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    Home » Non categorizzato » La finanza internazionale e la controriforma costituzionale

    La finanza internazionale e la controriforma costituzionale

    [di Guglielmo Forges Davanzati] Dietro la riforma costituzionale si nasconde uno scambio politico fra governo italiano e finanza internazionale?

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    30 Settembre 2016
    in Non categorizzato

    di Guglielmo Forges Davanzati 

    «I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alle cadute delle dittature, e sono rimaste segnate da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste… I sistemi politici del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso basate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi» (J.P. Morgan, 2013).

    Perché Matteo Renzi investe tutto il suo capitale politico per una riforma della Costituzione della quale, si può supporre, alla gran parte dei cittadini italiani non interessa per nulla? Perché lo fa in disprezzo del duplice fatto che la riforma è partorita da un Parlamento dichiarato illegittimo e del fatto che questo provvedimento non era nel suo programma elettorale? La risposta può rinviare a due soli ordini di ragioni: il primo, per così dire, psicologico; il secondo propriamente economico.

    Il primo potrebbe riguardare il fatto che Renzi voglia, per così dire, passare alla storia come “il grande riformatore”, “il costituente del XXI” secolo. Potrebbe essere. Ma pare davvero una motivazione molto parziale a fronte della quale si può contrapporre una interpretazione che, senza cadere in improbabili complottismi, metta assieme alcuni fatti che ci portano a pensare che la riforma della Costituzione italiana si renda necessaria come scambio politico fra questo governo e la finanza internazionale. Sia chiaro che non si fa qui riferimento a una cospirazione occulta, e tantomeno a un progetto eticamente censurabile, ma a una sequenza di eventi che quantomeno fanno seriamente dubitare della narrazione governativa. Andiamo per ordine.

    1. Nel 2013, J.P. Morgan pubblica un rapporto nel quale invita il governo italiano a modificare la Costituzione vigente perché contiene «troppi elementi di socialismo». In particolare, J.P. Morgan insiste sulla inopportunità di tenere in vita una carta costituzionale di matrice novecentesca, nella quale i valori fondanti riguardano la tutela dei diritti sociali, il fondamentale ruolo attribuito allo Stato nella programmazione economica, il richiamo alla democrazia economica. Per la finanza sovranazionale, la Costituzione italiana è da modificare radicalmente, come quelle degli altri paesi mediterranei dell’eurozona, ma lo è ancor più rispetto a queste esperienze: l’Italia diventa, per così dire, un laboratorio per sperimentare dettati costituzionali adeguati al XXI secolo, ovvero coerenti e funzionali ai processi detti di finanziarizzazione[1].

    2. I rapporti fra Renzi e autorevoli esponenti di J.P. Morgan, in particolare con Jamie Dimon, sono ampiamente documentati ed è noto che attengono al salvataggio di alcune banche italiane, Monte dei Paschi di Siena innanzitutto per evitare effetti di contagio sull’intero sistema finanziario italiano[2].

    3. J.P. Morgan, allo stato dei fatti, è interessata a ricapitalizzare il sistema bancario italiano, in particolare il Monte dei Paschi di Siena. La spesa sarebbe irrisoria, data l’enorme disponibilità finanziaria di J.P. Morgan, probabilmente si riuscirebbe anche a trarne profitto. Ma a condizione che il governo italiano proceda a fare le “riforme” indicate.

    Se questa ricostruzione è veritiera, si giunge alla conclusione che la riforma Boschi-Renzi costituisce uno scambio politico fra governo italiano e finanza internazionale per un obiettivo del tutto contingente e, per certi aspetti, neppure di rilevanza tale da motivare il superamento sostanziale della Costituzione vigente: il salvataggio del sistema bancario italiano, e in particolare, del Monte dei Paschi di Siena. Evidentemente, il corollario riguarda il fatto che la politica italiana è in larghissima misura eterodiretta: cosa che, per molti commentatori, non è peraltro nulla di così nuovo, dal momento che già dall’insediamento del governo Monti si fece esplicito riferimento, in quel caso, a una decisione di Goldman Sachs.

    Vi è un passaggio successivo. La finanza sovranazionale chiede all’Italia di accelerare i tempi di decisione e ciò si rende necessario dal momento che, in un contesto di “globalizzazione” (sebbene con forti controtendenze registrate dall’aumento delle misure protezionistiche), il turnover del capitale è notevolmente accelerato e le scelte di localizzazione degli investimenti sono profondamente influenzate dalla capacità del singolo governo, in un contesto di competizione fra Stati, di creare un ambiente favorevole all’attrazione di investimenti (e/o alla non delocalizzazione).

    In tal senso, l’invito di J.P. Morgan è pienamente ascrivibile a questa logica. Al di là del fatto che la nuova costituzione molto difficilmente porterà a un accelerazione dei tempi di decisione, in considerazione della sua farraginosità (come messo in evidenza ripetutamente dai sostenitori del “no” al referendum), la questione rilevante da discutere è se ammesso che questo risultato si produca (ovvero che i tempi di decisione si accelerino) ciò è un processo desiderabile o meno[3].

    La risposta dipende in modo significativo dal modello di sviluppo dell’economia italiana che si intende promuovere o rafforzare. Per la seguente ragione. Con ogni evidenza, la finanza sovranazionale e le multinazionali che domandano la riforma costituzionale lo fanno per trovare in Italia un assetto istituzionale per loro più favorevole: bassi salari, risibile tutela dei diritti dei lavoratori, normativa trascurabile in materia ambientale, delineando un percorso di crescita in condizioni di ulteriore aggravamento delle diseguaglianze distributive e di ulteriore attacco al lavoro. Per chi ritiene che l’eventuale attrazione di investimenti non possa che avvenire sostenendo questi costi (inclusa la perdita della sovranità politica), il “sì” è una scelta scontata.

    Per chi ritiene che le diseguaglianze siano un freno alla crescita, che la finanza sovranazionale non debba ingerire nelle decisioni di uno Stato sovrano; per chi ritiene che la globalizzazione debba essere governata e che la totale libertà di movimento dei capitali sia una delle concause della crisi in corso la risposta non può che essere decisamente “no”. La posta in gioco è, dunque, la vendita della nostra carta costituzionale al miglior offerente: il tentativo estremo di provare a fuoriuscire da una crisi della quale non si vede una possibile via d’uscita.

    Pubblicato su MicroMega il 27 settembre.

    —

    Note

    [1] http://www.giuristidemocratici.it/hotTopics/in_difesa_della_costituzione/post/20160317083833.

    [2] Si vedano vari articoli pubblicati da Repubblica, giornale non sospettabile di essere anti-governativo, e, in particolare, Giovanni Pons, “MPS. Il soccorso della finanza globale: vince JPMorgan, la banca dei governi”, la Repubblica – Affari e Finanza, 26 settembre 2016.

    [3] G. Bucci, “Revisione costituzionale e rapporti economico-sociali nell’era della crisi organica”, Osservatorio Costituzionale, n.3, 2016.

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