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    Home » Non categorizzato » Battuta di arresto per il TTIP, una vittoria dei movimenti

    Battuta di arresto per il TTIP, una vittoria dei movimenti

    [di Monica Di Sisto] Il rinvio del voto sul TTIP al Parlamento europeo è anche il frutto delle campagne "stop TTIP", che da oltre due anni, su entrambe le sponde dell’Atlantico, portano avanti una battaglia per bloccare la deregulation di servizi, commerci e standard di sicurezza.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    12 Giugno 2015
    in Non categorizzato
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    di Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch, tra i promotori della Campagna Stop TTIP Italia

    C’è chi cinguetta e chi telefona. Poi valanghe di email, ma soprattutto un monitoraggio congiunto e continuativo dei negoziati del Trattato transatlantico (TTIP) e di quello transpacifico (TPP), accomunati dalla volontà di egemonizzare il governo del commercio globale proprio quando la crisi economica, ambientale e sociale globale richiedere, invece, un governo condiviso e ragionevole della cosa pubblica globale. È il lavoro che le campagne stop TTIP, CETA e TISA, su entrambe le sponde dell’Atlantico, portano avanti insieme da oltre due anni per bloccare la deregulation verticale di servizi, commerci e soprattutto standard e normative di sicurezza e qualità che questi trattati comporterebbero.

    La rilevanza dell’operazione di rafforzamento della democrazia e della trasparenza dei negoziati lo dimostrano gli ultimi risultati ottenuti da queste campagne, che vedono al lavoro insieme associazioni, ong, sindacati, ma anche consumatori e piccole imprese, presenze inedite in azioni come queste. Aver tenuto sotto tiro per dieci giorni su Twitter, via email e su Facebook tutti quei parlamentari europei che sostenevano la versione peggiorativa della Relazione Lange sul TTIP, licenziata dalla Commissione per il commercio internazionale del Parlamento UE, chiedendogliene conto motivato e invitandoli a cambiare posizione, ha portato il Parlamento a non approvare il testo in quella versione e a riaffidarlo alla Commissione competente. I parlamentari della maggioranza, per di più, hanno votato secondo coscienza se discutere o no della scelta del rinvio, mostrando chiaramente agli elettori chi, a prescindere dagli schieramenti, avesse a cuore le loro ragioni o no.

    Dall’altra sponda dell’Atlantico c’è chi ha organizzato addirittura dei “call in” – ossia delle giornate coordinate di telefonate a tappeto ai congressisti eletti nel proprio stato – per invitarli a non concedere al presidente Obama la “corsia preferenziale” (fast track) per negoziare i trattati commerciali, che li sottrarrebbe al controllo democratico del Congresso. E i centralini di Washington sembra siano stati messi a dura prova dall’azione, se non fossero bastati i leaks di Assange, che hanno rivelato ampi stralci dei testi negoziali del TPP che puntano all’attacco dei servizi sanitari ed essenziali di molti paesi ricchi e poveri dell’area pacifica.

    Il punto, ribadiamo, non è promuovere una sterile polemica sul ruolo del commercio internazionale per il benessere condiviso, che pur si presta a letture molto diverse. Le campagne rivendicano, a una voce, il cui prodest. Guadagni commerciali risicati, riduzioni potenziali della sovranità nazionale e regionali ingenti, ma soprattutto la subordinazione di regole, standard, privacy e diritti, basi del patto sociale e della sostenibilità ambientale alle ragioni del commercio: sono questi i temi di cui oggi, finalmente, si discute in Europa e negli USA, non solo tra i “secchioni” del commercio internazionale e dello sviluppo, ma sempre più tra persone che si percepiscono come cittadini, consumatori, elettori, produttori, lavoratori, soggetti e non solo oggetti di politiche distanti quanto invasive.

    Il prossimo appuntamento per il movimento stop TTIP è il 13 luglio, quando i negoziatori europei e statunitensi si incontreranno a Bruxelles per un nuovo round di negoziati transatlantici. E il 10 ottobre, quando le capitali europee torneranno a rivendicare il diritto dei cittadini ad avere un ruolo nella governance globale. Verso un governo delle persone: più democratico, inclusivo, ridistribuivo e sostenibile.

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