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Il nuovo mandato di Dilma, ecco perché ci riguarda (ANALISI)
Dilma Rousseff

Il nuovo mandato di Dilma, ecco perché ci riguarda (ANALISI)

Saranno anni difficili per la rieletta presidente, che rischia di vedere dimissioni in massa dei suoi ministri la prossima settimana per la gestione un'economia che ha molto rallentato. Difficili anche i rapporti commerciali (importantissimi per tutti e due) con l'Unione europea

Dilma Rousseff è stata rieletta Presidente della Repubblica Federale del Brasile lo scorso 26 ottobre con il 51,6% delle preferenze. Alla guida del Partido dos Trabalhadores (centrosinistra, PT), Dilma ha vinto di misura su Aécio Neves, candidato di centrodestra del Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB). Si tratta della quarta vittoria consecutiva per il PT nelle elezioni presidenziali, l’unica con un margine di voti così ridotto.

Rousseff è stata votata maggiormente negli stati più poveri del Paese, nel Nord e nel Nord Est, aree dove i programmi di welfare – come ad esempio Bolsa Família – sono più radicati e negli Stati di Rio de Janeiro e Minas Gerais. Neves ha raccolto maggiori consensi negli Stati più ricchi dell’Ovest e del Sud Est e a São Paulo. Sono quindi emersi dalle urne “due Brasili”: il Brasile degli aiuti statali e dei programmi sociali (al Nord) e il Brasile dell’Ovest e del Sud, a favore di incisive riforme economiche e di una maggiore efficienza dell’intervento statale.

La rielezione di Dilma Rousseff è stata accolta con favore dall’Unione Europea. Il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy e l’ormai ex Presidente della Commissione Josè Manuel Barroso hanno sottolineato l’importanza di rilanciare il partenariato strategico UE-Brasile, in vigore dal 2007. Congratulandosi con Rousseff,  non hanno perso l’occasione di richiamare l’importanza di una relazione bilaterale che permetta di rilanciare la crescita e migliorare la competitività delle economie. Un riferimento implicito alla necessità, per entrambe le regioni, di proseguire sulla strada delle riforme economiche.

Dilma Rousseff è stata criticata prima e durante la campagna elettorale proprio per l’incapacità di portare il paese fuori da difficoltà economiche profonde e, per gli ultimi anni di crescita economica accelerata, decisamente inedite. Nel 2014 il PIL brasiliano dovrebbe crescere solo dello 0,3%, con un’inflazione al 6,5% e la moneta nazionale (il real) sarà ai minimi storici sul dollaro dal 2008.

Le difficoltà dovute alla stagnazione economica si riflettono anche sul piano politico interno e sulla capacità di Dilma di gestire il partito e il governo. Pochi giorni fa il ministro della cultura Marta Suplicy, in carica dal 2012, si è dimessa esortando Rousseff ad un cambio strutturale per rilanciare l’economia del Brasile. L’ex ministro ha sottolineato l’urgenza della creazione di “un team di esperti economici indipendenti per rivitalizzare l’economia e ridare fiducia e credibilità al Paese”. Le dimissioni della Suplicy potrebbero non essere le uniche in arrivo: secondo indiscrezioni raccolte dalla stampa brasiliana, altri ministri starebbero meditando una rinuncia all’incarico. Dimissioni che sarebbero formalizzate dopo il rientro del presidente dal G20 di Brisbane. Un’ultima cortesia per evitare di mettere Dilma in serie difficoltà davanti ai leader mondiali.

Sembra finito il periodo in cui il Brasile si imponeva sulla scena internazionale come potenza emergente e una delle locomotive della crescita globale. Nonostante le difficoltà di questi anni, il gigante brasiliano (200 milioni di abitanti, una popolazione giovane e attiva e il settimo PIL al mondo) resta comunque un attore dall’innegabile peso politico internazionale. L’Europa lo sa e fin dal 2007 ha improntato il partenariato strategico con il Brasile – una forma di relazione bilaterale riservata ai grandi attori internazionali – su obiettivi rilevanti come il rilancio della crescita, la cooperazione nell’ambito della politica estera e l’azione comune su diritti umani, lotta al cambiamento climatico e alla povertà.

