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    Home » Cronaca » La moglie di Dutroux in libertà vigilata in Italia?

    La moglie di Dutroux in libertà vigilata in Italia?

    Il tribunale belga le avrebbe concesso a Michelle Martin il permesso di un periodo di prova in una comunità religiosa in Toscana, vicino a Firenze

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    9 Gennaio 2014
    in Cronaca

    Il tribunale belga avrebbe concesso a Michelle Martin il permesso di un periodo di prova in una comunità religiosa in Toscana, vicino a Firenze

    Michelle Martin
    Michelle Martin

    Michelle Martin, l’ex moglie di Marc Dutroux vuole stabilirsi in Italia, In Toscana per la precisione. La notizia rimbalza oggi sulla stampa belga, dopo che il due gennaio scorso il Tribunale di applicazione delle Pene avrebbe concesso questa possibilità alla complice ora in libertà vigilata, del pedofilo pluriomicida che terrorizzò il Belgio negli anni ’90.

    Secondo il quotidiano Sudpresse, ripreso poi ed approfondito da tutta la stampa nazionale, Martin avrebbe per ora avuto il permesso di recarsi per sette giorni nella comunità “Cristo è la risposta”, una specie di camping proprio dietro il commissariato di polizia di Bagno a Ripoli, a quindici chilometri da Firenze. Questo viaggio sarebbe una sorta di periodo di “prova” nella nuova comunità, presso la quale Martin vorrebbe trasferirsi poiché le suore dalla quelli attualmente risiede a Malonne il prossimo anno si trasferiranno a Bruxelles e sembra che non vogliano portare con se l’ingombrante ospite.

    Martin era stata condannata a 30 anni di prigione e dal 28 agosto del 2012 è in libertà vigilata presso il convento delle monache Clarisse. Ancora non è nota la risposta delle autorità italiane, né se siano state ancora coinvolte.

    La Comunità Cristo è la risposta
    La Comunità Cristo è la risposta

    Il quotidiano Het Belang van Limburg ha parlato con il capo della Comunità, il pastore canadese Paul Schafer, che ha già dato il suo consenso: “Le persone devono avere una seconda possibilità – ha detto il religioso -, ma comprendo anche il risentimento delle vittime. Noi vogliamo darle serenità e un luogo dove riflettere”.

    Michelle Martin era rimasta a casa quando suo marito fu arrestato la prima volta. Avrebbe anche potuto non esserci, tanto Julie e Melissa erano prigioniere lì sotto, e andare da loro da sola a nutrirle poteva essere pericoloso. Meglio lasciarle sole. Meglio farle morire. Di fame. Una fine atroce. L’ultima tortura e la morte che potevano essere date a Marcinelle, in Belgio, dalla moglie e complice di Marc Dutroux.

    Michelle, condannata a 30 anni di prigione, dal 2012 è fuori, in libertà condizionale dopo neanche 15 anni di detenzione. Così prevede la legge belga, applicata dai magistrati di Mons con una decisione “inevitabile ma rivoltante”, come la definì la stampa locale. “Questa donna non ha più un posto nella società”, disse Jean-Denis Lejeune, il padre di Julie. Secondo la legge invece sì, la sua buona condotta in carcere ed il percorso di recupero lo dimostrano, e la donna poté ritirarsi in un convento.

    Martin, ex insegnante (compirà 54 anni il 15 gennaio), fu condannata nel 2004 per la complicità nei crimini commessi da Dutroux (dal quale ha divorziato nel 2003) tra il 1995 e il 1996. Tutti e due furono arrestati definitivamente nell’agosto del 1996 e lui fu condannato all’ergastolo, senza possibilità di sconto di pena. La collaborazione tra moglie e marito era totale, tanto che molte delle vittime furono rapite da lei. Poi, quando Marc abusava delle adolescenti e delle bambine Michèle soddisfava le voglie più perverse del marito, filmando le scene di violenza. Lo aiutò anche a costruire quella prigione nella loro casa vicino a Charleroi, dove Julie Lejeune e Melissa Russo, entrambe di otto anni, furono murate vive e lasciate a morire nel dicembre del 1995, mentre tutto il mondo le cercava e i loro visi erano su ogni giornale.

    Il Belgio si rivoltò contro la decisione di liberare questa donna che, si dice, sia diventata “molto religiosa” in questi anni. Dovrà anche lavorare la Martin, così dispone la legge, “per contribuire ad indennizzare le famiglie delle vittime”. Il giorno prima della decisione definitiva dei magistrati (che già per quattro volte erano riusciti ad impedire la liberazione della “donna del mostro”) fu aperta una pagina su Facebook contro la liberazione, che in meno di 24 ore aveva raccolse 80.000 firme. “Dopo aver scrupolosamente esaminato il dossier ho stabilito che la procedura era stata seguita correttamente”, spiegò però Claude Michaux, il magistrato che prese la decisione e dispose la liberazione, “anche se ero contrario”. La legge è legge, va rispettata, qui in Belgio. In particolare dai magistrati, come da quel giudice istruttore che fu punito perché nel 1996, dopo aver liberato Laetitia, l’ultima vittima della coppia che finalmente fu arrestata, partecipò ad una cena per festeggiare lo scampato pericolo. Non era più imparziale, decisero i suoi superiori, e gli tolsero il caso.

    C’è chi avrebbe voluto buttare le chiavi della cella di Michelle Martin, ma anche chi, nei tanti forum aperti sulle pagine di internet in Belgio, si domanda se “bisogna cambiare la legge perché un detenuto è particolarmente odioso? No, la legge deve essere uguale per tutti, perché possa essere conosciuta e compresa. Altrimenti, a cosa serve?”.

    Tags: belgioDutrouxMichelle Martin

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