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    Home » Non categorizzato » Ma i summit del G20 servono ancora a qualcosa?

    Ma i summit del G20 servono ancora a qualcosa?

    I leader del G20 hanno ribadito l'urgenza di rilanciare la crescita. Ma in Europa la Germania continua a spingere per politiche che vanno nella direzione opposta.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    19 Novembre 2014
    in Non categorizzato

    Alla fine delle due giornate di incontri che si sono tenuti a Brisbane, in Australia, i leader dei 20 paesi economicamente più sviluppati del mondo si sono impegnati ad aumentare entro il 2018 il Pil mondiale di almeno due punti. Ormai le grandiose promesse dei grandi del mondo cominciano ad emanare uno strano profumino che ricorda le migliori commedie del cinema italiano degli anni Sessanta.

    Quali strumenti attueranno i leader per raggiungere l’obiettivo? Poiché, come ha acutamente osservato il segretario generale dell’Ocse, Ángel Gurrìa, “in assenza di spazio per politiche monetarie e fiscali espansive, le riforme strutturali sono l’unica strada che abbiamo davanti”, i leader si sono impegnati a portare avanti qualcosa come 800 riforme strutturali su tutto lo scibile economico presente, dalle riforme del mercato del lavoro alle misure per aumentare la presenza femminile sui posti di lavoro, dalla riduzione delle barriere alla concorrenza all’aumento degli skills dei lavoratori e così via.

    Pensiero stupendo, come cantava anni fa la cantante italiana Patty Bravo. Il lavoro non manca mai per i burocrati dell’Ocse e dell’Fmi! E se alcuni paesi nicchiassero ad implementare le riforme? Nessuna paura. Da ora in poi il Fondo monetario internazionale e l’Ocse faranno da poliziotti globali. Chi non fa le riforme sarà mandato dietro la lavagna.

    Lasciamo stare i sogni di grandezza dei grandi del mondo e torniamo alla realtà. Il Pil dell’Eurozona è cresciuto dello 0.2% nel terzo trimestre del 2014, ma con performance diseguali al suo interno. In testa alla crescita si trova ora la Grecia, che (causa una buona stagione turistica) è cresciuta dello 0.7%; la Francia è cresciuta dello 0.3%, soprattutto grazie a un aumento della spesa pubblica dello 0.8% nello stesso trimestre; la Spagna dello 0.5% (risultato dovuto, secondo alcuni, alle riforme strutturali già fatte, ma su questo non ci sono prove); mentre la Germania torna in positivo (+0.1%) dopo la frenata del secondo trimestre (-0.1%). Tra i grandi paesi l’Italia continua a registrare la performance peggiore (-0.1%). È ormai dal 2011 che l’Italia non registra un trimestre in crescita.

    Qualcuno, come al solito, riporta il solito mantra: e cioè che le riforme in paesi periferici cominciano a dare i loro frutti. Ma la verità è che il Pil complessivo dell’eurozona rimane ancora di due punti inferiore a quello del 2008, l’anno del collasso della Lehman Brothers (nel caso dell’Italia – e non si capisce perché questo non venga ricordato più spesso – siamo addirittura di 10 punti sotto, con un Pil che secondo gli ultimi dati dell’Istat è tornato ai livelli del 2000).

    Cosa succederà in futuro? Possiamo sperare che le politiche economiche e monetarie attuali, imposte dalla Germania a tutta l’eurozona, possano essere cambiate in futuro? Finora la risposta cucinata dai tedeschi per uscire dalla crisi è stata basata sulla loro ideologia di base, l’ordoliberismo, come ricorda Wolfgang Münchau sul Financial Times. Quando, il 6 gennaio del 1932, in un famoso discorso John Maynard Keynes provò ad avvertire il cancelliere Bruning che la sua politica economica avrebbe portato la Germania alla rovina fu deriso. Oggi quasi tutti nel paese – il governo, l’opposizione, le università – sono più ordoliberali che mai, e quindi per loro la trappola della liquidità è una strana espressione senza significato. La risposta che hanno dato alla crisi nata nel 2008 è stata la costruzione di uno strano treppiede per combattere la crisi, qualcosa mai visto finora nella storia in caso di grave recessione economica. Il primo piede del tavolo è stata la disciplina fiscale di bilancio, il secondo le riforme strutturali, e il terzo una politica monetaria non espansiva.

    Qualunque fossero state le aspettative dei falegnami del treppiede a suo tempo – e non dubitiamo che esse fossero aspettative in buona fede  – i tedeschi dovrebbero oggi prendere atto però che esso non ha funzionato, soprattutto perché non è riuscito a rilanciare la domanda (siamo ancora cinque punti sotto rispetto al livello del primo trimestre del 2008). Per ovviare alle carenze di domanda interna, le imprese tedesche si sono rivolte ai mercati esteri, e questo ha contribuito a tenere bassa la disoccupazione, nonostante la performance della produttività tedesca non sia brillante.

    Anche in Italia qualcuno ripete la lezioncina tedesca e sostiene spesso che dobbiamo esportare di più. Ma cosa succederebbe se tutti i paesi dell’eurozona cercassero di seguire i tedeschi su questa via e di avere tutti in media la stessa percentuale di surplus rispetto al Pil, attualmente del 7%, come la Germania? Il surplus complessivo della parte corrente della bilancia dei pagamenti dei paesi dell’eurozona non sarebbe più 300 miliardi come nel 2013 ma diventerebbe una cifra colossale (circa 900 miliardi di euro), che sarebbe ritenuta inaccettabile – e giustamente aggiungiamo noi – dal resto del mondo.

