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Abrogata dalla Corte Ue la direttiva sulla conservazione dei dati

Abrogata dalla Corte Ue la direttiva sulla conservazione dei dati

Riguarda in particolare i gestori telefonici, obbligati a archiviare informazioni che comportano “un’ingerenza di vasta portata e di particolare gravità nei diritti fondamentali al rispetto della vita privata”

Data room

La direttiva europea sulla conservazione dei dati personali è stata abrogata (“dichiarata invalida”) dalla Corte di giustizia dell’Unione europea poiché “comporta un’ingerenza di vasta portata e di particolare gravità nei diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati di carattere personale, non limitata allo stretto necessario”.

La Corte in una sentenza pubblicata oggi, rileva, anzitutto, che i dati da conservare da parte di società che offrono comunicazioni elettroniche, in sostanza i gestori telefonici, consentono, “in particolare, 1) di sapere con quale persona e con quale mezzo un abbonato o un utente registrato ha comunicato, 2) di determinare il momento della comunicazione nonché il luogo da cui ha avuto origine e 3) di conoscere la frequenza delle comunicazioni dell’abbonato o dell’utente registrato con determinate persone in uno specifico periodo. Tali dati, considerati congiuntamente, possono fornire indicazioni assai precise sulla vita privata dei soggetti i cui dati sono conservati, come le abitudini quotidiane, i luoghi di soggiorno permanente o temporaneo, gli spostamenti giornalieri o di diversa frequenza, le attività svolte, le relazioni sociali e gli ambienti sociali frequentati”. Ora è evidente che queste informazioni posso essere molto utili per le forze dell’ordine, ma così come sono rilevate e conservate fino a due anni, in realtà forniscono informazioni sulla vita privata di chiunque, anche non di interesse delle forze dell’ordine.

Per i giudici europei la direttiva, “imponendo la conservazione di tali dati e consentendovi l’accesso alle autorità nazionali competenti, si ingerisca in modo particolarmente grave nei i diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati di carattere personale”. Inoltre, il fatto che la conservazione ed il successivo utilizzo dei dati avvengano senza che l’abbonato o l’utente registrato ne siano informati “può ingenerare negli interessati la sensazione che la loro vita privata sia oggetto di costante sorveglianza”.

Naturalmente secondo la Corte la conservazione dei dati “ai fini della loro eventuale trasmissione alle autorità nazionali competenti risponde effettivamente a un obiettivo di interesse generale, vale a dire la lotta alla criminalità grave nonché, in definitiva, la pubblica sicurezza”, tuttavia, a giudizio della Corte il legislatore dell’Unione, con l’adozione della direttiva sulla conservazione dei dati, abbia “ecceduto i limiti imposti dal rispetto del principio di proporzionalità”, insomma: “L’ingerenza vasta e particolarmente grave di tale direttiva nei diritti fondamentali in parola non è sufficientemente regolamentata in modo da essere effettivamente limitata allo stretto necessario”.

In particolare, poi, la Corte constata che la direttiva “non prevede garanzie sufficienti ad assicurare una protezione efficace dei dati contro i rischi di abusi e contro qualsiasi accesso e utilizzo illeciti dei dati”. La Corte censura, infine, il fatto che la direttiva non impone che i dati siano conservati sul territorio dell’Unione, e non garantisce, quindi, il pieno controllo da parte di un’autorità indipendente del rispetto delle esigenze di protezione e di sicurezza, come è invece espressamente richiesto dalla Carta.

La direttiva in questi anni ha subito pesanti attacchi da gruppi per le libertà civili, per la protezione dei dati e anche dai gruppi telefonici che denunciavano costi troppo elevati per la conservazione dei dati. Nel 2011, l’attuale commissaria responsabile per gli affari interni, Cecilia Malmstrom, avviò una consultazione per la revisione della direttiva, che però è stata successivamente congelata.

Il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, ora candidato del Pse alla presidenza della Commissione europea (che era membro dell’Eurocamera quando si approvò la direttiva) commenta la decisione dicendo che a questo punto “ogni nuova proposta che la Commissione avanzerà dovrà rispettare in ogni dettaglio le garanzie previste dalla Carta sui Diritti Fondamentali, considerando in particolare un alto livello di protezione dei dati, sempre più essenziale nell’era digitale”. Contenta anche un’altra candidata alle prossime elezioni, la popolare Viviane Reding, commissaria europea alla Giustizia, che era membro della Commissione quando la direttiva fu varata, che si dice “soddisfatta che la Corte abbia confermato che ci serve una autorità indipendente per garantire la protezione dei dati”.

Ezio Baldari 

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