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    Home » Non categorizzato » Elezioni USA, la soluzione è politica

    Elezioni USA, la soluzione è politica

    [di Megan Erickson, Katherine Hill, Matt Karp, Connor Kilpatrick e Bhaskar Sunkara] Non possiamo nasconderci sotto il letto. Questo è il momento di mettere in pratica politiche democratiche, non di ripudiarle.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    11 Novembre 2016
    in Non categorizzato

    di Megan Erickson, Katherine Hill, Matt Karp, Connor Kilpatrick e Bhaskar Sunkara

    Non ci facciamo illusioni sulle conseguenze della vittoria di Donald Trump. Si tratta di un disastro. La prospettiva di un governo della destra unita, diretta da un populista autoritario, rappresenta una catastrofe per i lavoratori.

    A questa situazione si può reagire in due modi: o dandone la colpa al popolo degli Stati uniti, o addossandola all’élite del paese.

    Nei prossimi giorni e settimane molti opinionisti si eserciteranno nel primo modo. Alcuni liberal in preda al panico cercano già istruzioni su come emigrare in Canada: la notte scorsa, il sito canadese per l’immigrazione è andato in tilt a causa dell’aumento delle visite. Quelli stessi che ci hanno spinto nel precipizio ora progettano la fuga.

    Ma incolpare il popolo americano per la vittoria di Trump serve solo a evidenziare ancor più le responsabilità di quell’elitarismo che ha mobilitato a suo favore gli elettori. È indubbio che il razzismo e il sessismo abbiano avuto un ruolo cruciale nella crescita di Trump. Ed è spaventoso pensare a come il suo trionfo servirà a rinforzare i settori più feroci e bigotti della società americana.

    E tuttavia, una risposta a Trump che si limiti a esprimere orrore non è una risposta politica: è una forma di paralisi, la politica del nascondersi sotto il letto. E una risposta al bigottismo americano che si limiti alla denuncia morale non è per nulla una politica: è l’opposto della politica. È la resa.

    Credere che l’adesione a Trump dipenda unicamente dal nazionalismo etnico significa credere che la quasi maggioranza degli americani si fa guidare solo dall’odio e da una diffusa adesione a un programma basato sul suprematismo bianco.

    Noi non lo crediamo. E i fatti non lo dimostrano.

    Queste elezioni, secondo l’analista del New York Times Nate Cohn, sono state decise da quella persone che nel 2012 aveva votato per Barack Obama. E non tutte possono essere giudicate bigotte.

    La Clinton ha ottenuto solo il 65 % dei voti dei latinos, contro il 71 % di Obama quattro anni fa. È poco, di fronte a un candidato nel cui programma c’è la costruzione di un muro lungo il confine meridionale degli Stati Uniti, un candidato che ha inaugurato la sua campagna definendo stupratori i messicani.

    La Clinton ha ottenuto il 34 % dei voti delle donne bianche senza studi superiori. E ha conquistato solo il 54 % di tutto il voto femminile, contro il 55 % di Obama nel 2012 (per tutte queste statistiche rimandiamo al sito della CNN). La Clinton, naturalmente, “correva” contro un candidato che si vantava di saper prendere le donne “per la figa” (‘by the pussy’).

    Questa per la Clinton era una elezione a perdere. E l’ha persa. Gran parte della colpa ricadrà sulla candidata Clinton, ma in realtà essa ha solo personificato il consenso di cui gode l’attuale leadership del Partito Democratico. Durante la presidenza Obama, i democratici hanno perso circa un migliaio di seggi a livello degli Stati federali, una dozzina di governatori, sessantanove seggi alla Camera dei rappresentanti e tredici al Senato. La notte di ieri non è spuntata dal nulla.

    Il problema con la Clinton non stava nella sua particolarità, ma nella sua tipicità. È sempre stata abitudine di questo Partito Democratico che le candidature venissero decise dagli strateghi (power players) di Washington – con schiaccianti endorsement – molti mesi prima delle elezioni.

    E hanno operato una scelta fatale per tutti noi, truccando le carte, decisamente, a sfavore del tipo di politica che avrebbe potuto vincere: una politica per la classe lavoratrice.

    Il 72 % degli americani che hanno votato ieri è convinto che «l’economia è manipolata a vantaggio dei ricchi e dei potenti». Il 68 % concorda sul fatto che i «partiti tradizionali e i politici se ne fregano di gente come me».

    Fra gli uomini politici democratici Bernie Sanders è stato praticamente il solo a parlare di questo latente senso di alienazione e di rabbia di classe. Sanders aveva un messaggio fondamentale per il popolo americano: tu meriti di più e hai ragione di credere di meritarlo: assistenza sanitaria, istruzione universitaria, minimo salariale. Un messaggio che lo ha reso di gran lunga il politico più popolare del paese.

    La piattaforma programmatica di Hillary Clinton ha fatto in parte proprie alcune delle idee concrete di Sanders, ma non ne ha accettato il messaggio centrale. Per i dirigenti del Partito Democratico non aveva senso criticare l’America: secondo loro, l’America non aveva mai cessato di essere grande. E la situazione non poteva che migliorare.

    I leader del partito hanno chiesto agli elettori di dargli carta bianca. Erano convinti di avere tutto sotto controllo. Si sbagliavano. E ora noi tutti dobbiamo affrontarne le conseguenze. E lo faremo.

    Siamo entrati in un’epoca nuova, che richiede una nuova politica: una politica che tenga conto delle pressanti necessità e delle speranze del popolo, piuttosto che delle sue paure. Il liberalismo elitario gira a vuoto, non può sconfiggere il populismo di destra. Non possiamo emigrare in Canada o nasconderci sotto il letto. È arrivato il momento di adottare politiche democratiche, non di ripudiarle.

    Pubblicato su Jacobin il 9 novembre 2016. Traduzione di Cristiano Dan per Movimento operaio. 

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