Bruxelles – Nell’Unione europea, il settore tessile è al terzo posto per consumo di acqua e suolo, al quinto per l’utilizzo di materie prime ed emissione di gas serra. Nel 2020, il consumo medio di prodotti tessili per ogni cittadino europeo ha richiesto 9 metri cubi di acqua, 400 metri quadrati di terreno e 391 chilogrammi di materie prime. E non finisce qui: ogni anno nell’UE vengono scartati 5 milioni di tonnellate di tessuti e abbigliamento – circa 12 a persona – e solo l’1 per cento di questi viene riciclato in nuovi prodotti. I cittadini europei, però, faticano a cambiare le loro abitudini. L’allarme arriva da uno studio di Legambiente per il progetto VERDEinMED, nato per promuovere la prevenzione e la riduzione dei rifiuti tessili nell’area del Mediterraneo.
L’indagine ha coinvolto centinaia di partecipanti in Italia, Spagna e Grecia e ha messo in luce una significativa discrepanza tra i valori ambientali dei consumatori e il loro effettivo comportamento d’acquisto nel settore tessile. Il 69 per cento dei consumatori intervistati, infatti, ha dichiarato di leggere le etichette – cifra che cala con l’abbassarsi dell’età -, ma il 34,6 per cento ritiene che le informazioni contenute siano incomplete e poco trasparenti. “Le persone – sostiene Legambiente – chiedono quindi dati chiari sull’origine delle materie prime, sui processi produttivi e sulle condizioni di lavoro”. Inoltre, la maggior parte delle persone si dice assolutamente favorevole all’acquisto di fibre sostenibili e disposta a cambiare le proprie abitudini per proteggere l’ambiente. Allo stesso tempo, però, il 42,4 per cento degli intervistati ha detto di prestare poca o nessuna attenzione durante l’acquisto di prodotti tessili. Questo è ciò che Legambiente definisce un ‘Value-action gap’, un divario tra valori e azioni. Nonostante la consapevolezza sia in aumento, spiega lo studio, “la mancanza di trasparenza e le pressioni del sistema moda rimangono i principali ostacoli verso un consumo sostenibile”.
Dall’indagine risulta anche che il 25,4 per cento dei partecipanti non conosce la provenienza dei propri vestiti, nonostante i capi facciano un lungo viaggio prima di arrivare nei negozi europei. I dati Eurostat del 2024 – elaborati dal CBI (Center for the promotion of imports) – indicano che l’UE ha importato capi di abbigliamento per un valore di 180,5 miliardi di euro. Cina, Bangladesh e Turchia sono i primi tre esportatori verso l’UE. Insieme, rappresentano il 27,8 per cento di tutte le importazioni di abbigliamento nell’UE nel 2024. Da sola, la Cina rappresenta il 12,8 per cento del valore delle importazioni, per 23 miliardi di euro.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, gli acquisti di prodotti tessili nell’UE nel 2020 hanno generato circa 270 chilogrammi di emissioni di CO2 per persona. Questo significa che i prodotti tessili consumati nell’UE hanno generato emissioni di gas serra pari a 121 milioni di tonnellate. Molti vestiti, poi, vengono gettati. Secondo i dati Eurostat, i cittadini europei consumano ogni anno quasi 26 chilogrammi di prodotti tessili e ne smaltiscono circa 11. Gli indumenti usati possono essere esportati al di fuori dell’UE, ma per lo più vengono inceneriti o portati in discarica. Un altro punto chiave dello studio di Legambiente è proprio la gestione dei rifiuti: il 41,1 per cento dei partecipanti non sa come funzioni nella propria regione o città.
Non si tratta di disinteresse, spiega Legambiente. L’influenza del modello ‘fast fashion’ “incoraggia il consumo eccessivo e rende opachi i costi ambientali della produzione”. L’impatto del tessile e della moda “è una sfida globale – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – che passa da una normativa efficace, basata su ecodesign e prevenzione, ma anche una sfida locale che vede aziende e consumatori come attori importanti”.
Per risolvere la carenza di informazioni, Legambiente punta sul Passaporto digitale del prodotto (DPP), previsto dal Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile. Questo strumento dovrebbe servire a rappresentare la vera identità digitale del capo, standardizzando i dati su tracciabilità, trasparenza impatto ambientale, conformità normativa e gestione del fine vita, contrastando il greenwashing e rendendo finalmente i consumatori più consapevoli. Inoltre, aggiunge l’associazione ambientalista, “serve uno strumento normativo importante come la Responsabilità estesa del produttore (EPR) che obbliga chi produce, chi importa e vende prodotti tessili a farsi carico dell’intero ciclo di vita del prodotto, inclusi i costi di gestione del rifiuto“. La governance del settore è “frammentata e manca una regia univoca – conclude Zampetti -. Senza il coinvolgimento dei cittadini e una visione di insieme, mancherà sempre un anello per chiudere il cerchio e per rendere sostenibile la filiera”.
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