Da diversi mesi un dibattito cruciale attraversa l’Europa: vogliamo ancora vivere in un mondo regolato dal diritto oppure accettiamo il ritorno della legge del più forte? Questa domanda si cristallizza oggi attorno alla Corte penale internazionale.
Creata dallo Statuto di Roma adottato il 17 luglio 1998, la CPI è nata da una convinzione semplice: alcuni crimini sono talmente gravi da riguardare l’intera umanità. Genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimine di aggressione: nessun responsabile politico, militare o economico dovrebbe poter fare affidamento indefinitamente sul proprio potere per sottrarsi alla giustizia.
È proprio questo principio che oggi viene duramente messo in discussione.
Gli Stati Uniti e la Russia contestano apertamente alcune decisioni della Corte. Mosca ha reagito ai mandati d’arresto legati alla guerra in Ucraina avviando procedimenti penali contro magistrati della CPI, con effetti essenzialmente limitati al territorio russo. Washington, sotto la presidenza di Donald Trump, ha scelto una strada diversa: quella delle sanzioni economiche extraterritoriali contro la Corte, i suoi giudici e il suo personale.
Queste misure sono tutt’altro che simboliche. Possono impedire alle persone colpite di utilizzare servizi bancari, strumenti di pagamento, piattaforme digitali e strumenti informatici ampiamente indispensabili alla vita quotidiana e al lavoro di un’istituzione internazionale. Per effetto indiretto, queste sanzioni colpiscono pesantemente anche le associazioni delle vittime che forniscono assistenza alle indagini giudiziarie. Il messaggio è chiaro: applicare il diritto internazionale può oggi esporre i magistrati a ritorsioni economiche, così come le associazioni e le persone che operano nell’ambito delle attività della CPI.
Non illudiamoci! Non si tratta di un semplice disaccordo giuridico, ma di un vero e proprio tentativo di dissuasione politica. Se dei giudici internazionali possono essere sanzionati per aver preso decisioni sgradite a una grande potenza, allora è la stessa indipendenza della giustizia internazionale a essere messa in pericolo.
Di fronte a questa situazione, l’Europa non può limitarsi a dichiarazioni di principio. Dispone di uno strumento concreto: lo Statuto di Blocco (“Blocking Statute”), la cui attivazione è già stata richiesta da una risoluzione del Parlamento europeo, permetterebbe di neutralizzare sul territorio europeo gli effetti extraterritoriali delle sanzioni americane. In pratica, ciò significherebbe che le imprese operanti nell’Unione europea dovrebbero continuare a fornire i propri servizi alle persone e alle istituzioni colpite da tali sanzioni.
La domanda posta alla Commissione europea e alla sua presidente, Ursula von der Leyen, è dunque fondamentalmente politica: l’Unione europea vuole proteggere una Corte di giustizia che ha sede in Europa e che rappresenta uno dei principali risultati del diritto internazionale contemporaneo?
In risposta a questa campagna, promossa da Eumans, movimento paneuropeo di iniziativa popolare, e da No Peace Without Justice, ONG specializzata nella difesa dei diritti umani, si sono moltiplicate le iniziative cittadine. A partire dalla metà di aprile, attivisti hanno manifestato davanti alle istituzioni europee a Bruxelles, con la partecipazione, tra gli altri, degli eurodeputati Brando Benifei e Chloé Ridel, così come in diverse città europee, tra cui Barcellona, Madrid, Berlino, Roma, Milano, Napoli e Bologna. Parallelamente, un’iniziativa di digiuno a staffetta ha coinvolto oltre 260 partecipanti in tutta Europa.
Il prossimo 16 luglio, alla vigilia della Giornata mondiale della giustizia internazionale, sarà compiuto un nuovo passo. Eumans e No Peace Without Justice organizzeranno a Roma, alle ore 18, una manifestazione accanto alla sede della FAO. Questo luogo non è stato scelto casualmente: è proprio qui che nel 1998 fu adottato lo Statuto di Roma che diede vita alla Corte Penale Internazionale. Da questo luogo simbolico rinnoveremo il nostro appello alla Commissione europea affinché attivi il regolamento di blocco e protegga concretamente la CPI, i suoi giudici e il suo personale.
Il giorno successivo, 17 luglio, gli oltre 260 partecipanti al digiuno a staffetta realizzeranno eccezionalmente un digiuno collettivo nella stessa giornata, per rivolgere un messaggio ancora più forte a Ursula von der Leyen: l’Europa deve smettere di subire le sanzioni extraterritoriali americane e difendere la propria sovranità giuridica attivando il Blocking Statute.
Questa campagna beneficia del sostegno di oltre 3.900 cittadini europei e di cinque premi Nobel: Geoffrey Hinton (Fisica, 2024), Oleksandra Matviichuk (Premio Nobel per la Pace 2022, a nome del Centro per le libertà civili), Giorgio Parisi (Fisica, 2021), la Lega tunisina per i diritti umani (Premio Nobel per la Pace 2015) e Richard J. Roberts (Medicina, 1993).
La campagna lancia anche un’altra proposta: l’attribuzione del Premio Nobel per la Pace 2026 alla Corte penale internazionale, in riconoscimento della «sua duratura contribuzione alla pace e alla sicurezza internazionali attraverso la lotta contro l’impunità per i crimini più gravi al mondo».
Mentre il Presidente degli Stati Uniti, nonostante una linea internazionale fondata sui rapporti di forza, rivendica pubblicamente per sé stesso questo riconoscimento, assegnarlo a un’istituzione che opera realmente in favore della pace e del rispetto dei diritti umani avrebbe un valore altamente simbolico. Significherebbe riconoscere il ruolo della Corte penale internazionale, proprio l’istituzione che Donald Trump sta oggi cercando di indebolire e aggirare.
La posta in gioco va ben oltre la CPI. Se l’Europa accetta che una potenza straniera possa punire giudici internazionali per le loro decisioni, manda al mondo un segnale pericoloso: le regole comuni valgono solo finché non disturbano i più potenti.
Al contrario, proteggere oggi la Corte non significa scegliere uno schieramento geopolitico. Significa affermare che nessuno Stato, nessun leader e nessun esercito dovrebbero essere al di sopra del diritto.
Il 17 luglio 1998 l’Europa ha contribuito alla nascita della Corte penale internazionale. Ventisette anni dopo, deve decidere se questa eredità meriti ancora di essere difesa.
Marco Cappato — copresidente di Eumans
Djémila Boulasha — copresidente di Eumans
Lorenzo Mineo — tesoriere di Eumans
Niccolò Figà-Talamanca — segretario generale di No Peace Without Justice












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