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    Home » Politica » Perché l’Europa vuole una Brexit dura per ferire il Regno Unito

    Perché l’Europa vuole una Brexit dura per ferire il Regno Unito

    I ministri britannici sono di gran lunga troppo ottimisti sulla possibilità di ottenere un accordo commerciale decente se sarà rifiutato l'accesso di Londra al mercato unico

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    7 Ottobre 2016
    in Politica

    Traduzione dell’articolo ‘Why Europe wants a hard Brexit to hurt’ di Charles Grant per The Guardian

    I partner europei della Gran Bretagna sono uniti intorno a una posizione molto dura per i prossimi negoziati Brexit. Allo stesso tempo, Theresa May sta iniziando a escludere le opzioni che potrebbero lasciare la Gran Bretagna strettamente integrata con le economie continentali. Sia il suo governo sia i 27 sono guidati dalla politica piuttosto che dall’interesse economico. Questo danneggerà il commercio e gli investimenti e quindi lascerà la Gran Bretagna più povera.

    May ha annunciato che attiverà la procedura di uscita secondo l’articolo 50 entro la fine del mese di marzo, rifiutando la giurisdizione della Corte europea di giustizia. Insieme con la sua promessa di limitare il diritto dei cittadini dell’Ue a lavorare in Gran Bretagna, questo preclude di rimanere nel mercato unico con cui la Gran Bretagna ha quasi la metà del suo commercio.

    Questo significa che il Regno Unito dovrà negoziare l’accesso al mercato unico, settore per settore, attraverso un accordo di libero scambio (Fta). Gli imprenditori manifatturieri britannici potrebbero non soffrirne troppo, dal momento che gli accordi di libero scambio (come il recente accordo Ue-Canada) eliminano le tariffe sui prodotti, anche se probabilmente la decisione del Regno Unito di lasciare anche l’unione doganale Ue creerà problemi in materia di frontiere per gli importatori e gli esportatori. Il problema di un tale accordo è che farebbe ben poco per aprire i mercati dei servizi come la finanza, le costruzioni o l’aeronautica. Ciò richiederebbe la rimozione di ostacoli normativi ma le regole sono il cuore del mercato unico europeo.

    L’economia britannica è per circa l’80% servizi. I volti più scuri che ho visto alla conferenza dei conservatori a Birmingham erano quelli dei banchieri. Essi hanno rilevato che i ministri non hanno parlato dell’importanza del loro settore. Si stanno dunque rassegnando a perdere il “passaporto” europeo – la regola che consente a un società britannica di fare affari in tutta l’Ue – e si stanno preparando a spostare le loro operazioni fuori Londra. Alcuni banchieri ritengono che questo esodo priverà del Tesoro di circa 10 miliardi di sterline in tasse all’anno.

    I funzionari britannici sperano di concludere un accordo migliore di quello dell’Ue con il Canada; dopo tutto la Gran Bretagna ha un’economia più grande e i 27 ne trarrebbero gran beneficio. Si aspettano un accordo “Canada-plus”, che copre alcuni servizi, nonché le merci. Questo può essere possibile. Il problema, tuttavia, è che gli altri 27 governi stanno forgiando una linea molto dura sulla Brexit.

    L’articolo 50 (del Trattato di Lisbona) è stato scritto per mettere un paese che vuol lasciare l’Ue in una posizione di svantaggio. Una volta che un governo attiva l’articolo, ha solo due anni per negoziare l’accordo di uscita. I due anni possono essere estesi all’unanimità, ma la maggior parte dei 27 vogliono la Gran Bretagna fuori prima del giugno 2019 quando ci saranno più o meno nello stesso periodo le elezioni europee e la conclusione del prossimo ciclo di negoziati sul bilancio Ue. Una trattativa separata sarà necessaria per il futuro rapporto economico, sotto forma di un accordo di libero scambio, ma questa potrebbe richiedere cinque anni o più tempo per essere completata e avrebbe anche bisogno della ratifica in ciascuno dei parlamenti nazionali (e ce ne sono circa 45 nell’Unione europea). Così il Regno Unito avrà bisogno di un accordo provvisorio per avere una copertura negli anni tra l’abbandono dell’Unione europea e l’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio.

    Ma l’orologio batterà il tempo tra la negoziazione del divorzio e l’accordo ad interim. E se i colloqui finissero senza un accordo, il Regno Unito sarà solo con solo le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio – il che significherebbe tariffe del 10% sulle esportazioni britanniche di automobili e oltre il 50% su alcune carni, e nessun accesso ai servizi.

    Dato che la situazione è difficile per il Regno Unito, il primo ministro ha chiesto di avvaire “pre-negoziati” prima di invocare l’articolo 50: vuole sapere quello che i suoi partner le potrebbero concedere, anche in un accordo ad interim. Ma i 27 rifiutano colloqui informali per paura che la diplomazia britannica mini la loro unità.

