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    Home » Editoriali » Il traghettatore solitario

    Il traghettatore solitario

    Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
    7 Luglio 2015
    in Editoriali
    draghi

    Mario Draghi

    Maastricht febbraio 1992. Gli stati membri della Comunità Europea firmano un trattato che prevede la creazione della moneta unica che sostituirà quelle nazionali e sarà emessa da una banca centrale europea. Il trattato prevede anche che prima dell’emissione della moneta unica la Commissione sia trasformata in un governo federale sotto la cui amministrazione passeranno tutti i dipendenti delle attuali amministrazioni statali: pubblico impiego, sanità, istruzione, difesa, etc. Verrà anche costituito, sempre prima dell’emissione della nuova moneta, un ufficio europeo delle tasse che riscuoterà le imposte federali su tutto il territorio dell’Unione per sostenere le spese – pensioni e stipendi – del governo federale. A fronte delle entrate fiscali future, il governo federale potrà emettere debito sul mercato, mentre l’attuale debito in circolazione emesso dai singoli Stati sarà trasferito al governo federale e denominato nella nuova moneta. Gli stati membri della Comunità Europea dichiarano di voler aderire alla moneta unica e si impegnano a questo fine a ricondurre il proprio debito a non oltre il 60% del prodotto interno lordo prima dell’entrata in vigore della nuova moneta, indicativamente all’inizio del nuovo millennio. C’è una data di partenza ma la porta resta aperta ai ritardatari. Una volta entrati nella nuova moneta unica, i singoli stati saranno liberi dal debito pregresso, diventato europeo. Potranno emettere nuovo debito sul mercato, come anche le amministrazioni locali, Comuni, Province, etc. ma senza garanzia federale, a fronte delle future entrate fiscali, che non comprendono ovviamente le tasse federali.

    Ovviamente la storia non si scrive con i se. Ma se la moneta unica fosse stata costruita su basi simili, il problema Grecia oggi semplicemente non esisterebbe. Potrebbe forse esserci un problema della municipalità di Atene, o magari di Palermo, esattamente come c’è stato in America il problema della bancarotta di Detroit. O anche un problema Portogallo, come c’è stato qualche anno fa un problema California. Niente di più.  Certo, l’Unione monetaria sarebbe partita con un bel fardello di debito sulle spalle, nell’ordine dei trilioni di euro, ma assolutamente in linea rispetto alle principali economie globali, come Stati Uniti o Giappone. Invece, al posto di un governo dell’economia e della moneta fatto di uomini si è preferito un governo affidato ai numeri: 3% di deficit rispetto al Pil, 60% di debito, ulteriormente blindato e dettagliato con il fiscal compact. Fissare delle soglie poteva aver senso per stabilire le condizioni necessarie una tantum al momento dell’ingresso e del passaggio dalle singole monete alla moneta unica. Ma poi la palla avrebbe dovuto essere passata dagli stati all’Unione. Che avrebbe ovviamente modulato le grandezze di entrate e uscite, debito e reddito, a seconda delle circostanze e dell’opportunità. Fissare dei paletti rigidi e soprattutto permanenti è stata una vera follia. L’economia globale è imprevedibile più o meno come lo sono i terremoti e gli tsunami. Ma chi accetterebbe di sottoscrivere un trattato in cui si impegna a contenere i danni dei terremoti sul proprio territorio entro il 3% del Pil?

    Ovviamente c’era una logica in quella follia. La logica degli stati – vale a dire non solo governi, ma anche burocrazie e apparati – che non ne volevano sapere di mollare una briciola di potere. Potere vuol dire soldi da gestire, e per averli gli stati hanno due modi: le tasse e il debito. Non hanno voluto mollare nessuno dei due ma hanno anche voluto la moneta unica. Che per 10 anni ha significato per molti tassi di interesse stracciati senza quella che si chiama responsabilità dell’emittente. E’ un concetto semplice: se lo stato X non ha una buona reputazione di pagatore, dovrà riconoscere sul debito che contrae un tasso più alto dello stato Y, che invece ha un’ottima reputazione. Con l’euro questo meccanismo di mercato è stato aggirato per un decennio. Tutti pagavano un tasso basso, quello dell’euro, indipendentemente dal merito di credito. Avrebbe potuto essere un’occasione straordinaria. L’Italia ad esempio avrebbe potuto usare quei 10 anni, in cui ha risparmiato decine di miliardi l’anno di interessi, per dare una spallata al debito. Una specie di amnesia ha colpito i mercati per 10 anni, guardavano solo la moneta in cui era denominato il debito dei paesi europei dimenticandosi la faccia di chi lo aveva emesso. Poi la crisi finanziaria ha svegliato tutti.

    Se ne esce? L’Europa è come una zattera in mezzo a un guado che non può tornare indietro e deve per forza cercare di arrivare sull’altra sponda. Il traghettatore c’è, si chiama Mario Draghi. Tutto il resto manca.

    Tags: draghieurogrecia

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