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L'Ue è in "LGBT core group" dell'Onu, ma fatica a trovare posizione su Unioni civili

Sui diritti degli omosessuali come matrimoni e adozioni l'Unione europea "vorrebbe ma non puo'", e non riesce ad andare al di la di semplici raccomandazioni. Il problema riguarda gli Stati ma non è solo culturale o sociale.

Bruxelles – Cosa pensa l’Ue del diritto delle coppie omosessuali a sposarsi o adottare bambini? La verità è che non lo sa nemmeno lei. Come su tante altre questioni  che infiammano gli animi delle opinioni pubbliche e della politica europee – tra cui, con le dovute differenze, figura anche l’immigrazione  – Bruxelles fatica a esprimere una posizione chiara su matrimoni, unioni civili e stepchild adoption, come ora viene comunemente chiamata l’adozione del figlio del partner. In generale, si può affermare con qualche cautela che la tendenza prevalente fra gli stati è quella di un’apertura (che differisce molto da Stato a Stato), se non sempre verso il matrimonio almeno verso le Unioni civili. Lo testimonia il susseguirsi – seppur discontinuo –  di Paesi che decidono di equiparare i diritti delle minoranze Lgbti a quelli  degli altri cittadini in tema di unioni e della famiglia. Ma anche il fatto che in sede Onu l’Ue sia tra i più accesi sostenitori dei “nuovi diritti” (come vengono chiamati) e faccia parte, insieme ad altre 16 delegazioni, del cosiddetto “Lgbt Core  Group” – il gruppo dei più decisi sostenitori dei diritti di gay e lesbiche. Nonostante questo, restano grandi le differenze di approccio tra gli Stati, che spesso non riescono a uscire dagli interminabili impasse che si creano sul fronte interno.

Un problema non solo culturale

La faccenda si presenta come una diatriba giuridica tra Ue e Stati membri. Da una parte ci sono i Paesi membri, ai quali la Carta fondamentale dei diritti dell’Ue assicura la competenza di regolare tutto ciò che riguarda il matrimonio e la famiglia tramite leggi nazionali. Dall’altra c’è l’Ue, che ha il dovere di intervenire quando i principi base dei Trattati vengono violati. E si dà il caso che “Il principio di uguaglianza e la proibizione della discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale” compaiano nella Carta Fondamentale dei Diritti dell’Ue e nei Trattati fondanti dell’Unione europea, facendo si che, almeno in teoria, l’Unione dovrebbe intervenire contro quegli Stati che applicano una restrizione di diritti per la minoranza Lgbti. A questo si aggiunge un’altra questione molto importante per l’Ue: la difesa del diritto alla libera circolazione e stabilimento (con riferimento alle direttive di Libero movimento, per la Riunificazione familiare e di Qualificazione).

Quando una coppia omosessuale sposata e con figli a carico decide di spostarsi dal paese di origine ad uno che non consente unioni o adozioni, si genera il paradosso per cui, attraversando un confine nazionale, la stessa coppia regolarmente sposta in un Paese potrebbe perdere diritti civili, finanziari e sociali e i loro bambini diventare, di fatto, orfani. Lo scontro tra sostenitori e detrattori, quindi, verte principalmente su questi argomenti e ogni volta che l’Ue cerca di intervenire in modo più incisivo sulla legislazione per cercare di equiparare i diritti delle coppie gay a quelli degli etero, qualche Stato membro insorge appellandosi al diritto nazionale esclusivo dello stato.

