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    Home » Economia » Ségol: Fallita l’austerità ora si rischia la destabilizzazione

    Ségol: Fallita l’austerità ora si rischia la destabilizzazione

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    27 Agosto 2012
    in Economia
    Bernadette Sègol

    Bernadette Sègol

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    “I provvedimenti dell’Unione Europea contro la crisi, come il Fiscal Compact, sono inutili. Non si può puntare tutto sull’austerità e non fare nulla per stimolare la crescita o per aggredire la devastante evasione fiscale. In questo modo si rischia di creare una situazione insostenibile”. È preoccupata Bernadette Ségol, segretario della Ces, la Confederazione Europea dei sindacati che riunisce le principali organizzazioni dei lavoratori d’Europa, tra cui Cgil, Cisl e Uil. A suo avviso una situazione difficile come quella attuale richiede un’azione immediata e provvedimenti coraggiosi: “La Bce deve poter finanziare direttamente i Governi in difficoltà e il debito deve essere mutualizzato”. La sua analisi sul modo in cui si sta muovendo l’Ue è alquanto impietosa: “Da un punto di vista sociale è del tutto evidente che i cittadini che sono stati sottoposto a duri programmi di austerità si sono accorti che questi programmi non funzionano. Lo vediamo in Grecia, Spagna, Irlanda e ora anche Portogallo che il rigore non ha portato i risultati sperati. È stato un fallimento. Si rischia in Europa di avere situazioni in cui la destabilizzazione economica provochi destabilizzazione sociale, aumento della povertà, dell’illegalità, con reazioni molto forti”.

     È soprattutto il Fiscal Compact il principale bersaglio delle vostre critiche. Perché?

     “Semplicemente perché è inutile. Scrivere in costituzione una regola d’oro non è la soluzione necessaria per riequilibrare i conti. E poi le regole per la governance economica sono già nel Six Pack. Questo trattato, imponendo il taglio del debito pubblico a tappe forzate e con la minaccia di multe altissime, limita pesantemente la possibilità per i diversi paesi di decidere del proprio bilancio a livello nazionale. E questo ha delle conseguenze sulla stessa democrazia”.

     La paura è che ad andare avanti con una gestione dei bilanci così disinvolta il rischio bancarotta sia sempre dietro l’angolo.

     “Noi capiamo che la situazione attuale esige correzioni e diciamo che bisogna tornare a una situazione di bilancio sana. Siamo coscienti del fatto che ci vogliono correzioni, ma ci vuole molto più tempo, più flessibilità nelle richieste”.

     Voi parlate di un Social Compact in contrapposizione al Fiscal Compact. Quali sono le principali proposte?

     “L’austerità ricade solo su salari e servizi sociali c’è bisogno invece di agire su crescita e lavoro. Noi vogliamo riformare la fiscalità delle imprese e tassare i più ricchi. Bisogna aggredire l’evasione fiscale, che in Europa è dilagante e tassare le transazioni finanziarie. Non dimentichiamoci che se ci troviamo in questa situazione tremenda gran parte della responsabilità è delle banche”.

     Siete d’accordo quindi con la linea di Hollande?

     “Per quanto riguarda la tassazione spinta ai redditi più alti è proprio quello che intendiamo”.

     La lotta all’evasione fiscale viene spesso sbandierata come toccasana ma nell’applicazione concreta poi richiede tempo e la situazione è drammatica.

     “Nell’immediato è necessario che la Banca centrale europea scenda in campo in prima persona finanziando direttamente i governi nazionali”.

     Ma questo non fa parte delle prerogative della Bce, per non parlare dell’opposizione che un’idea del genere riceverebbe da paesi come la Germania.

     “Siamo in una situazione in cui o si trovano situazione immediate per salvare la zona euro o saranno i mercati a comandare. Bisogna quindi prendere misure drastiche e veloci e solo la Bce può fermare la speculazione. Se non deve essere la Bce allora si dia licenza bancaria al Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità, il cosiddetto fondo Salva-Stati ndr). Bisogna poi trovare risorse supplementari e utilizzare meglio i fondi strutturali. E intanto il debito infine dev’essere mutualizzato”.

     Per quanto riguarda i sindacati sembra però che non riescano a incidere sulle scelte politiche europee. A livello transnazionale sembrano mancare di unità.

     “Non sono d’accordo. Ad esempio abbiamo adottato il Social compact all’unanimità, non lo hanno votato solo i sindacati del sud. Abbiamo fatto proposte unitarie e promosso manifestazioni europee. Certo per far cambiare il sistema economico ci vuole ben più di una manifestazione ma abbiamo siamo uniti sulle risposte da dare”.

     Alcuni ipotizzano l’idea di uno sciopero europeo.

     “Lo sciopero è uno strumento da maneggiare con prudenza. Le regole nazionali sono molto differenti da Paese a Paese. Nei paesi nordici ci sono accordi che obbligano i sindacati alla pace sociale, in Germania la legge impone che gli scioperi non possono essere politici ma solo per fare rivendicazioni concrete per i lavoratori. Sull’organizzazione di uno sciopero europeo ci sono ostacoli giuridici e convenzionali che lo rendono una soluzione molto difficilmente praticabile”.

     È un’ipotesi quindi irrealistica?

     “Al momento forse sì, ma non è detto che non si potrebbe cominciare ad immaginarlo per una parte delle nazioni europee, magari proprio quelle del Sud e più in difficoltà”.

    Intervista raccolta da Alfonso Bianchi ©Eunews.it

    Nei prossimi giorni pubblicheremo le interviste sul prossimo “autunno caldo” realizzate con Cgil (Giulia Barbucci), Cisl (il segretario generale Raffaele Bonanni) e Uil (Anna Rea).

    Tags: autunno caldobcecescgilcislEtucSègolsindacatiuil

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