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    Home » Cultura » Perugia si vuole Capitale della Cultura, ripensando l’essere città

    Perugia si vuole Capitale della Cultura, ripensando l’essere città

    Continua il nostro viaggio tra le città candidate a capitale europea della cultura 2019. Dopo l'incontro con Ravenna intervistiamo il professor Bruno Bracalente, presidente della Fondazione “Perugiassisi2019”

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    3 Febbraio 2013
    in Cultura

    Continua il nostro viaggio tra le città candidate a Capitale Europea della Cultura 2019. Dopo l’incontro con Ravenna intervistiamo il professor Bruno Bracalente, presidente della Fondazione “Perugiassisi2019”

    Perché diventare capitale europea della cultura per Perugia, Assisi e per tutto il territorio umbro? 

    L’Umbria ha bisogno di cambiare, di aumentare l’intensità di cultura nella società e nella economia, di proiettarsi maggiormente nella dimensione europea e internazionale. Siamo convinti che la candidatura a Capitale Europea della Cultura per Perugia, assieme ad Assisi e l’Umbria, possa rappresentare un momento di passaggio, che porterà a percorsi di trasformazione e innovazione delle città e della regione, attraverso la cultura. E’ stato così per tutte le città che sono state capitali della cultura in passato. Nel momento di crisi che stiamo vivendo, questa è anche, e soprattutto, un’opportunità per avviare un nuovo ciclo di sviluppo economico, attraverso nuovi investimenti e nuove politiche.

    Ci può dare delle anticipazioni sui punti e sui momenti più importanti della vostra proposta di candidatura?

    Pensiamo a un’idea di città fortemente ancorata alle radici storiche e ai valori permanenti che da sempre le caratterizza, ma con una visione e una tensione rivolta al futuro. Se saremo Capitale vogliamo proporre ai cittadini europei non una semplice occasione per assistere ad eventi o per consumare servizi culturali, ma un invito a venire a riflettere insieme a noi sul modo di essere città, di reinventarsi come città; ossia la città come produzione di idee, come capacità di accoglienza e come luogo di dialogo. Queste erano le tre peculiarità delle nostre città medievali, che vogliamo riproporre e proiettare nell’Europa del futuro.

    Avete dei progetti “nuovi”, oltre la storia e la cultura di due città antiche come Perugia e Assisi?

    Siamo convinti che questi tre modi di fare città a cui ho accennato debbano essere orientati nel futuro attraverso l’uso intenso e diffuso delle nuove tecnologie, oggi imprescindibile. La nostra visione non è certo quella legata ad un’idea nostalgica della città del passato; al contrario vorremmo una città basata sui valori che da sempre la connotano, ma trasportata e introdotta nel nuovo, resa contemporanea e fruibile nella contemporaneità. Pensiamo al ruolo che possono avere le tecnologie digitali per quelle dimensioni della città, per l’accoglienza, per il dialogo, per il restauro, per la riqualificazione e la rivitalizzazione dei centri storici medievali, per connettere e rendere sistema la fitta rete di borghi storici e piccoli centri che caratterizza il modello insediativo umbro, per costruire un terreno di coltura per l’innovazione soprattutto sociale. Pensiamo alle tecnologie come mezzo, per esaltare e rendere contemporanee quelle dimensioni del modo di essere città, non certo come fine, come invece sono talvolta intese.

    Qual è la dimensione europea del progetto?

    Noi partiamo, come credo si debba fare sempre, dalle radici storiche, locali, delle città, che devono essere certamente rivendicate, non celebrate, e poi rivolte verso il domani, per offrire un modello di città che si adatti alle esigenze contemporanee e future dei cittadini europei. È l’Europa stessa che nelle sue ultime raccomandazioni ha sottolineato l’importanza della creatività e dell’atmosfera creativa come direttrici di sviluppo e sulla centralità di produzione di nuove idee che devono indirizzarsi le città. Non saremo certo solo noi a proporlo. Però l’Umbria può forse offrire all’Europa qualcosa di specifico quanto a cultura, humus creativo, oltre alla pratica del dialogo e dell’accoglienza, che sono pilastri fondamentali per la convivenza pacifica e operosa, ma anche basamenti della tolleranza, della diversità culturale, dell’integrazione. Tutti elementi su cui si discute come sfida in Europa. All’Europa è stato assegnato quest’anno il premio Nobel per la pace. San Benedetto da Norcia ne è il patrono; Assisi è città della pace e del dialogo religioso a livello planetario; da Perugia ad Assisi si fa da oltre mezzo secolo la marcia per la pace. Il dialogo interculturale e interreligioso per la pace è un tema centrale della nostra candidatura. Ma la dimensione europea del progetto l’affermeremo attraverso molte forme di cooperazione culturale con artisti europei, considerando Perugia e Assisi come l’incrocio tra direttrici culturali che vanno da Nord a Sud e da Ovest ad Est, verso tutta l’Europa orientale e in particolare verso la Bulgaria, che esprime l’altra capitale europea della cultura.

