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    Home » Economia » Sharing economy, Danti (Pd): servono progetti più ambiziosi

    Sharing economy, Danti (Pd): servono progetti più ambiziosi

    L'europarlamentare critico sulla comunicazione della Commissione europea: "Rinunciare all'aspetto regolatore significa che nei prossimi anni avremo 28 approcci diversi per uno stesso settore, mentre regole comuni avrebbero reso più facile lo sviluppo di una Europa più unita"

    Elena Bondesan</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@elena_bondesan" target="_blank">@elena_bondesan</a> di Elena Bondesan @elena_bondesan
    22 Giugno 2016
    in Economia
    sharing economy, economia collaborativa, economia digitale,

    Bruxelles – Il nascente astro della sharing economy promette grandi sviluppi futuri e progressi nel settore dell’economia. La Commissione europea ha recentemente emesso una comunicazione in cui delinea gli orientamenti di base che i 28 Stati membri dovrebbero seguire sul tema, in particolare per riequilibrare le differenze di trattamento nei diversi Paesi. Ma secondo l’eurodeputato Nicola Danti, del gruppo S&D, si può e si deve fare di più. Per una dimensione in crescita come quella della sharing economy è fondamentale definire il perimetro del campo da gioco, per permettere uno sviluppo armonioso in tutta l’Unione europea ed evitare la nascita di distorsioni di mercato.

    Nicola Danti, Parlamento Ue,
    Nicola Danti, deputato al Parlamento europeo

    Onorevole Danti, qual è il suo punto di vista sugli orientamenti recentemente proposti dalla Commissione?

    Sicuramente le linee guida proposte dalla Commissione sono positive per un settore in grande espansione come quello dell’economia collaborativa. L’obiettivo di orientare e inquadrare questo fenomeno, legato all’economia digitale e ai telefonini sempre in tasca, è la giusta strada da percorrere verso più ampie opportunità per i cittadini. Ma evidentemente la comunicazione dell’esecutivo comunitario rivela aspetti poco ambiziosi. Non aver fornito norme più prescrittive in una fase come questa, di avvio del mercato unico, è in realtà una limitazione. Era meglio puntare ad un testo legislativo che non determinasse in tutto e per tutto il fenomeno, ma che almeno stabilisse dei paletti importanti. Rinunciare all’aspetto regolatore significa che nei prossimi anni avremo 28 approcci diversi per uno stesso settore, mentre regole comuni avrebbero reso più facile lo sviluppo di una Europa più unita. La sharing economy non deve essere bloccata nel suo sviluppo, ma è fondamentale definire il campo di azione e le regole di base per evitare distorsioni di mercato. Inoltre la deregolamentazione porta con sé il rischio che le più grandi piattaforme già affermate costituiscano un blocco di mercato che soffochi eventuali sviluppi alternativi. Una normazione comunitaria avrebbe invece definito un campo di lavoro che avrebbe chiarito le delimitazioni e le opportunità per le nuove idee e le nuove piattaforme a livello dell’intera l’Unione europea e non solo di un singolo Stato.

    Quando si parla di economia collaborativa si riunisce in un’unica etichetta dimensioni di impresa molto diverse. Secondo lei che genere di impresa rientrano propriamente nella definizione di sharing economy?

