione passi davvero, non a parole: la prova di un NABU, National Anti-Corruption Bureau of Ukraine, rinforzato; che la cooperazione industriale fra Kyiv e i Paesi del frontier europeo (Polonia, Romania, Stati baltici, Finlandia) si trasformi in industria comune e non in dipendenza assistenziale a tempo indeterminato.

    L’Ucraina già produce quasi metà del proprio fabbisogno militare, esporta droni a Riad, Doha e Abu Dhabi, e ha mostrato, fra Kharkiv, Kursk e ora Sumy, di saper combinare innovazione tattica e resilienza industriale. È la fondazione di una defence base europeizzabile. Ma una base, perché diventi un settore, ha bisogno di ordini pluriennali, di capitali pazienti, di un’autentica European Defence Industrial Strategy, l’EDIS che Kubilius sta provando a tradurre in qualcosa di più di un acronimo.

    Questo il nodo che Zelensky, per ragioni di sopravvivenza politica interna, fatica a sciogliere. Più si lamenta dell’Europa, più alimenta una narrazione utilissima a Putin e ai suoi alleati di terza fila in Italia, in Slovacchia, in Ungheria, secondo cui “Bruxelles tradisce”. The Economist di questa settimana, nella rubrica By Invitation, ospita anonimamente un ex alto funzionario del governo russo che parla di un “dead end”. Putin, sostiene, ha portato la Russia in un vicolo cieco, e i russi cominciano a immaginare un futuro senza di lui. “It arrived not as an event but as a sensation, felt everywhere at once”. Se è vero, e ci sono ragioni serie per sospettare che lo sia almeno in parte, allora il tempo è il vero alleato strategico dell’Ucraina, non la fretta. La fretta serve a Zelensky come leva interna; la pazienza serve a Kyiv come leva sistemica. Sono due tempi diversi, e la diplomazia europea, quella vera, sa benissimo distinguerli.

    Tornando al bar del Bristol, l’ufficiale di stato maggiore, finito il bigos, il tipico stufato misto di carni e salcicce, e il secondo bicchiere di Goldwasser, ha detto una cosa che vale come sintesi: “A Bruxelles parlate sempre di strategic autonomy. Noi a Varsavia di strategic patience. La differenza è che la prima è una parola d’ordine. La seconda è una pratica“. Senza arroganza; con la consapevolezza di chi ha già attraversato una transizione sistemica e sa che la fretta è una cattiva consigliera. La lezione vale per Kyiv, che dovrebbe smettere di confondere il calendario interno con quello dell’Unione. Vale per il Berlaymont, che deve cucire SAFE, EDIS e Readiness 2030 in una strategia industriale capace di obbligare Italia, Spagna e Francia a tenere il passo della retrovia, smettendola di nascondersi dietro un “pragmatismo” che è soltanto un rinvio.

    Vale soprattutto per chi a Roma, fra il Quirinale e Palazzo Chigi, ha capito che l’Europa che verrà passa necessariamente per Varsavia, Helsinki e Vilnius; non per le scorciatoie di Mar-a-Lago. Strategic patience non è il nome elegante della rassegnazione. È la disciplina di chi accetta che un Paese diventi, in dieci o quindici anni, ciò che la Polonia è diventata in venticinque. È la sola via realistica perché Zelensky, o chi verrà dopo di lui, non resti l’eroe stanco di una nazione esausta al ritorno dall’ennesimo Cipro. Ed è probabilmente l’unica Europa che possa ancora vincere.

    Tags: adesioneciprocommissioneconsigliokallasparlamentoputinrussiaueZelensky

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