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    Home » Non categorizzato » L’Italia non fa marcia indietro sul TTIP

    L’Italia non fa marcia indietro sul TTIP

    [di Monica Di Sisto e Alberto Zoratti] Perché l’Italia vuole forzare un accordo in cui è chiaro che larga parte del nostro assetto produttivo ha tutto da perdere?

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    16 Settembre 2016
    in Non categorizzato

    di Monica Di Sisto e Alberto Zoratti[i] 

    12 paesi europei, Italia in testa, dicono “sì” al TTIP e al CETA e cercano di aiutare la Commissione a portare a casa il risultato il più presto possibile. Almeno queste sono le intenzioni dichiarate prima del summit informale dei capi di Stato e di governo di Bratislava dove il dossier commerciale è una delle patate bollenti sul tavolo. I leader europei, infatti, devono trovare una posizione comune per permettere ai loro ministri del commercio, che si riuniranno sempre nella capitale slovacca il 22 e 23 settembre per trasformare queste intenzione in precisi passi negoziali. E qui scattano i problemi.

    Se, infatti Danimarca, Repubblica Ceca, Finlandia, Svezia, Regno Unito, Irlanda, Estonia, Lettonia, Lituania, Italia, Portogallo e Spagna hanno scritto nella missiva rivolta alla commissaria europea al commercio Cecilia Malmström che il TTIP «è un’occasione per modellare le regole del commercio nel 21esimo secolo» e che quindi l’UE «dovrebbe concentrarsi sulla ricerca di soluzioni» per le questioni rimaste in sospeso nei negoziati in corso, è anche vero che ben 16 paesi membri non hanno voluto sottoscrivere la lettera, e cioè che il 56,26% dei cittadini europei da loro rappresentati rifiuta questa scorciatoia.

    C’è poi il nodo Gran Bretagna: il summit dei premier di Bratislava è il primo a 27, senza il primo ministro inglese, ma, siccome il trattato con il Canada è stato chiuso nel 2014 con l’UK a bordo, e quest’ultima non ha ancora trattato con Bruxelles come uscirà dai trattati e dai negoziati commerciali già in corso, Londra è ancora formalmente a bordo e parteciperà con i suoi diplomatici al quindicesimo ciclo dei negoziati che si terrà a New York il 3 ottobre prossimo. Decisione, questa della Commissione, che scontenta e non poco partner importanti come Germania e Francia.

    E poi c’è il tradizionale approccio italico di gioco su due tavoli che crea altre diffidenze e difficoltà nella tenuta della compagine europea. L’Italia, infatti, ha stretto un’alleanza con i negoziatori USA per spingere la Commissione europea ad accettare un TTIP “light”: vecchia proposta italiana dalla presidenza dell’Unione nel 2014, il ministro Carlo Calenda conferma che sarebbe prova di realismo accettare di chiudere l’accordo per quanto riguarda dazi e dogane, la famigerata corte a tutela degli investitori o ICS, e l’avvio del negoziato per l’appiattimento delle regole di produzione e distribuzione tra USA e UE.

    La Commissione europea, da canto suo, se pubblicamente sostiene ancora che si debba chiudere l’accordo al completo e a tutti i costi, informalmente fa capire che se l’Italia si assume la responsabilità della forzatura e trova alleati, non farà niente per ostacolarla. Il che ci riporta alla domanda di fondo: perché l’Italia vuole forzare un tavolo in cui è chiaro che larga parte del nostro assetto produttivo, a partire da ampi settori del primario e del manifatturiero, ha tutto da perdere?

    In attesa di trovare una risposta che non sia dietrologica o semplicistica, la società civile di tutta Europa torna in piazza. Il 17 settembre con 7 grandi manifestazioni in Germania (Berlino, Colonia, Amburgo, Francoforte, Lipsia, Monaco and Stoccarda) e tre in Austria (Vienna, Linz, Salisburgo) prende posizione il cuore produttivo dell’UE. Gli occhi sono rivolti al 19, quando l’SPD tedesco farà il suo “ritiro” per decidere la linea politica del partito per il futuro. Il 20 settembre è la volta del Belgio, che mette in campo una mobilitazione nazionale con una grande manifestazione a Bruxelles dove la testa del corteo sarà tenuta da sindacati, organizzazioni e imprese agricole. Dal 22 al 23 ci saranno dimostrazioni a Bratislava dove si terrà il Consiglio informale dei ministri d’Europa sul futuro delle politiche commerciali europee (compresi TTIP e CETA) e dove molti degli attivisti europei parteciperanno ai dialoghi della Commissione con la società civile con l’obiettivo di farsi sentire anche dentro la sede istituzionale.

    Per quello che riguarda l’Italia, la tempesta di tweet e mail di protesta contro il premier Renzi e concentrata nella giornata del 16 è entrata nei “trending topics” della politica nazionale per tutte le ore centrali della giornata. Molto virale la foto del flash mob del comitato “Stop TTIP” a Milano in piazza del Duomo con il quale gli attivisti hanno chiesto l’aiuto della “Madunina” per far rinsavire il premier sul TTIP e sul CETA. Crescono, però, anche le manifestazioni di sostegno alla campagna da parte delle PMI: l’azienda italiana di bioconcimi in scatola Real Shit ha creato una linea di 500 esemplari limitati di letame in barattolo per giardini e balconi “Stop TTIP” per sostenere la campagna e protestare contro un trattato che, anche secondo loro, «favorisce l’interesse delle multinazionali anche nel loro settore dell’agricoltura sostenibile dei piccoli coltivatori e allevatori». A volte le immagini sono più efficaci di molte dotte analisi.

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    [i] Monica Di Sisto è vicepresidente di Fairwatch e portavoce della coalizione “Stop TTIP Italia”; Alberto Zoratti è il presidente di Fairwatch.

     

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