    Nelle mie recenti visite a Berlino, Parigi e Bruxelles, mi ha colpito la linea intransigente sulla “indivisibilità” delle quattro libertà – di lavoro, capitali, beni e servizi. I principali responsabili politici dicono che al Regno Unito non possono essere concessi benefici di appartenenza, come ad esempio la partecipazione al mercato unico, senza accettare le responsabilità, come i pagamenti di bilancio e la libera circolazione (Svizzera e Norvegia accettano entrambi).

    I negoziatori britannici hanno bisogno di capire il motivo per cui il 27 sono così inflessibili su questo punto. I tedeschi e gli altri temono che se gli inglesi ottenessero uno status speciale, in altri paesi – all’interno o all’esterno dell’Ue – si chiederebbero opportunità equivalenti. E questo sarebbe potenzialmente destabilizzante per l’Unione.

    Ma la maggior ragione della linea dura sulle quattro libertà è la paura del populismo. A Parigi, i politici tradizionali non vogliono che Marine Le Pen sia messa in grado di dire: “Guardate gli inglesi, stanno facendo bene al di fuori dell’Ue, facciamo come loro”. Simili punti di vista ci sono a L’Aia, Roma e altre capitali: bisogna mostrare che i britannici pagano un prezzo per la decisione di lasciare.

    I britannici devono poi preoccuparsi per il Parlamento europeo, con cui hanno a lungo avuto rapporti antagonistici, e che crede nel mantra delle quattro libertà. Gli eurodeputati devono approvare sia l’accordo sull’articolo 50 sia quello, poi, di libero scambio. Se per qualche prodezza di un diplomazia brillante, la Gran Bretagna dovesse ottenere un accordo che le permetta di essere parte del Mercato unico con limiti alla libera circolazione, i deputati lo boccerebbero.

    Molti Brexiters sostengono che la durezza dei 27 è solo un atteggiamento pretattico, e che, quando i colloqui cominceranno, la valutazione del tornaconto economico li spingerà ad ammorbidirsi. Ma questo può essere solo un pio desiderio. Un alto funzionario tedesco mi ha detto che un cattivo accordo per la Gran Bretagna potrebbe deviare gli investimenti in Germania e quindi beneficiare il suo paese.

    Anche se gli industriali tedeschi vorrebbero vedere la Gran Bretagna strettamente integrata con le economie europee, Theresa May non deve presumere che guidino la politica tedesca. Le imprese hanno trascorso gli ultimi due anni facendo lobbying contro le sanzioni dell’Unione europea alla Russia, senza avere alcun impatto. In ogni caso, un accordo di libero scambio tra l’Ue e il Regno Unito, con la rimozione delle tariffe sulle merci, sarebbe buono per l’industria tedesca. Non sarebbe però altrettanto buono per l’economia del Regno Unito, che dipende dai servizi.

    Molti conservatori sperano che alla fine Angela Merkel darà una mano al Regno Unito. E’ vero che lei è probabilmente destinata a rimanere cancelliere anche dopo le elezioni generali del prossimo settembre. E lei si rammarica certamente della Brexit e vuole un buon rapporto con la Gran Bretagna. Ma la sua principale responsabilità, come il leader non ufficiale dell’Ue, è di mantenere i 27 uniti, e questo significa lavorare a stretto contatto con i francesi. Per Merkel, gli interessi dell’Ue sono al primo posto, crede che mantenere l’integrità istituzionale dell’Ue, e il legame tra le quattro libertà, sia nell’interesse dell’Europa e di conseguenza della Germania.

    Uno dei motivi per cui i politici britannici sono troppo ottimistici circa il tipo di accordo che possono raggiungere è la loro lettura errata del dibattito continentale sulla migrazione. Essi tendono ad assumere che, poiché gli inglesi non amano la migrazione interna dell’Ue, anche altri europei debbano pensarla allo stesso modo. Pertanto, sostengono, i 27 presto accoglieranno il punto di vista della Gran Bretagna sul limitare la libera circolazione.

    Tuttavia, nella maggior parte dei paesi dell’Ue il grande problema è l’afflusso di persone dal di fuori, non dall’interno dell’Ue. In Germania, per esempio, i politici tradizionali non vedono la migrazione intra-Ue come un grosso problema. Così i 27 non permetteranno ai britannici di combinare l’adesione al mercato unico con i controlli sulla migrazione nell’Ue.

    Poiché l’articolo 50 pone il governo britannico in una posizione debole, non può sperare in un accordo appena decente senza tanta buona volontà da parte dei partner europei. Se i ministri britannici batteranno i pugni sul tavolo e invieranno minacce bruceranno ogni possibile buona volontà nei partner. Il tono anti-immigrazione della conferenza del partito conservatore non ha fatto nulla per migliorare la reputazione del Regno Unito.

    Tags: brexitimmigrazionelibertà fondamentalilondramercato unico

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