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    Home » Editoriali » Devo dire left?

    Devo dire left?

    Diego Marani di Diego Marani
    10 Giugno 2013
    in Editoriali
    Fabrizio Barca
    Fabrizio Barca

    È una delle domande che si fa Fabrizio Barca nella sua Memoria politica che è venuto a presentare ai Dialoghi di Trani il fine settimana scorso in un dibattito con Marco Revelli. Ed è anche la prima domanda che viene da fargli a sentirgli dire, fra l’altro, che il conflitto fra capitale e lavoro è il sano motore del progresso. Ragionando con Barca, quando un industriale vuole chiudere e delocalizzare una fabbrica, il sano conflitto sociale che scatena servirà a indurlo invece a finanziare ricerca che, portando al progresso tecnologico, sventerà la chiusura e rilancerà la produzione? Ci sta, suona anche left. Ma se per l’industriale invece il progresso è quando gli stessi lavoratori dell’ipotetica fabbrica accettano di lavorare di più per meno? Ci risiamo: vuoi vedere che il concetto di progresso non è lo stesso per capitale e lavoro? Ma troppo spesso il documento di Barca può significare una cosa e il suo contrario, la destra o la sinistra, a seconda di come si interpretano le involute parole della sua lingua, ermetica e rococò al tempo stesso, legittima erede in chiave più misterica della retorica sinistrese italiana immortalata in Ecce Bombo di Nanni Moretti.

    Fra noi traduttori vige il principio che quando un testo non vuole dire niente è impossibile tradurlo. In tutte le lingue dell’UE, la traduzione della Memoria di Barca richiederebbe molta cautela e molte ricostruzioni di pensiero. Anche molti neologismi, a cominciare dal concetto chiave che dovrà alimentare il ripensamento del partito di sinistra italiano: la “mobilitazione cognitiva”. Espressione più che mai fumosa, che fa pensare a una radiosa marcia di gente assorta nel cognoscere, tutti col pugno non alzato ma sotto il mento, e a leggerla ti fa sentire in colpa perché non capisci. Vi trovaste in questa condizione, siate rassicurati: la mobilitazione cognitiva  serve a “riempire di contenuti gli strumenti dello sperimentalismo democratico”, che è l’altro fulcro della ricostruzione del partito politico secondo Barca. Nome da movimento artistico più che da corrente politica, lo sperimentalismo democratico, come ogni sperimentalismo non si sa a cosa possa portare. Lo sperimentalista accorto è consapevole del fatto che certi esperimenti possono causare la morte delle cavie, anzi talvolta è proprio questo il loro scopo. Ammazzare il partito e provare l’esperimento con un altro? Tanto ce n’è una gabbia piena. “Partito palestra”, non “pensatoio”, invoca ancora la Memoria, e subito dà una sgradevole sensazione di sudato e di calorie mai smaltite. Ma da sudare ce n’è ancora leggendo oltre, per chi volesse provarsi a tradurre le “élite estrattive”, altro nodo concettuale della Memoria barchiana, che sa di miniera e fuliggine ma suona comunque moderno, forse perché coi cinesi oggi sono diventate produttive miniere che un tempo nessuno avrebbe mai scavato, e pazienza se inquinano. Del resto, prosegue Barca, “siamo in una fase storica in cui fa fatica ad affermarsi una cultura forte e anzi spesso domina una cultura debole”. Anche qui a me sembra che imbarchi acqua la barca di Barca, perché se uno è forte domina e se è debole no, diceva Pazzaglia a Quelli della notte. Ma forse io non sono di sinistra.

    Parla anche di Europa la Memoria di Barca e ne definisce il progetto con una chiarezza da napalm: “il partito ricercherà un confronto con i partiti di sinistra del mondo, ma in particolare degli Stati membri dell’Unione europea che miri a ricostruire una valutazione congiunta sul futuro della stessa Unione e sulle azioni da intraprendere a riguardo”. Ricostruzione di una valutazione congiunta è tutto quello che ci possiamo aspettare dal nuovo PD qui a Bruxelles. Ma il vero asse portante della riflessione barchiana è il superamento della madre di tutti i conflitti, quello fra tecnocrazia e democrazia. Barca dice che l’anomalia della democrazia moderna è che possono andare al potere attraverso il sistema democratico persone incompetenti e che di riflesso il tecnocrate competente ma non democraticamente eletto rimane ingiustamente incompreso. Il “governo di chi sa” si oppone insomma al “principio di maggioranza” insito in ogni democrazia. La soluzione di Barca è la “ricomposizione fra cittadini votanti e cittadini proponenti e partecipanti”, insomma la pace fra patrizi e plebei che si compatterà nell’unico, grande principio del nuovo partito rinato, secondo il Vangelo di Barca: “Credere a qualcosa assieme ad altri”. Che sia poi la Befana o il Socialismo poco importa.

    Diego Marani

    Tags: diego maraniFabrizio Barcaleft

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