 Istituzioni Ue e diritti Lgbti

Un esempio recente e  significativo della contraddizione tra Ue e stati nazionali  è emersa in modo chiaro lo scorso dicembre nell’ambito del Consiglio Giustizia e Affari interni, quando  l’allora presidenza lussemburghese aveva proposto ai Ministri della Giustizia europei l’adozione di una proposta, risalente al 2011, che riguardava i diritti di proprietà, le pensioni e l’assicurazione per le coppie omosessuali. La proposta aveva visto “l’insurrezione” di Polonia ed Ungheria che hanno bloccato l’accordo, sostenendo che esso avrebbe obbligato tutti i pesi Ue a riconoscere i matrimoni dello stesso sesso contratti in ambito Ue e che la proposta violava la prerogativa sovrana degli stati di legiferare su matrimonio e famiglia. Oltre al tentativo della presidenza lussemburghese, numerose sono stati negli anni le dimostrazioni delle istituzioni europee volte ad esprimere posizioni e condanne sulla questione.  Il 16 dicembre 2015, l’Agenzia per i Diritti fondamentali dell’Ue ha pubblicato un report relativo ad un’ampia analisi in cui si sosteneva la necessità di dare una definizione maggiormente chiara al concetto di membri di famiglia. Sempre a dicembre il Parlamento europeo ha votato a Strasburgo una relazione sui “diritti umani la democrazia nel mondo nel 2014” a firma dell’europarlamentare di area popolare Cristian Dan Preda nel cui testo si legge che l’Ue “constata che i diritti delle persone Lgbti sarebbero maggiormente tutelati se avessero accesso a istituti giuridici quali unione registrata o matrimonio” ma condanna, però, la pratica della maternità surrogata – o utero in affitto che dir si voglia. Solo nel 2015, il Parlamento è intervenuto in altre due occasioni. A giugno, dopo il referendum che nella cattolica Irlanda aveva dato il via libera al matrimonio omosessuale, il Parlamento europeo ha approvato un rapporto sull’uguaglianza di genere in Europa nel quale, per la prima volta, si parlava in modo esplicito di “famiglie gay”. Il Parlamento – si legge nel testo – prende atto dell’evolversi della definizione di famiglia” e raccomanda che “d’ora in avanti le norme tengano conto di fenomeni quali le famiglie monoparentali e l’omogenitorialità”.

A marzo, gli europarlamentari hanno votato un passaggio della risoluzione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo presentato dall’europarlamentare socialista Pier Antonio Panzeri nel quale si evidenziava che “Il Parlamento europeo prende atto della legalizzazione del matrimonio e delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in un numero crescente di Paesi nel mondo incoraggia le istituzioni e gli Stati membri dell’Ue a contribuire ulteriormente alla riflessione” in proposito, che è soprattutto “questione politica, sociale e di diritti umani e civili” di quello che deve essere considerato “come un diritto umano”. A luglio, la Corte europea dei diritti dell’uomo (che non è un organismo dell’Ue ma ha competenza in materia di diritti umani anche in tutti gli Stati Ue),  con una sentenza che è stata solo l’ultima di una lunga serie, ha condannato l’Italia perché “la tutela legale attualmente disponibile per le coppie omosessuali” fallisce nel “provvedere ai bisogni chiave di due persone impegnate in una relazione stabile” e ha imposto di trovare “una forma istituzionalmente definita” per riconoscere le unioni tra persone dello stesso sesso. Per la Commissione europea, a dicembre 2015 il commissario per la Giustizia e l’Uguaglianza di genere Věra Jourová ha presentato la

“Lista di azioni per il progresso sull’uguaglianza LGBT”, nel quale la Commissione raccomandava di intraprendere passi in avanti vari ambiti tra cui la libertà di  movimento delle famiglie Lgbt in Europa. La lista non ha ricevuto una grande accoglienza dal mondo Lgbti, con l’europarlamentare Daniele Viotti  (Co-presidente

dell’Intergruppo per i diritti Lgbti) che aveva commentato dicendo che lista era “un’occasione mancata” da parte della Commissione, “che non ha voluto intraprendere molte possibile azioni per le quali un supporto parlamentare esiste” tra le quali figura “il mutuo riconoscimento dello stato civile”. Il vice presidente della Commissione Frans Timmermans, si è espresso a giugno sulla mancanza di libertà di movimento delle coppie gay unite in matrimonio o con figli adottati definendola “una disgrazia” e aggiungendo che gli stati membri “dovrebbero avere la decenza di rispettare la decisione di altri paesi di permettere il matrimonio omosessuale” mentre la Commissione dovrebbe “cercare di portare tutti gli stati Ue ad accettare senza riserve il matrimonio omosessuale”. Le problematiche dell’Ue nel favorire l’accettazione da parte degli stati di matrimonio e adozione da parte di omosessuali si inquadra nell’ambito di una più ampia difficoltà a farsi sentire su tematiche delicate ma rilevanti. E’ molto probabile che, almeno nel prossimo futuro, i passi avanti fatti dai vari paesi dipenderanno soprattutto da spinte interne – più che dalle raccomandazioni e  le condanne – alle volte solo simboliche – dell’Ue.

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