Bruxelles – Provate a immaginare se la vostra colonna vertebrale fosse interamente controllata da un’altra persona: i vostri movimenti dipenderebbero del tutto dalla sua volontà, la vostra autonomia decisionale sarebbe fortemente limitata e – alla fine – quella mano invisibile potrebbe anche arrivare a spezzarvi definitivamente. È esattamente la metafora che si può utilizzare per descrivere il rapporto tra l’Europa e la Cina quando si parla di materie prime critiche, tema al centro dell’ultimo studio dello European Union Institute for Security Studies (EUISS), il think tank ufficiale dell’Unione europea su politica estera e sicurezza.
Nel report diffuso martedì scorso (12 maggio) e intitolato ‘L’arma delle materie prime critiche di Pechino e come smantellarla‘, l’analista dell’EUISS Joris Teer dimostra come nel 2025 Pechino abbia trasformato il controllo “quasi monopolistico” su questi materiali – definiti “la spina dorsale dell’economia globale” – in una vera e propria arma geopolitica. Detenendo il 70 per cento della capacità di estrazione e raffinazione globale di ben 17 dei 34 materiali che l’UE considera “critici”, il Dragone sta esercitando un crescente potere di ricatto nei confronti di Bruxelles: destabilizzando le catene di approvvigionamento, alzando i costi di produzione e piegando la volontà di alleanze e governi. Un’arma che lo stesso presidente cinese Xi Jinping stesso ha definito, senza mezzi termini, una “mazza dell’assassino“.
Le materie prime critiche: cosa sono e perché sono così cruciali
Non sono l’oro e il petrolio, eppure senza di loro l’economia del Vecchio Continente (e non solo) si fermerebbe. Le materie prime critiche (MPC) sono minerali e materiali che l’UE classifica come tali proprio perché combinano un’elevatissima importanza economica e strategica con un alto rischio di approvvigionamento. In breve, ce n’è tanto bisogno, ma accaparrarsele è molto complicato.
Terre rare, gallio, germanio, grafite, manganese, cobalto: nomi spesso sconosciuti al grande pubblico ma essenziali per produrre semiconduttori, turbine eoliche, batterie, veicoli elettrici, droni, missili, smartphone e perfino apparecchiature mediche avanzate. Sono i mattoni invisibili della transizione verde e della sicurezza europea. Ed è qui che emerge il problema strutturale dell’Europa: mentre Bruxelles ha costruito negli ultimi anni una narrativa ambiziosa sull’autonomia strategica in ambiti così cruciali, la realtà industriale racconta una dipendenza profondissima dalla Cina.
Il vero nodo non è soltanto l’estrazione mineraria, ma soprattutto la raffinazione e la lavorazione industriale. Per citare solo alcuni numeri contenuti nello studio di Teer, Pechino controlla circa il 95 per cento della raffinazione del manganese, l’87 per cento di quella del silicio metallico e circa l’85 per cento della lavorazione delle terre rare leggere e pesanti. Secondo il rapporto dell’EUISS, il Dragone detiene il controllo su oltre il 70 per cento dell’estrazione o raffinazione globale di almeno altri nove materiali strategici.
Negli anni, questo dominio non si è costruito per caso. Attraverso massicci sussidi statali, energia a basso costo, standard ambientali meno stringenti e una politica industriale aggressiva, la Cina ha progressivamente eliminato la concorrenza occidentale. Tra i vari casi studio presentati in tal senso da Teer, il più esplicativo è quello relativo al mercato del gallio, una delle pietre angolari della transizione ecologica a cui punta Bruxelles: la sovrapproduzione cinese tra anni Novanta e Duemila ha fatto crollare i prezzi globali, spingendo fuori mercato i produttori europei e americani. Una volta conquistato il monopolio, Pechino ha potuto trasformare quella dipendenza in leva strategica.
E il problema – avverte Teer – non riguarda più soltanto le materie prime. Lo stesso schema si sta replicando nei magneti permanenti, nelle batterie, nei wafer per semiconduttori e nella chimica industriale.
Il ricatto di Pechino
Secondo il rapporto dell’EUISS, il 2025 è stato l’anno in cui il Dragone ha scoperto definitivamente le carte, chiarendo quale è la sua strategia e come intende portarla avanti: attraverso il passaggio dalla semplice “dipendenza” a quella che Teer definisce “weaponisation” ( cioè trasformazione in arma) delle catene di approvvigionamento. In altre parole, Xi Jinping ha ufficialmente estratto dal cilindro la “mazza dell’assassino”, iniziando ad utilizzare la dipendenza di (letteralmente) mezzo mondo dalle sue materie prime critiche come uno strumento di coercizione geopolitica.
