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    Home » Editoriali » 2013, l’anno del dibattito sulla Britexit

    2013, l’anno del dibattito sulla Britexit

    Elido Fazi di Elido Fazi
    5 Febbraio 2013
    in Editoriali

    Intanto una notizia: il 14 marzo uscirà il libro, disponibile anche in formato ebook, scritto congiuntamente da me e dal Vice Presidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella: Breve Storia del Futuro degli Stati Uniti d’Europa. Vi consiglio di leggerlo. Vi troverete una narrativa sul futuro dell’Europa non convenzionale.

    Se il 2012 è stato l’anno del Grexit, nel 2013 molto spazio sarà occupato sui giornali dal Britexit Dopo le decisioni prese nel Consiglio Europeo del giugno 2012, agli inglesi è cominciato ad apparire sempre più chiaramente che le loro opzioni in Europa si stavano restringendo. O accettano di entrare a pieno titolo nell’euro e quindi negli Stati Uniti d’Europa, cosa che Cameron ha totalmente escluso, oppure rimangono nella UE, ma senza molta possibilità di influenzarne le scelte. Non si capisce neanche che strategia abbia in mente Cameron. Rimanere nella UE rinegoziando i trattati e poi andare al referendum potrebbe essere una sua illusione. Non c’è nessun segnale che l’Unione sia disposta a fare le concessioni che lui chiede. In ogni caso il referendum, se si terrà, non sarà prima del 2017 e c’è ancora molto tempo per far ricredere gli inglesi che uscire ora dall’Europa sarebbe una sciocchezza e che se la City di Londra vuole mantenere la sua centralità come piazza finanziaria deve andare incontro all’Euro e non viceversa. Ho vissuto 7 anni in Inghilterra e non credo che la maggioranza dei britannici si sia fatta frastornare dai miti contro l’Europa spacciati da giornali popolari scandalistici come il Sun e il Daily Mail.

    Il discorso di David Cameron a metà gennaio non è stata una sorpresa per nessuno. L’opinione pubblica inglese è attualmente divisa in tre parti: gli Eurofili, che vorrebbero entrare nella Federazione, gli Eurofobici, che vorrebbero uscirne definitivamente, e gli Euroscettici, con a capo Cameron, che sperano in una terza via: rimanere ma rinegoziare le regole. Ma gli eurofobici si stanno allargando a macchia d’olio all’interno del Partito Conservatore.

    Ma quando ci avranno riflettuto meglio, gli inglesi si renderanno conto che la svolta essenziale in Europa ha avuto luogo non a giugno del 2012, ma più di 20 anni fa, nel febbraio del 1992, a Maastricht. Perché, anche se allora tutti non ne erano coscienti, creare una moneta unica, significava che un giorno o l’altro si sarebbe dovuto creare uno Stato Unico Europeo. E’ impossibile avere una Unione Monetaria senza una Unione Fiscale e non è facile avere una Unione Fiscale senza uno Stato Federale. Quando nel 1973 aderirono alla Comunità Economica Europea (CEE) i britannici non vollero prendere atto che dopotutto quella non era soltanto una comunità economica, ma qualcosa di più. I Conservatori, che all’inizio erano stati i più caldi fautori dell’integrazione in Europa, si sono mano a mano sempre più raffreddati.

    La combinazione dell’euroscetticismo dei conservatori di Cameron, insieme all’opportunismo dei laburisti ha consentito di fare una battaglia sul bilancio della UE, ma questa posizione gli ha inimicato quasi tutti gli altri membri del Club. Sempre più ormai l’Inghilterra è vista come il socio di un condominio di cui non vuole pagare le quote né rispettare le regole e fa ostruzionismo su tutto.

    Le opzioni per gli inglesi non sono molte: La prima è di restare dentro l’Unione Europea senza molte possibilità di incidere, a meno che non entrano nell’Euro.

    La seconda è quella di entrare nella European Economic Area (EEA), insieme all’Islanda, la Norvegia e il Lichtenstein. All’interno di questa area gli inglesi potrebbero svolgere un ruolo di leadership, ma ne vale la pena? Intanto, dovrebbero continuare a rispettare tutte le direttive già prodotte da Bruxelles ma non avrebbero nessun rappresentante nel Parlamento Europeo che sembra destinato ad avere una influenza sempre maggiore.

    La terza è di tornare a far parte della European Free Trade Area (EFTA), che loro stessi contribuirono a creare negli anni Sessanta insieme alla Svizzera. La Svizzera riesce a fare business con l’Unione Europea attraverso accordi bilaterali e allineando quasi pedissequamente le sue normative a quelle europee.

    La quarta opzione potrebbe essere quella di diventare il 51° paese degli Stati Uniti. A una gran parte dei cittadini inglesi, questa opzione potrebbe non dispiacere.

    Esiste anche una quinta opzione. Entrare a far parte dell’Euro. Perché no…se solo i cittadini inglesi potessero farsene una idea diversa?

    Qualunque sia l’opzione, i cittadini inglesi in caso di referendum dovrebbero essere bene informati delle conseguenze economiche di una loro uscita, che non sarebbe affatto indolore.

    In un discorso fatto a Zurigo nel 1946 Winston Churchill incitava Francia e Germania a costruire gli Stati Uniti d’Europa, ma affermava già allora che, a causa della sua storia e della sua cultura non si sentiva chiamata a farne parte. Nel suo discorso Churchill sosteneva che la Gran Bretagna avrebbe dovuto mantenere il proprio ruolo di ponte tra Stati Uniti d’America e Stati Uniti d’Europa.

    Forse ha ragione l’economista francese Pierre Larrouturou quando dice: “Perché non riconoscere oggi al Regno Unito questa posizione particolare? Nessuno può essere costretto ad andare più in là di quanto desideri. Ma nessuno, al tempo stesso, ha il diritto di rallentare eccessivamente il cammino degli altri”.

    Ma con Obama Presidente, neanche questa opzione è ormai più possibile tenerla in piedi per gli inglesi.

    Proviamo a convincerli ad entrare nell’Euro.

    Tags: britexitcameronelido fazipittella

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