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    Home » Non categorizzato » La chiamano flessibilità ma è austerità con lo sconto

    La chiamano flessibilità ma è austerità con lo sconto

    [di Luigi Pandolfi] La campagna mediatica delle ultime settimane sembrava presagire uno scontro reale tra Renzi e Bruxelles. Ma l’atteso paper del governo con le proposte italiane per una «riforma strategica dell’Unione europea» dimostra che Renzi non ha nessuna alternativa da offrire alle politiche economiche dell’Unione.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    26 Febbraio 2016
    in Non categorizzato

    di Luigi Pandolfi 

    L’atteso paper targato Renzi-Padoan, con le proposte italiane per una «riforma strategica dell’Unione europea», è giunto finalmente a Bruxelles. Otto pagine con la solita crescita che stenta a venire, nessuna novità di rilievo sul versante delle soluzioni.

    E dire che il momento era stato fatto precedere da una ben orchestrata campagna mediatica del premier — sembrava che Renzi avesse fatto proprie le posizioni più radicali in circolazione sulla necessità di un superamento dell’attuale governance comunitaria — tanto da convincere alcuni osservatori che esso potesse contenere un duro e articolato j’accuse nei confronti delle politiche economiche e dei vincoli di finanza pubblica europei e, di conseguenza, proposte dirompenti per porre rimedio al loro conclamato fallimento. E invece no.

    Se da un lato il documento coglie l’insufficienza — per non dire il fallimento — delle politiche monetarie espansive della BCE a fini reflattivi, dall’altro punta tutto su qualche margine di manovra nell’utilizzo degli avanzi primari, ossia i saldi tra le entrate e le uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito. Una partita che si gioca attorno a cinque decimali di deficit, più o meno.

    La chiamano “flessibilità”, di fatto è solo un modo diverso, meno aggressivo, anche un po’ ipocrita, di intendere l’austerità.

    Il documento non mette in discussione il principio del pareggio di bilancio, né la logica del deleveraging process che sta alla base del fiscal compact. Né prova a ribaltare l’assioma secondo cui dalle secche in cui è piombata l’economia europea si esce con la destrutturazione di quello che rimane del welfare universalistico, con la svendita di asset pubblici strategici e con la cancellazione di fondamentali conquiste della civiltà del lavoro. Tutt’altro.

    Le “riforme strutturali”, insieme al potenziamento del “mercato interno” (austerità competitiva) ed alla piena liberalizzazione del mercato dei capitali (capital markets union), costituiscono i veri capisaldi di questa proposta italiana alla UE.

    E gli investimenti? Oltre alla richiamata flessibilità di bilancio a regole invariate, il tutto è demandato agli effetti dell’ineffabile “piano Juncker” (315 miliardi virtuali, di cui soli 21 cash) e ad una migliore «canalizzazione del risparmio privato» verso i settori produttivi. Il che, tradotto, significa affidarsi ancora una volta alle magnifiche sorti e progressive dei mercati finanziari, per non dire, più prosaicamente, della finanza speculativa in quanto tale.

    D’altro canto, di «meccanismi di mutualità», legati ad un’eventuale emissione di eurobond, si parla esclusivamente con riferimento alla gestione dell’emergenza migranti, fatto salvo il mutualismo espressamente invocato per puntellare (ancora) il traballante sistema bancario (Fondo europeo di garanzia dei depositi).

    Si dà, invece, il via libera all’ipotesi di un ministro delle finanze europeo, caldeggiata, com’è noto, in primis da Francia e Germania. In assenza di un governo politico dell’Unione e di un bilancio pubblico europeo adeguato ed indipendente dai trasferimenti dei singoli Stati membri, esso altro non sarebbe che un super-pretoriano a guardia dei piani di risanamento nazionali e dell’avanzamento delle cosiddette “riforme strutturali”.

    Un super-ministro dell’austerità alle dipendenze di Berlino, insomma, che andrebbe a completare il processo di esautoramento della sovranità democratica in ambito comunitario, con danno maggiore per i paesi periferici.

    In realtà, per comprendere il significato di questa sortita del governo italiano, bisogna tener conto dell’andamento dell’economia del nostro paese e delle cambiali che lo stesso ha sottoscritto per i prossimi anni.

    L’ultima nota di aggiornamento al DEF, approvata lo scorso mese di settembre, parlava di un «miglioramento della previsione programmatica» per il 2016 relativamente alla crescita del PIL, con una stima che passava dall’1,4% all’1,6%.

    Oggi, invece, nessuno scommette più su un incremento della ricchezza nazionale per l’anno in corso che sia superiore all’1%.

    Neanche il governo, a pensarci bene, sebbene ancora continui a far finta di ostinarsi a non modificare le stime, a dispetto dei moniti della Commissione e dell’ultimo outlook dell’OCSE. Il guaio, tuttavia, è che le previsioni sugli indicatori di finanza pubblica erano state calibrate su quelle stime macroeconomiche, col rischio che adesso saltino in aria tutti gli impegni assunti sulla riduzione del rapporto debito/PIL e sul conseguimento del pareggio di bilancio in termini strutturali entro il 2018. Tutto ciò, mentre rimane sub iudice la legge di stabilità per il 2016 e incombono le cosiddette “clausole di salvaguardia” (aumento automatico di IVA e accise), nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.

    In breve, il gioco di Renzi è più semplice (e banale) di quanto possano far sembrare le sue roboanti dichiarazioni: enfatizzare il confronto con Bruxelles per portare a casa una piccola moratoria sui conti pubblici e, magari, qualche miliardo in più da spendere in vista dello showdown elettorale delle prossime politiche.

    Pubblicato sul manifesto il 23 febbraio 2016. 

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