Bruxelles – L’Unione europea, Guccini, non l’aveva mai frequentata. Né di persona, né nella sue canzoni. Non ci sono sue visite alle istituzioni comunitarie da poter raccontare, e non ci sono testi che tocchino il tema dell’integrazione. Per scelta, probabilmente, il cantautore ha sempre evitato. Almeno in maniera diretta. Nella sua lunga carriera artistica, fatta di concerti e libri, Guccini ha affrontato altri temi e uno di questi è stata la Storia, quella dell’uomo, lo stesso uomo che dalle ceneri della Storia ha saputo costruirne una nuova e contraria, fatta di riconciliazione e cooperazione. L’Unione europea, nel suo progetto di integrazione e superamento delle divisioni tra popoli, è ciò che deriva anche da Auschwitz, capitolo buio della saga umana a cui Guccini ha dedicato uno dei suoi brani più intensi e ancora oggi più rappresentativi.
Auschwitz, il posto dove anche “Dio è morto”, come cantò lui stesso, ha rappresentato un punto di non ritorno, ma al contempo il punto da cui ripartire. Il campo di sterminio nazista simbolo della seconda guerra mondiale e delle follie dell’uomo è lì a dimostrare che sì, “l’Unione europea non è un incidente della storia”, come volle sottolineare David Sassoli, presidente del Parlamento europeo che in ossequio alla missione riconciliatrice dell’UE ha voluto nell’Emiciclo Liliana Segre, che di Auschwitz è testimone, una della poche. Perché da quel campo in pochi hanno fatto ritorno.
Lui, Guccini, l’Europa nel senso di Unione europea non l’ha mai celebrata in modo diretto. L’Europa in questa accezione l’ha presa alla lontana, in modo implicito e indiretto. L’ha raccontata attraverso i fatti dell’Italia divisa e lacerata dalla guerra nella guerra, quella civile figlia di un asse Roma-Berlino non da tutti ripudiata. Ne ha tessuto le lodi celebrando con “Quel giorno di aprile” (il 21, del 1945, ndr) la liberazione della ‘sua’ Bologna dall’occupazione delle truppe nazi-fasciste per una rinascita che è stata poi rinascita per tutti, in momenti diversi ma sotto la spinta della stessa voglia di Europa.
Guccini canta un’Europa diversa, più attuale e contemporanea, quando incide “Primavera di Praga”, critica feroce all’occupazione sovietica della Cecoslovacchia e vero e proprio inno alla libertà e all’Europa libera da oppressioni e oppressori. Alla fine nel Guccini-pensiero emerge un manifesto chiaro, fatto di memoria e critica, ma soprattutto democrazia e valori, considerati come assoluti. Lui, anti-sovietico, non esita a diventare anti-americano di fronte alla vicenda di Silvia Baraldini. Una canzone da far ascoltare ai deboli leader europei di oggi che si piegano al prepotente Trump.
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