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Calais, Commissione bacchetta gli Stati:
I migranti vicino a Calais, Francia

Calais, Commissione bacchetta gli Stati: "Dimostra che serve solidarietà"

Bruxelles – Nella battaglia ormai tutta politica per la gestione dell’emergenza migratoria in Europa, oggi è la Commissione Ue a segnare un punto a suo favore contro quegli Stati che fino a qualche mese fa non volevano saperne di partecipare alla ridistribuzione dei richiedenti asilo. Solo nella notte scorsa, sarebbero stati circa 1700 i migranti che a Calais, nel nord della Francia, hanno provato a raggiungere il Regno Unito attraverso il tunnel sotto la Manica. Londra e Parigi hanno deciso di lanciare un appello agli altri Paesi Ue e in una lettera pubblicata ieri sul Telegraph, i ministri dell’Interno francese e britannico, Bernard Cazeneuve e Theresa May , hanno scritto che “la situazione non può essere vista come un problema solo fra due Paesi”.

La frase suona molto simile a quelle pronunciate per mesi dal premier italiano Matteo Renzi e dalla Commissione europea, che oggi, attraverso la portavoce Mina Andreeva, ha sfruttato l’occasione togliersi qualche sassolino dalle scarpe. “Accogliamo e supportiamo completamente la cooperazione fra i ministri dell’Interno francese e britannico – ha detto la portavoce – la Commissione è pronta ad assistere le autorità francesi nella gestione dell’alto numero di richiedenti asilo presenti nella regione. Possiamo dare assistenza tecnica attraverso le nostre agenzie e stanziare fondi d’emergenza, come abbiamo tra l’altro già fatto per un centro d’accoglienza temporaneo”.

Poi è arrivata la stoccata a quei Paesi che fino a poco tempo fa si rifiutavano di partecipare al piano proposto dalla Commissione per una ridistribuzione dei migranti, Gran Bretagna e Francia in primis. “Questo è un altro esempio di quanto sia necessario un grande livello di solidarietà e responsabilità nel modo in cui gestiamo la pressione migratoria in Europa – ha continuato Andreeva – a maggio la Commissione ha presentato una risposta europea su come gestire meglio l’emergenza migratoria, che riguarda tutte le parti della catena: dall’immediato bisogno di salvare vite fino al lavoro alle radici del problema attraverso la cooperazione con i Paesi d’origine nella lotta al traffico di esseri umani, per una strategia a lungo termine che rafforzi il nostro sistema d’asilo e i nostri confini”. “Tutti gli Stati membri hanno bisogno di prendere misure per combattere le associazioni criminali e la migrazione irregolare – ha concluso la portavoce – ma allo stesso tempo tutti devono dare prova di solidarietà e prendersi la propria parte di responsabilità. Il commissario Dimitris Avramopoulos (responsabile delle migrazioni, ndr) ha sottolineato ripetutamente che la Commissione si aspetta che tutti gli Stati membri prendano parte al meccanismo di ricollocamento che abbiamo proposto trasformando la solidarietà in realtà”.

Il paradosso dell’appello franco-britannico per una gestione comune dell’emergenza, però, mette a nudo le contraddizioni dell’attuale linea di Londra. Sulle questioni migratorie, infatti, la Gren Bretagna possiede un opt-out (una rinuncia) e quindi, come la Danimarca, non è legalmente obbligata a prendere parte a qualsivoglia meccanismo di ridistribuzione dei rifugiati. “Ovviamente, per mettere in pratica la solidarietà europea ci farebbe molto piacere che tutti gli Stati membri partecipassero”, ha precisato Andreeva, pur conoscendo i limiti legali della sua dichiarazione.

Intanto a Calais la situazione è sempre più drammatica. Durante la notte appena passata sarebbero stati 1.700 i tentativi d’incursione e 700 migranti sono stati fermati mentre si trovavano già all’interno dell’Eurotunnel. Il governo di David Cameron ha deciso di usare il pugno di ferro contro gli irregolari e ha già annunciato misure più dure nei confronti di chi verrà scoperto ospitare persone prive di regolare permesso. La proposta è di consentire che venga avviata una procedura di sfratto anche senza la sentenza di un giudice e di poter condannare i proprietari degli immobili fino a cinque anni di carcere.