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    Home » Cronaca » La vicenda Xylella tra punti oscuri, ambiguità e interessi inconfessati

    La vicenda Xylella tra punti oscuri, ambiguità e interessi inconfessati

    L'intervento di Lorenzo Consoli, giornalista che ha seguito dal primo momento la questione dell'infezione e delle strategie di eradicamento del batterio in Puglia

    Lorenzo Consoli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LorenzoConsoli" target="_blank">@LorenzoConsoli</a> di Lorenzo Consoli @LorenzoConsoli
    22 Dicembre 2015
    in Cronaca

    Io non sono un complottista. Credo, anzi, che tirar fuori sempre e inevitabilmente teorie del complotto sia pernicioso per la ricerca della verità, perché discredita chi si mette a fare indagini critiche serie e obiettive, e non si ferma alle versioni ufficiali.

    Ma nella vicenda Xylella ci sono così tanti punti oscuri, ambiguità e interessi inconfessati… È davvero difficile non credere che qualcuno abbia effettivamente, se non creato l’emergenza con azioni proditorie (la diffusione deliberata di agenti fitopatogeni), almeno cercato di trarre vantaggio dalla situazione, drammatizzandola, quando poteva invece essere gestita in modo da minimizzare il danno e trovare soluzioni efficaci. Senza arrivare all’ecatombe degli ulivi, che a un certo punto è stata prospettata, e per fortuna non si è realizzata (grazie alla resistenza popolare, alle proverbiali inefficienze dello Stato, e all’azione della magistratura).

    Non credo, ad esempio, alla teoria delle piante Ogm già pronte per sostituire i nostri ulivi, un complotto dietro cui ci sarebbero Monsanto e altre oscure forze basate in Israele. Per la semplice ragione che non esistono al mondo, allo stato attuale, ulivi geneticamente modificati pronti per la coltivazione commerciale, e se esistessero quasi certamente non avrebbero l’autorizzazione Ue per essere coltivati; e se l’avessero non avrebbero l’approvazione dell’Italia, che con le nuove norme potrebbe vietarne la coltivazione su tutto il territorio nazionale.
    Questo non vuol dire che Monsanto non c’entri nulla: il suo erbicida Roundup (il famigerato Glifosato) è uno dei pesticidi di cui è previsto un uso massiccio nel piano contro la Xylella per pulire i campi dalle erbe in cui si annida la Sputacchina, vettore del batterio. Qualche interesse, tutto da provare, la multinazionale americana o i suoi agenti locali potrebbero anche averlo.
    Non credo neanche alla teoria che lega la Xyella al gasdotto che dovrebbe passare per il Salento: un gasdotto è solo un tubo di circa un metro di diametro, non vedo sfracelli agricoli, turistici e ambientali legati a questo progetto, anche se è scandaloso che lo si voglia far arrivare a San Foca.

    Si può discutere, invece, degli altri interessi che sono venuti fuori in modo più o meno esplicito durante la vicenda: innanzi tutto gli ulivicoltori – a volte poveracci, a volte figli di vecchi latifondisti che sono molto meno legati dei padri alla terra, all’agricoltura e alle tradizioni – che preferiscono avere i soldi pubblici del cosiddetto “ristoro” per l’espianto, pochi maledetti e subito, piuttosto che salvare i loro alberi. Poi gli interessi di chi non vede l’ora di radere al suolo gli ulivi per fare speculazione edilizia e impianti turistici (edifici e villaggi, discoteche, campi da golf, o anche strade) o impianti fotovoltaici (che però sono ormai vietati sui terreni agricoli, che io sappia). Ed è certamente sospetta l’insistenza di certi esponenti di organizzazioni agricole nel promuovere gli impianti “innovativi” (paroletta magica) di uliveti intensivi ad alto rendimento: sostituirebbero i nostri patriarchi che, poverini, producono troppo poco e sono visti come un peso del passato di cui bisognerebbe sbarazzarsi al più presto.

    Ma c’è una cosa che mi ha sempre lasciato perplesso più di ogni altra considerazione, da quando mi occupo di questa vicenda: il fatto che i ricercatori “ufficiali” di Bari, Valenzano e Locorotondo – quelli che hanno scoperto la Xylellla e si stanno sbattendo da anni per trovare le prove scientifiche della sua patogenicità e del legame causa-effetto fra la sua presenza e la sindrome del disseccamento rapido degli ulivi, senza ancora riuscire a farlo in modo convincente e definitivo – siano così apodittici, determinati e sicuri nelle loro conclusioni. Conclusioni secondo cui: 1) gli alberi in cui c’è la Xylella sono irrimediabilmente condannati a morire perché non c’è modo di resistere al batterio; 2) diverse migliaia di ulivi (se non decine di migliaia) dovranno comunque essere estirpati e distrutti per eradicare il batterio.

    Questa troppa fretta nel condannare  a morte alberi plurisecolari, che bisognerebbe salvare e curare prima di tutto, non mi convince. E non convince, visibilmente, neanche i magistrati inquirenti di Lecce, che stanno indagando.  Al centro delle indagini ci sono proprio i ricercatori e gli amministratori coinvolti nelle decisioni che hanno portato al Piano Silletti. Un piano che è la risposta logica e conseguente a quelle conclusioni poco convincenti dei ricercatori, dopo che sono state trasmesse all’Ue (Efsa, Commissione, Comitato fitosanitario permanente) e dall’Ue accettate e legittimate.

    Sono giunto alla fine. Per i miei pochi lettori che hanno avuto la pazienza di arrivare fin qui, concludo con un dubbio, un sospetto. Una domanda che non ha (ancora) risposta. I ricercatori cercano prove, dovrebbero cercare la verità e spesso lo fanno onestamente e obiettivamente, per quanto è possibile. Ma a volte si innamorano delle proprie teorie. A volte hanno interesse a promuovere dei progetti di ricerca che promettono finanziamenti e successo. E questo può portarli molto lontano dalla ricerca disinteressata della verità e dall’azione a favore dell’interesse pubblico.  Ad esempio, questo progetto sulle nanoparticelle “per fermare la peste degli ulivi” che ruolo ha svolto nella vicenda Xylella?

    Tags: Pugliaxylella

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