    Definire cosa si intende per sharing economy è fondamentale, troppo spesso si parla di economia di condivisione per soggetti commerciali che semplicemente sfruttano le piattaforme per i loro servizi. Questo fenomeno è straordinariamente importante per le opportunità che porta con sé e che prima non c’erano. Ma ha anche un valore in sé, in quanto la condivisione di attività implica elementi di carattere naturale, ambientale, di risparmio e di capacità di creare una società sempre più coesa. Esistono diversi metodi di fare economia di condivisione: da un lato si parla di ‘consumer to consumer’, cioè quei servizi in cui sia il prestatore dell’opera che l’utilizzatore sono consumatori. In questo caso il servizio può essere fornito in cambio di un rimborso spese, eventualmente una paga o un reddito minimo, oppure scambiando tempo o beni, senza implicare un pagamento in denaro. Dall’altra parte invece abbiamo i ‘business to consumer’, quando il soggetto che fornisce la prestazione svolge un’attività professionale ed un offre un servizio professionale. Da questo punto di vista è chiaro quali sono gli elementi che distinguono una vera e propria economia collaborativa da una economia business to consumer che si serve di piattaforme digitali. L’approccio nei confronti di quest’ultima dimensione deve essere diverso, con maggiori paletti, anche per una questione di omogeneità di mercato. Bisogna trattare i diversi in modo diverso, e non i diversi in modo uguale. Nei casi in un cui il servizio è offerto da un consumatore e da questa attività viene ricavato un piccolo reddito, è giusto che vi siano delle garanzie per l’altro consumatore che ne usufruisce. Se metto una casa in affitto su una piattaforma è chiaro che il consumatore deve essere tutelato rispetto ai requisiti minimi di abitabilità e sicurezza. Inoltre in queste situazioni deve essere previsto un minimo di tassazione considerando che si tratta di un reddito aggiuntivo, quindi un onere diverso rispetto a quello imposto a chi svolge un’attività professionale.

    Il tema della tassazione è uno dei più discussi in questo settore in crescita, ma si parla molto anche della tutela dei consumatori…

    La questione della tassazione è determinante. Intanto chi accumula guadagni in Europa deve pagare le tasse in Europa. Inoltre ci sono principi essenziali che devono essere rispettati, come quello dell’uniformità fiscale. Chiaramente non si tratta di competenze dell’Unione, ma forse in settore nuovo come quello della sharing economy è più facile procedere verso una armonizzazione ed una normativa uniforme, rispetto ad altri settori più tradizionali. Sembra che nel “difficile” settore fiscale, di competenza nazionale, gli Stati potrebbero avere un approccio positivo relativamente all’economia collaborativa, essendo un settore di nascita recente e ancora da sviluppare. E senza dubbio è più facile procedere ora verso linee comuni che ritrovarsi domani a dover uniformare 28 tassazioni e approcci diversi. Per quel che riguarda i diritti dei consumatori, si tratta di un aspetto essenziale. Serve un approccio di tutela per chi usufruisce del servizio, soprattutto quando è previsto un pagamento, che deve essere affrontato dal lato normativo, delle responsabilità e delle assicurazioni. La Commissione ha esaminato solo in parte il tema nella comunicazione, ma a mio avviso è un elemento che risulterà determinante nei prossimi anni per poter raggiungere uno sviluppo ampio ma anche armonioso e serio nei confronti dei clienti. Se ci sarà la fiducia dei consumatori allora ci sarà un grande sviluppo.

    La dimensione propria della sharing economy è quella delle grandi città, dove si trovano le maggiori fonti di guadagno. Invece nella dimensione locale che spazio può ricavarsi questo nuovo genere di economia?

    L’economia della condivisione è sia la grande compagnia americana che offre una base da cui poi si dirama un servizio in tante città del mondo, sia le piccole piattaforme locali che permettono lo scambio di beni  e servizi. Piattaforme di collaborazione sul territorio sono particolarmente importanti secondo me per la loro valenza di carattere sociale, di comunità. Quando una comunità condivide una serie di servizi migliora le proprie relazioni e la stessa capacità di condivisione, nonché rafforza l’identità del territorio. Sicuramente l’economia collaborativa ha bisogno di regole di base, ma ha anche bisogno di azioni di sviluppo e di sostegno, in particolare per le piattaforme che possono rappresentare sul territorio una forte opportunità di condivisione sia di servizi che di risposte a problemi comuni.

    Tags: AirbnbCommissione europeaeconomia digitalenicola dantiparlamento europeopiattaforme digitaliS&Dsharing economyUberunione europea.

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