    Vi siete ispirati ad esempi positivi in Italia o in Europa di città che hanno vinto il titolo di capitale europea della cultura

    Noi lavoriamo ad un progetto originale, però abbiamo studiato tutte le principali esperienze di capitali europee della cultura. Un po’ meno le tre precedenti italiane perché non più attuali o con caratteristiche troppo diverse dalla nostra realtà. I modelli di riferimento sono quelli delle città capitali che nel progetto hanno coinvolto altre città e il territorio circostante. E che hanno utilizzato il grande evento come momento di un più impegnativo processo di trasformazione economica e di rigenerazione urbana. Non siamo una città industriale in declino e non abbiamo grandi aree dismesse da riutilizzare, ma abbiamo ugualmente bisogno di dare nuova vita culturale, sociale ed economica ai nostri centri storici, a partire da quello di Perugia.

    Che tipo di ritorno vi aspettate? Prettamente turistico o che si insedino anche delle realtà culturali a lungo termine?

    Ci aspettiamo ovviamente un ritorno di tipo turistico, ma un altro obiettivo importante è il radicamento di nuove realtà imprenditoriali nella nuova economica della cultura e della creatività a Perugia e in Umbria. Nuove imprese e forme di economia, soprattutto della conoscenza, che diano opportunità di lavoro ai tanti giovani ad alta scolarizzazione, che nelle nostre città e nel nostro Paese hanno poche prospettive e opportunità. A Perugia ci sono due università, un’università italiana e una per stranieri e ci sono altre importanti istituzioni accademiche, come l’Accademia di Belle arti e il Conservatorio di musica; eppure siamo una regione che più di altre sperimenta il fenomeno della emigrazione di laureati. Per questo dobbiamo non solo valorizzare le istituzioni accademiche come ricchezza, anche nella candidatura (siamo l’unica città candidata che le possiede tutte e quattro), ma soprattutto costruire le condizioni affinché nella città si sviluppino nuove attività imprenditoriali per giovani ad alta scolarità, in tutti i settori legati direttamente o indirettamente alla cultura e alle attività creative che pure sono ispirate da contenuti culturali.

    Dunque per voi, nonostante la crisi, ha ancora un senso parlare di economia della cultura?

    Non solo ha senso, ma non vedo con che altro si possa ripartire. Cultura e innovazione rappresentano la leva principale su cui agire per rimettere in moto l’economia. C’è bisogno di industria di qualità, di turismo di qualità (e quello culturale lo è in massima misura), di apertura internazionale. C’è bisogno di internazionalizzare le nostre città come si internazionalizzano le imprese. Ed essere Capitale Europea della Cultura è una occasione senza pari di internazionalizzazione delle città.

    Il premio alla città capitale è di un milione e mezzo di euro. Come intendete reperire e utilizzare gli altri fondi necessari per l’attuazione del progetto?

    Il programma culturale sarà composto da numerosi eventi la cui realizzazione evidentemente comporta un costo, che nelle esperienze recenti è stato mediamente dell’ordine di 30 milioni di euro. In una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo, e che non sarà facilmente superata, dovremo probabilmente, tutti, stare un po’ attenti a limitare i costi. In ogni caso si tratta di un’operazione costosa per la quale si dovranno trovare le risorse: dalle istituzioni pubbliche, compreso il governo nazionale, dalle fondazioni bancarie, dalle camere di commercio, dagli sponsor privati. Ma un progetto di candidatura è fatto anche di investimenti in infrastrutture, che richiedono risorse anche molto consistenti, da reperire su altri fondi, regionali, nazionali ed europei, a partire da quelli relativi al nuovo ciclo di programmazione 2014-2020. A questo proposito mi sembra degno di nota il fatto che molte delle città candidate si impegnano fin da ora a realizzare in ogni caso i principali progetti proposti per la candidatura, anche se non conseguiranno il titolo di capitale della cultura. Sarebbe in effetti un peccato, e un incomprensibile spreco di risorse, se questo grande sforzo progettuale in cui molte città sono impegnate da tempo restasse senza seguito. Per questo sosteniamo l’idea di costruire un “Progetto Italia 2019”, che sia il risultato della somma e dell’integrazione dei progetti più significative che in questi mesi si stanno definendo in tutto il Paese.

    Dunque la vostra intenzione è che i progetti restino oltre il 2019?

    Certo. Il valore aggiunto di una Capitale Europea della Cultura è produrre eredità, quindi vogliamo che i progetti infrastrutturali che si stanno studiando vivano oltre il 2019. Gli investimenti fin dall’inizio, dalla fase di partecipazione alla competizione per il titolo, devono essere intesi come un modo di avviare, di dare uno stimolo forte a un percorso di sviluppo di lungo termine della città, di lanciare una nuova fase della sua economia.

    Le candidate italiane che concorrono per questo titolo sono tante, che cosa pensa di offrire il progetto Perugia in più delle altre?

    La competizione pensiamo si vinca sulla capacità di proporre idee nuove e convincenti e noi cercheremo di essere più innovativi e convincenti possibile. In ogni caso, questa è una competizione virtuosa che farà bene all’Italia.

    Da quanto tempo state lavorando al progetto?

    La Fondazione Perugia-Assisi 2019 è nata nell’aprile 2012, ma le amministrazioni comunali hanno iniziato a pensare e a lavorare alla candidatura fin dal 2008. Di lavoro ne è stato fatto e ne stiamo facendo molto. Invito tutti a visitare il nostro sito dove si possono seguire tutte le nostre attività e in cui sarà presto pubblicato in maniera più dettagliata il nostro manifesto di candidatura, www.perugiassisi2019.eu.

    Chiara Celluprica

    Nella prossima puntata intervisteremo Enrico Centofanti per la candidatura di L’Aquila.

    Tags: culturaperugia capitaleue

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