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    Home » Politica » Keynes è tornato a Bruxelles

    Keynes è tornato a Bruxelles

    Lorenzo Consoli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LorenzoConsoli" target="_blank">@LorenzoConsoli</a> di Lorenzo Consoli @LorenzoConsoli
    18 Novembre 2016
    in Politica
    pse, ppe, socialisti, popolari

    Jean-Claude Juncker

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    Keynes è tornato a Bruxelles. Mercoledì la Commissione europea di Jean-Claude Juncker ha pubblicato una comunicazione dal titolo “towards a positive fiscal stance for the euro area” che segna una ulteriore, decisiva correzione di rotta, rispetto alle politiche di austerità imposte dalla Commissione europea di José Manuel Barroso e dai ministri europei delle Finanze agli Stati membri dell’Eurozona a partire dalla fine del 2010, con obbedienza cieca alle direttive tedesche.

    E’ la terza volta. Una prima correzione di rotta c’era stata nel gennaio 2015, con la comunicazione dello stesso Esecutivo comunitario sulla “flessibilità” nell’applicazione del Patto di Stabilità, una nuova interpretazione delle regole di cui ha beneficiato in particolare l’Italia. Nella pratica, poi, una seconda virata era venuta con la scelta politica, effettuata sempre dalla Commissione nel luglio scorso, di non sanzionare Spagna e Portogallo per non avere ridotto il proprio deficit nel 2015 secondo le raccomandazioni Ue.

    Che cosa dice la Commissione in questa comunicazione sulla “fiscal stance” (orientamento di bilancio) ? Sostiene che finora è mancato un “ministro delle Finanze dell’Eurozona”, e che è ora di adottare degli orientamenti di bilancio basati su una visione complessiva dell’area euro e dei suoi bisogni, e non sulla mera collezione delle visioni nazionali. In questo quadro, aggiunge l’Esecutivo Ue, è necessario che Berlino e gli altri paesi membri dell’euro “con margine” (ovvero col bilancio in pareggio o in avanzo) adottino una politica “espansiva”, con interventi di spesa pubblica pari allo 0,5% del Pil dell’Eurozona, volti a stimolare la domanda interna e gli investimenti. Avete capito bene: non solo la Commissione ha smesso di predicare l’austerità tedesca, ma ora chiede addirittura di aumentare la spesa pubblica, anche se moderatamente e solo per chi se lo può permettere.

    E’ necessario farlo, aggiunge la Commissione, perché il sostegno alla crescita economica, ancora debole e fragile, non può venire solo dalla politica monetaria della Banca centrale europea di Mario Draghi, con il suo “quantitative easing”. In una vera Unione economica e monetaria, come l’euro dovrebbe essere (infatti si chiama Uem) sarebbe normale avere una politica unitaria di bilancio oltre che una politica monetaria centralizzata. Ma questo i tedeschi non l’hanno mai accettato. O meglio, lo accettano solo a senso unico: si può e si deve imporre agli Stati il pareggio di bilancio e il divieto di “deficit spending”, e la riduzione del debito a tappe forzate, ma i governi devono invece restare liberi di decidere se spendere o meno, quando hanno i margini per farlo. E anche, sia detto per inciso, di sforare allegramente i limiti prescritti dall’Ue per l’avanzo commerciale (la Germania esporta più della Cina in valore), senza subire alcuna conseguenza.

    D’altra parte, lo aveva detto qualche settimana fa lo stesso Draghi: la disciplina di bilancio dell’Eurozona è “asimmetrica”: punisce chi non riduce i deficit, ma non può far nulla per costringere gli Stati in surplus a investire nel”economia reale invece di mettere i soldi nel materasso.

    Quella di mercoledì, tuttavia, potrebbe essere una vera e propria svolta, in grado di mettere nell’angolo la Germania e costringerla a una scelta: o accetta la tesi della Commissione sul “positive fiscal stance”, e comincia a investire il proprio surplus nell’economia europea; oppure (com’è molto più probabile, anzi, pressoché certo) rifiuta di farlo. Ma in questo caso saranno gli Stati membri che non hanno tutto il margine di bilancio della Germania, Italia compresa, a doversi fare carico della politica di bilancio “espansiva” di cui l’Eurozona ha bisogno, nell’interesse generale dei cittadini europei, che evidentemente importa ben poco ai tedeschi. E come potrà la Commissione, come potrà la Germania, a questo punto, accusare e sanzionare i paesi che non rispettano rigorosamente il Patto di Stabilità, quando le loro “deviazioni” sono esattamente quello di cui ha bisogno l’economia dell’Eurozona? Attendo con impazienza le reazioni del ministro Pier Carlo Padoan, quando cominceranno queste discussioni, all’Eurogruppo e all’Ecofin del 5 e 6 dicembre….

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