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    Home » Editoriali » Quando il Parlamento si fece Consiglio

    Quando il Parlamento si fece Consiglio

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    19 Giugno 2014
    in Editoriali
    La sede del Parlamento a Strasburgo

    La sede del Parlamento a Strasburgo

    Le elezioni europee appena passate erano iniziate oramai un paio di anni fa, con una bella aspirazione: coinvolgere i cittadini nel progetto europeo, facendo sentire gli elettori parte vera delle decisioni che vengono prese a Bruxelles. Meno filtri, si pensava, possono avvicinarle. E la scelta fu quella di proporre agli elettori il nome dei candidati a presiedere la Commissione. Non più quindi una scelta fatta nelle segrete stanze del Consiglio, tra i governi, ma un processo alla luce del sole, schiettamente democratico,o almeno “più” democratico del sistema di nomina previsto dai Trattati dell’Unione, che, comunque, son considerati come adottati con processo democratico. Una vera festa della democrazia, insomma.

    I cinque partiti principali (in termini di numeri almeno) hanno deciso di partecipare dunque a questo processo ed hanno scelto i loro candidati. Nessuna sorpresa, diciamo la verità: I socialdemocratici hanno indicato Martin Schulz, presidente uscente del Parlamento europeo, che però se non avesse avuto questa chance probabilmente sarebbe finito nelle retrovie della politica, come tanti, forse tutti i suoi predecessori. Anche per questo, forse si è candidato. I liberali, non senza qualche difficoltà, hanno indicato quello che, per molti aspetti, era probabilmente il miglior candidato alla Commissione, se non altro in termini di esperienza, l’ex premier belga Guy Verhofstadt, anche lui a rischio di essere avviato sul viale del tramonto. I verdi hanno fatto delle primarie che, diciamolo, sono andate malissimo, con un pugno di migliaia di partecipanti, per sceglier poi due candidati, nel rispetto della parità di genere: una implicita ammissione di esser fuori dalla corsa. La sinistra ha scelto un candidato vincente, nuovo e credibile, il greco Alexis Tsipras, leader di un partito in grande crescita e simbolo di un’Europa diversa, che vuole l’euro ma non l’austerità. Però anche lui era un candidato simbolico, senza alcuna speranza di successo.

    Infine c’era Jean-Claude Juncker, quello che ad oggi ha più possibilità di prendere il posto di Josè Manuel Barroso. E’ il più “consumato” di tutti i candidati possibili, quello che è stato scelto perché era “sacrificabile” nel caso, previsto per un certo periodo dai sondaggi, che i socialisti sopravanzassero i popolari in termini di deputati. Convinto europeista, anche troppo secondo David Cameron, grande esperienza, buone capacità ma ormai spento, sconfitto prima come presidente dell’Eurogruppo e poi alle elezioni politiche nel suo Granducato. Era proprio il classico “ex” di prestigio. Talmente ex che neanche si è candidato alle elezioni europee, forse perché era convinto di perdere la corsa alla Commissione e fare il deputato sarebbe stata più una seccatura che altro, forse perché temeva di non farcela neanche a diventare deputato.

    Il Parlamento però si è impuntato, ha deciso che gli elettori europei avevano scelto Juncker,e forse proprio Juncker passerà. Ma è una vittoria del Parlamento, dei cittadini? No, non la è. E’ una sconfitta del Parlamento e ancor più dei cittadini, che si troveranno uno spento signore (sconosciuto ai più) che farà della Commissione europea un puro strumento di alcuni governi. I popolari hanno perso le elezioni, non le hanno vinte, hanno perso quasi il 25% dei deputati che avevano nella passata legislatura. Anche se sono rimasti il primo partito, la si può chiamare vittoria? I socialisti hanno guadagnato una manciata di seggi, ma sono restati secondi: la si può chiamare vittoria? I liberali hanno perso anche loro deputati a mazzi, come pure i verdi: sono vittorie queste? No, non lo sono, gli elettori hanno premiato solo la sinistra di Tsipras, che però resta una forza molto piccola, e gli euroscettici, che sono enormemente cresciuti e rappresentano quasi il 20% del Parlamento.

    Dunque nessun moto popolare verso “l’elezione diretta del presidente della Commissione”, considerando anche che gli elettori pur non calando, dopo decenni, sono comunque solo rimasti stabili. Cosa è dunque successo? E’ successo che si sta negoziando su dei nomi, anche tra i deputati, cercando di piazzare Juncker ma pure Schulz, in un dialogo dal quale i cittadini sono lontani, del quale non si capiscono i termini, con il lussemburghese che tace da due settimane e lascia che altri negozino per lui. Dovrebbe invece lui uscire fuori, farsi intervistare, farsi vedere, creare un’opinione pubblica che lo sostenga, fare promesse, illustrare programmi. Invece no, tace e lascia che altri negozino per lui. Forse lavora nell’ombra, come fanno tutti i candidati che devono essere scelti in consessi che non sono “aperti al pubblico”, come avviene nel Consiglio europeo, dove si va avanti a rumors finché non esce il nome scelto, che spesso è una sorpresa. E va bene che sia così, i governi sono i nostri legittimi rappresentanti e la procedura, tra l’altro, prevede che sia così.

    Dal Parlamento, dopo tutto quel baccano, ci si aspettava qualcosa di più, più apertura, meno “trucchi”, come Schulz che si fa eleggere capogruppo del Pse a termine per poter negoziare sul suo posto in Commissione.

    No, no, era iniziata bene, ma è finita male. Peccato.

    Tags: junckernomineparlamento europeoppepresidente commissione europeaPseschulz

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