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    Home » Editoriali » Il lavoro è morto. Viva il lavoro

    Il lavoro è morto. Viva il lavoro

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    7 Maggio 2013
    in Editoriali

    Il lavoro come lo abbiamo inteso per decenni è finito, non c’è più ed è inutile cercare di riportarlo in vita. E’ finito perché non c’è più l’oggetto che si lavorava, oramai spesso non più prodotto, o prodotto in misure minori, o la cui New jobproduzione si è fisicamente spostata in un altro posto del Mondo. I dazi, le norme anti-dumping sono solo rimedi “della nonna”, nel senso blandi e non sostanziali, oltre che antichi.

    Paolo Raffone, direttore della Fondazione Cipi Network di Bruxelles, spiega che “il processo di standardizzazione per il consumo di massa, corretto prima dalla finanziarizzazione dei fattori della produzione (materie prime e lavoro) e poi del consumo (debito rateizzato e poi finanziamento a tasso zero), la libera circolazione planetaria dei capitali, dei beni e dei servizi, sono le ragioni che hanno portato, anche grazie alla crisi del 2008, alla perdita della dominanza occidentale nel mondo. I prossimi 15 anni segneranno il trapasso definitivo del modello occidentale. Mentre si dovrà immaginare un nuovo modello che tenga conto della realtà, l’occidente vivrà in una situazione depressiva demografica, sociale e ambientale. Finora non si è nemmeno sfiorato il cuore del nostro problema, ma si continua a mitizzare il modello occidentale difendendolo con cure sbagliate e intrinsecamente pericolose (ad esempio l’austerità e i droni)”.

    Questa crisi una cosa ha insegnato all’Occidente: che tutto quello in cui credevamo va ripensato e reinventato. Il valore morale e sociale del lavoro è di tutta evidenza, ma è la sua forma che deve rinascere. Inutile tentare di tenere in Italia, ad esempio, le manifatture a bassa specializzazione: se un operaio che lavora per Fiat che produce una ottima vettura (la 500 “lunga”) costa in Serbia, tutto compreso, 600 euro ed in Italia almeno 2.500 lì la storia è finita prima di cominciare. E’ inutile discutere e cercare modi di tenere in Italia qualcosa che non vuole, non può più starci. Qui forse quella macchina potrà essere pensata, disegnata, si potranno progettare le linee di produzione, ma il lavoro a bassa qualificazione sfugge come acqua tra le pietre.

    E’ giusto, il costo del lavoro deve scendere, è utile, può servire ad aumentare un poco l’occupazione. E’ certamente un provvedimento utile per le aziende. Ma se il costo è altro ed i proventi lo Stato li usa come ammortizzatori allora potrebbe anche non scendere troppo.Se però il costo del lavoro scende ma le altre tasse restano alte, se il costo del lavoro scende ma un’azienda non è messa nelle condizioni di investire per crescere, ecco che il lavoro, semplicemente, non si crea.

    L’unica vera politica per il lavoro è però quella che trova, rende sfruttabili e valorizza i lavori possibili. In breve: fare le macchine non è più economicamente sensato, sempre, ad esempio, in Italia, bisogna capire dove sta il nuovo lavoro. Certo, le Ferrari resteranno a Maranello sempre, ma i lavori a bassa qualificazione devono trovare nuove strade. Ad esempio nel Turismo e nella Cultura. E’ lì che il paese deve investire, si deve indebitare (ora che uscirà dalla procedura europea di infrazione per il Bilancio potrà anche farlo a condizioni di favore). “Mettere liquidità”, “regolare” sì, son parole utili, forse esprimono necessità reali, ma se manca la materia prima, se manca qualcosa da produrre e da vendere non c’è ammortizzatore o riforma che tiene. Ci vogliono idee, fantasia, e si dovrà rifondare da capo il sistema.

    Lorenzo Robustelli

    Tags: culturalavorooccupazioneturismo

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