Barroso, Roussef e van Rompuy
Barroso, Roussef e van Rompuy

Europa e Brasile sono alleati per riformare e rafforzare il multilateralismo e le Nazioni Unite e condividono, almeno a parole, importanti battaglie sui temi ambientali, sulla lotta alla povertà e sulla sicurezza alimentare. Sul clima rimangono tuttavia divergenze significative che ripercorrono le tradizionali divisioni Nord-Sud interne alla comunità internazionale, su tutte quelle relative alla divisione degli oneri tra Paesi sviluppati e new comers.

La relazione è però ancora più problematica dal punto di vista commerciale. Primo esportatore al mondo di prodotti agricoli verso l’UE, il Brasile è il nono partner commerciale per l’Europa e il suo più importante mercato latinoamericano (oltre il 34% del commercio e il 54% degli investimenti UE nella regione). L’UE è il primo partner commerciale al mondo per il Brasile. Nonostante i volumi commerciali, restano grandi divergenze politiche. L’UE chiede costantemente al Brasile di ridurre le sue barriere tariffarie e non tariffarie e di mantenere un ambiente normativo il più possibile stabile per investitori e traders europei. Secondo la Commissione europea, negli ultimi 2 anni il Brasile è stato tra i Paesi che hanno fatto maggiore ricorso a misure potenzialmente restrittive per il commercio. Con una tariffa doganale media del 13,5%, nota Bruxelles, il mercato brasiliano resta uno dei più protetti al mondo.

Le difficoltà nella relazione tra Europa e Brasile si riflettono anche su quelle interregionali tra UE e Mercosur, l’organizzazione regionale sudamericana che include anche Argentina, Uruguay, Paraguay e Venezuela. I negoziati per la firma di un accordo di associazione interregionale restano infatti in alto mare, proprio perché il capitolo commerciale continua a dimostrarsi di difficile soluzione. La scelta brasiliana di ripiegarsi sulla protezione della propria economia nazionale non facilita, in alcun modo, lo sciogliersi dei nodi nelle relazioni con UE e Stati Uniti.

Nodi e difficoltà che non si vedono invece nelle relazioni politiche ed economiche con gli altri Paesi del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Ne è testimone la New Development Bank (NDB), creata nel luglio 2014 durante il VI Vertice BRICS tenutosi proprio in Brasile, a Fortaleza. La NDB, intesa dai suoi fondatori come alternativa alla World Bank, non sarà operativa prima del 2016 ed avrà la sede centrale a Shanghai (con succursale sudafricana a Johannesburg). Con una capitalizzazione iniziale di 50 miliardi di dollari e un Contingency Riserve Arrangement (Fondo di riserva – Cra) di 100 miliardi di dollari, la NDB diventerà la nuova banca “Sud-Sud”, un primo esempio di alternativa concreta al multilateralismo “occidentale” rappresentato dalle istituzioni di Bretton Woods. Una banca nata dagli interessi comuni dei suoi fondatori e con la Cina come primo finanziatore.

Il primo mandato di Rousseff alla guida del Brasile ha dato prova di numerose difficoltà nel riformare l’economia e nel tentativo di aprirla al commercio internazionale, come invece chiede con insistenza l’Unione Europea. Le scelte di politica internazionale della Presidenta – in primis il rafforzamento delle relazioni con il club dei BRICS – hanno allontanato Brasilia da Bruxelles e reso ancora più declamatorio e meno efficace l’asse euro-brasiliano per la riforma del sistema di governance multilaterale. Un obiettivo che pure i due attori continuano (molto retoricamente) ad indicare come prioritario. Il nuovo mandato presidenziale di Dilma e i nuovi vertici delle istituzioni europee vorranno e sapranno rilanciare questo partenariato? I presupposti non sono incoraggianti, ma in un tale contesto di crisi internazionale un rafforzamento della relazione tra Bruxelles e Brasilia potrebbe rivelarsi un percorso pressoché obbligato.