    La Germania ora spinge affinché sia l’Italia che la Francia – che, non dimentichiamolo, rappresentano insieme il 38% del Pil dell’eurozona, rispetto al 28% tedesco – spingano per le riforme strutturali, soprattutto nell’ambito del mercato del lavoro (dove il modello implicito è quello della riforma Hartz implementata in Germania tra il 2003 e il 2005). Anche noi siamo convinti che una riforma delle regole che governano ora il mercato del lavoro sono necessarie, soprattutto in un paese come il nostro in cui regna un livello di incertezza sulle norme che lo regolano che è inaccettabile. Ma sarebbe illusorio aspettarsi che queste riforme possano rilanciare la domanda e quindi la crescita.

    Conclusione: non c’è nessun’altra scappatoia. Se vogliamo rilanciare la crescita e ridurre la disoccupazione in paesi come l’Italia in cui questa sta creando tensioni sociali insostenibili, bisogna per forza di cose aumentare in brevissimo tempo sia la domanda di consumi che quella degli investimenti all’interno dell’eurozona stessa. Altrimenti un lungo periodo di stagnazione e deflazione come quello giapponese è inevitabile. Il problema però è, da troppi anni ormai, sempre lo stesso: alla Germania non piacciono né le politiche monetarie non convenzionali né il rilancio della domanda attraverso le politiche fiscali.

    D’altra parte, i tedeschi ripetono spesso che a loro le cose vanno bene così come sono ora. L’ex chief economist della Bce, ad esempio, Otmar Issing, ha ripetuto anche di recente che non c’è nessun bisogno di rilanciare la domanda. “Misure di questo tipo potrebbero danneggiare lo sviluppo futuro della Germania e vanno contro le raccomandazioni – puro buon senso – che i politici tedeschi stanno facendo da anni ai loro partner dell’eurozona”. D’accordo che Issing è stato, con grande felicità di tutti, onorevolmente pensionato, ma quasi tutti in Germania la pensano come lui. Basta vedere il rapporto annuale del Council of Economic Experts, un ente ufficiale che fa da consulente per il governo, presentato la settimana scorsa: non c’è nessun bisogno di nuovi investimenti, il surplus della bilancia dei pagamenti è sano e il pareggio di bilancio giusto.

    Ovviamente ogni paese ha gli economisti che si merita ed essi sono liberi di pensare e fare quello che vogliono. L’ideologia dell’ordoliberismo, finché era applicato all’interno della Germania dell’Ovest, poteva anche andar bene. Nessuno se ne preoccupava più di tanto. Ma oggi questa ideologia non può diventare l’ideologia di tutta l’eurozona!

    Matteo Renzi, presidente di turno del Consiglio europeo, deve fare di tutto nel summit finale del semestre europeo che si terrà a Bruxelles il 18-19 dicembre prossimo per far cambiare idea alla cancelliera Angela Merkel, cercandosi anche gli alleati giusti, perché Issing e gli altri che la pensano come lui sbagliano di grosso. Gli altri cittadini dell’eurozona non saranno pazienti all’infinito, come si può vedere da quello che sta succedendo in questi giorni in Italia. È vero che anche noi abbiamo bisogno di grandi riforme strutturali, ma queste non incideranno nel breve sulla crescita. È assolutamente necessario che si raggiunga qualche compromesso: paesi come l’Italia si debbono impegnare seriamente a fare le riforme, ma i tedeschi debbono anche accettare che un mix di politiche monetarie e fiscali espansive è cosa urgentissima per paesi come l’Italia.

    Certo, Renzi dovrebbe avere al suo fianco qualcuno con la stessa autorevolezza di un Guido Carli che riuscì, anche se solo in parte, a rimediare agli errori concettuali dell’ordoliberismo durante le trattative per il Trattato di Maastricht (che altrimenti sarebbe stato molto peggio di quello che è oggi) e che espresse le sue idee senza tanti peli sulla lingua. Per capire il tono che sarebbe necessario anche oggi riportiamo qualche passo di un discorso importante che fece Carli poco prima di Maastricht (era diretto contro gli olandesi che erano però i portavoce dell’opinione dominante in Germania) e che può essere trovato nel suo libro di memorie (Guido Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, 1996, pag. 408):

    Dovrebbe l’Europa tutta intera, dal Mare del Nord al Mediterraneo, improntare la propria politica monetaria secondo il modello offerto dalla saggezza degli olandesi?…. Sono consapevole che anche un tenue riferimento alle concezioni keynesiane viene giudicato improponibile in questa sede, ma non posso non ricordare che l’Europa ha conosciuto conseguenze gravi quando un grande paese ha imposto la propria politica in vista dell’unico obiettivo della stabilità monetaria, incurante degli effetti sul livello di occupazione [Carli qui si riferisce alle politiche di austerità perseguite in Germania dal cancelliere Bruning negli anni trenta, NdR]. Sul finire degli anni trenta la politica seguita dal cancelliere Bruning suscitò approvazione di economisti insigni, e anche del nostro Einaudi. Ma gli eventi che seguirono costrinsero alcuni di quegli economisti a recarsi fuori dalla Germania per proseguire le loro meditazioni.

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