Come? Attraverso una drastica riduzione delle esportazioni di una serie di materiali critici. Inizialmente, il bersaglio erano soltanto gli Stati Uniti e la misura si configurava come una ‘semplice’ ritorsione a seguito dell’imposizione dei dazi trumpiani e delle resitrizioni tecnologiche sui semiconduttori. Ma è bastato poco tempo perché il messaggio diventasse ben più ampio, e a finire nella tenaglia pechinese sono stati numerosi partner asiatici (su tutti il Giappone, dopo che la premier Takaichi aveva ventilato l’ipotesi di mandare i soldati nipponici a Taiwan nell’eventualità di un’invasione cinese) e l’Europa. È una forma di pressione meno spettacolare delle portaerei nello Stretto di Taiwan, ma potenzialmente altrettanto efficace. Perché colpisce direttamente la capacità produttiva dei Paesi rivali.
L’interpretazione che Teer fornisce del ragionamento di Xi Jinping è semplice: se l’Europa teme che un’azione politica o commerciale contro Pechino possa provocare il blocco delle forniture dei materiali critici, allora sarà inevitabilmente meno incline a sfidare la Cina su dossier come Taiwan, l’invio di tecnologie dual use alla Russia o le tensioni nel Mar Cinese Meridionale.
Lo scenario peggiore evocato dal rapporto è particolarmente allarmante: una sospensione totale delle esportazioni cinesi di terre rare e magneti permanenti potrebbe costare all’economia europea fino a 1,5 trilioni di dollari all’anno. Non sorprende quindi che nelle cancellerie europee stia crescendo la sensazione di trovarsi davanti allo stesso cul de sac in ambito energetico a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina: una dipendenza giustificata in nome dell’efficienza economica che rischia ora di ritorcersi contro come arma politica.
La soluzioni: tra autosufficienza e nuove alleanze
Se reagire è inevitabile, resta da capire come farlo. Secondo Teer, un approccio puramente europeo non basterà. L’idea di un’autosufficienza totale dell’UE viene definita irrealistica: il continente ha pochi giacimenti, energia costosa, normative ambientali severe e procedure burocratiche incompatibili con l’urgenza geopolitica del momento.
La soluzione proposta è quindi una grande coalizione industriale tra le principali ‘vittime’ della “mazza dell’assassino”: UE, Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Australia, Canada e Regno Unito. Non soltanto per aumentare l’offerta di materie prime alternative alla Cina, ma soprattutto per creare un vero mercato protetto che aggiri Pechino. In pratica: sussidi coordinati, investimenti pubblici comuni, prezzi minimi garantiti, restrizioni commerciali e requisiti di contenuto europeo negli appalti pubblici.
In tal senso, Bruxelles avrebbe già un modello da cui prendere ispirazione: il recentemente approvato Critical Medicines Act, pensato per potenziare la competività industriale nel settore della farmaceutica e liberarsi della dipendenza da fornitori extra-UE come l’India e – chi lo avrebbe mai detto? – la Cina.
Tuttavia – secondo un tipico leit motiv della politica bruxellese – tutto questo è più facile a dirsi che a farsi. Perché dietro a un quadro a tinte particolarmente decise si nascondono in realtà numerosi chiaroscuri. Per citarne solo alcuni: sarà davvero possibile per l’UE riuscire a ridurre la dipendenza dalla Cina senza che questo comporti una rottura radicale dei rapporti economici con quello che è il suo secondo partner commerciale a livello globale? E ancora, come evitare il rischio di sostituire la dipendenza da una ‘scheggia impazzita’ ad un’altra (leggasi: Stati Uniti e Donald Trump)? L’Europa avrà davvero il coraggio di slegarsi tanto da Pechino quanto da Washington e di puntare tutto su partner più affidabili ma con un ruolo da comprimari nel sistema internazionale, come il Giappone, il Canada o l’Australia?
Interrogativi che Teer lascia aperti, mentre il tempo per trovare una risposta rischia di non essere più molto.




![[foto: Dr Doofenshmirtz/Wikimedia Commons]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/01/venezuela-risorse-350x250.png)







