di Pierluigi Fagan
Mosca: uno dei collaboratori più stretti di Trump, è stato per svariati anni incaricato d’affari a Mosca per il comprato petrolifero americano. USA e Russia hanno un oggettivo interesse comune sull’argomento – tornare a prezzi da 70-80-90 dollari a barile – e sono quindi in oggettiva rotta di collisione con Riyad. La strategia politica complessiva di Trump non solo non ha alcun interesse ma non avrebbe neanche i soldi per prorogare la politica delle frizioni confinarie promossa dalla NATO. Infine, è molto probabile che tornino in auge i “vecchi” strateghi geopolitici realisti ovvero dividere il problema della competizione. Simmetricamente a quanto fatto da Kissinger con Mao-Nixon, provare a dividere Russia e Cina, avvicinandosi ai primi, allontanandoli dai secondi. Da vedere quanto l’offerta a Putin sarà del tipo che non si può rifiutare…
Pechino: meno provocazioni nel Mar cinese meridionale, più bastonate a WTO e FMI. Meno imprese americane e finanziamenti speculativi in Cina, dazi (ai piani alti di Walmart, qualcuno sta meditando il suicidio), lotta allo yuan, strette sui regolamenti del commercio internazionale, competizione sull’offerta di lavori infrastrutturali visto che questo tipo di imprese “più tradizionali” tornano in grande auge in America.
Riyad: avevo un professore sardo di disegno alle medie che parlava a ritmo di una parola ogni quarto d’ora. Quando si aggirava tra i banchi mentre ognuno di noi era impegnato a far qualcosa con il DAS, lo sentivi silenzioso alle spalle, ti voltavi e dalla sua faccia disgustata usciva sempre e solo un commento definitivo: “fare palla!”, cioè butta via quello che stai facendo, non va bene. Ecco, Riyad? Fare palla.
Tel Aviv: risboccia un grande amore.
Teheran: risboccia un grande freddo.
Bruxelles/Europa: siete ‘na palla al piede, costate un sacco di soldi e fate pure gli snob. Sapete che c’è? ma n’date un po’ a*****o.
Londra: oltre all’acconciatore, tra Trump e Boris Johnson, ministro degli esteri di Her Majesty, ci sono molti punti di collimanza e di comune interesse, tra cui razziare una Europa incapace di adattarsi ai tempi che corrono. Le vecchie ricche sono prede ideali in tempi di magra.
Italia: Renzi? Renzi chi?
Poi c’è sempre da immaginarsi la scena della famosa riunione di briefing del 21 gennaio, il primo giorno di scuola, quando tutti i rappresentanti dei sottosistemi della complessa macchina del potere e dell’interesse americano, vanno dal nuovo presidente e gli spiegano come stanno -davvero – le cose. Ci sono foto di Obama con i crespi capelli neri a novembre del primo incarico e foto di sei mesi dopo in cui i capelli erano sale e pepe e poi solo sale. Ma i capelli non sono il problema, tanto Trump si tinge; sul ciò che li fa imbiancare invece, ci sarà da vedere quanti e quali incubi si frappongono tra il dire ed il fare. Trump non è certo un fine stratega ed un diplomatico, non ha una squadra di livello, i repubblicani alle sue spalle sono una armata Brancaleone di interessi disparati. Infine, non è che gli USA abbiano poi tutte queste belle carte in mano, a prescindere da chi gioca la mano. Per niente facile il MAKE AMERICA GREAT AGAIN!
Pubblicato sulla pagina Facebook dell’autore il 9 novembre 2016.


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